Jacob

Il silenzio la tormentava come una cadenza ripetitiva. Ormai il solito tran tran scandiva la sua esistenza: sempre lo stesso timido raggio di sole scivolava lungo le sue membra, anticipando la consueta pioggerellina che sarebbe scesa indisturbata di lì a poco. Stufa di tale monotonia, fece passare le sue dita nodose tra la massa informe di capelli, finalmente idratati dopo giorni e giorni di logorante incuria. Due occhi infossati dalla stanchezza scrutavano il vuoto che li avviluppava. Come le fiamme di due candele sul punto di affievolirsi, diventavano gradualmente sempre più fiochi. Non ardeva più la giovinezza radiosa che un tempo li animava. Eppure uno dei due lucignoli era ancora acceso.
Passò di fronte al museo del Ricordo. Entrò: un reperto dimenticato da tempo riaffiorò dagli abissi dell’oblio.

Era un caldo giorno d’agosto. L’afa era tale da penetrarle nelle ossa. Il sudore grondava  dall’involucro roseo della sua bellezza ancora acerba. Finalmente poteva afferrare il frutto che aveva lasciato maturare all’interno del suo grembo per nove mesi. Un bacio rimase impresso sulla guancia paffuta del nuovo arrivato. Gli accarezzò dolcemente la testolina, come un pellegrino nell’atto di sfiorare una preziosa reliquia. Carezze e moine formavano un’aura di serenità che circondava madre e figlio e li teneva uniti nell’ultimo abbraccio prima dell’arrivo della stagione invernale.

Le strade pullulavano di passanti occupati nelle loro faccende quotidiane. Frammenti di conversazioni risuonavano dentro di lei, formando un duetto cacofonico con lo strascicare dei suoi passi. Era l’unica anima purgante a girovagare per le strade. Si sentiva ingabbiata, schiava del suo stesso passato. Evitava il contatto visivo, per paura che qualche irrecuperabile parte di sé potesse andare perduta in un incrocio di sguardi. Era in trappola.
Le campane rintoccavano mezzogiorno.

Jacob amava sedersi sul tappeto in salotto, tutti i giorni prima del riposino pomeridiano. Fingeva di trovarsi ad assistere ad uno spettacolo improvvisato. Incrociava le gambe ed ascoltava attentamente il ticchettio dell’orologio per circa dieci minuti. Poi un’esplosione di gioia lo assaliva, una volta che gli ingranaggi permettevano all’amico pulcino di fare capolino dalla casetta accogliente in cui dimorava ed augurargli un buon pomeriggio. Quel trillo riusciva a rallegrare anche le giornate uggiose che era costretto a trascorrere in casa.
Tutti i giorni, a mezzogiorno.

Le strade riecheggiavano di clacson e sirene assordanti. Note stridenti fluttuavano nell’aria, fino ad arrivare a perforarle i timpani. Come un paziente destato dopo un intervento, trasalì. Si precipitò fuori dal museo, subito dopo aver scacciato via il sopore. Si aggrappò a tutto ciò che poteva sostenerla in quella marcia che la ridicolizzava ad ogni passo che azzardava sul cemento instabile. Ecco che la svolta del bivio si presentò di fronte a lei. Finalmente poteva trarre un sospiro di sollievo. Poteva ritenersi ancora una donna fortunata, dato che faceva affidamento sull’amore opportunista di randagi. Creature ricoperte di pelo vellutato sfioravano l’orlo del suo abito in cerca di attenzioni. Le zampe le si attorcigliavano intorno alle gambe, mentre avviavano un motore difettoso e rumoroso all’interno dei loro corpi. Toccata da una tale dimostrazione di affetto, ricompensò i suoi amici con un piattino traboccante di latte.

Jacob amava i gatti. Li osservava incuriosito per ore mentre, appollaiati al sole, oziavano sulla sedia a dondolo della veranda. Si divertiva a immaginare quello che i gatti intendevano comunicare attraverso i loro miagolii. Ogni sera prima di coricarsi, preparava un piattino di latte fresco che poneva sullo zerbino. Non dimenticava mai il rito serale, per paura che i gatti potessero passare una notte con la pancia vuota. Ripensandoci, il suo cuore poteva essere paragonato ad una riparata baita in montagna, dove ogni forestiero poteva sentirsi a casa e trattenersi per quanto tempo voleva. Il suo sorriso smagliante e la sua generosità incondizionata disarmavano chiunque.

Ancora una volta si era ritrovata nel museo del Ricordo. I suoi piedi sfrecciarono verso l’uscita. Il tempo scorreva con ritmo incalzante, muovendo i passanti come i burattini di un teatrino. Una folla di piccola scolari sciamò verso il parco giochi, subito dopo il suono dell’ultima campana che annunciava il termine delle lezioni. Capricci, bizze, risate, burle e scherzi. Tutto comunicava un po’ della puerile inesperienza che risiedeva nell’animo di ogni fanciullo. In risposta al clamore, accelerò il passo infastidita. In ogni scatto di ilarità, in ogni strillo acuto poteva distinguere l’intensità della voce di Jacob. Nelle nuvole frenetiche riconosceva il suo mento tremolante. Nel volo degli uccelli discerneva i lineamenti del suo volto angelico. L’intero paesaggio urbano pareva uno specchio diafano attraverso il quale intravide il ritratto di lui che campeggiava nella galleria del museo. Tutto ciò che la circondava, le implorava di non dimenticare. Proseguì la sua corsa incalzante, mentre il cuore le tuonava nel petto.

Non potrà mai perdonarsi di essere arrivata in ritardo.

Era già andato via.

Di Italo Ferrante

 

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