Gli Oscar di Linea20: Belfast

tempo di lettura: 3 minuti

Si dice dello story telling accattivante che sappia narrare efficacemente il conflitto. In quest’ottica, Belfast (2021) è un gran pezzo di Storia.

Alla pellicola, scritta e diretta da Kenneth Branagh, l’autore consegna la sua esperienza di vita, che assume le sembianze di un racconto di formazione semi-autobiografico. Formalmente intrigante e sostanzialmente mondano (nel suo etimo), Belfast restituisce le vicende di Buddy (Jude Hill), che cresce (‘comes of age’) nell’Ulster, Irlanda del Nord, in una famiglia protestante appartenente alla classe operaia.

I disordini (i cosiddetti “troubles”) che qualificano la Belfast di fine anni Sessanta, attorno a cui si snodano le vicissitudini di Buddy e compagni, non sono il punto nevralgico della narrazione. Curiosamente, il conflitto per antonomasia, in Belfast, non è fra Unionisti Protestanti e Nazionalisti Cattolici. Nel rimarcare un ordinario che è straordinario, Branagh punta il focus su un conflitto universale: diventare adulti.

A dispetto dell’immaginario collettivo, la perdita dell’innocenza infantile, contrassegno dell’età adulta, non è da ricondurre all’incontro con la sfera sessuale, bensì all’impatto con la dimensione del dolore.

La maturazione dell’individuo implica una consapevolezza sempre più accentuata della sofferenza pervasiva e universale del mondo circostante. Nel renderci coscienti, il dolore ci spoglia dell’innocenza, ovvero della capacità di “non nuocere”, perché ci impone una presa di posizione rispetto ad esso.

Diventare adulti, ne consegue, equivale a compiere delle scelte. Belfast è la cronaca delle scelte di Buddy e dei suoi familiari, dei dilemmi che le attorniano e delle contingenze che le determinano: dai genitori (Catriona Balfe e Jamie Dornan), divisi tra il partire alla volta di una promettente, seppur aliena, Inghilterra e il rimanere in una Belfast familiare ma dilaniata da guerriglia e instabilità sociale, a Buddy, chiamato dalla cugina più grande Moira (Lara McDonnell) a partecipare al furto di una barretta di cioccolata. Ancora, la presa di posizione del padre di Buddy, che un criminale locale e attivista settario vorrebbe immischiare nella lotta armata unionista.

Pregna di significato, dunque, è la scena dell’omelia: la famiglia di Buddy si reca in chiesa, dove il pastore pronuncia una metafora sulla biforcazione (“a fork in the road”): Buddy la farà propria nel corso del film.

Il conflitto, morale, familiare, personale, si risolve così: mamma e papà decidono di partire, Buddy ruba il cioccolato e Pa rifiuta di appoggiare la causa lealista. Curiosamente, le tre scelte sono concatenate.

Lo sguardo di Buddy, che pure detta le frequenze su cui si imposta Belfast, risente dell’influenza dei nonni paterni. Senz’altro, le figure mitizzate di “Mommy and Daddy” (Judi Dench e Ciaràn Hinds) conferiscono alla pellicola tinte amarcord (più delle riprese in monocromo). Nel caldeggiare il nipote senza viziarlo, i nonni forniscono gli strumenti utili alla sua autodeterminazione. 

L’episodio in cui Daddy si rivolge al nipote in ospedale è emblematico. In questo tenero quadro familiare, Kenneth Branagh tratteggia il bisogno di essere radicati:

“You are Buddy from Belfast 15, where everybody knows you. Your pa, your mommy, your daddy, your granny, and your brother look out for you. The whole family looks out for you. And wherever you’ll go, and whatever you’ll become, that will always be the truth. And that thought will keep you safe.”

La certezza degli affetti e il senso di appartenenza alla sua terra (indissolubilmente intrecciati in Belfast) sono profondamente radicati nel piccolo Buddy. Il suo senso di sé è sicuro e inviolabile. Buddy si affaccia all’età adulta senza timore, al netto del dolore insito nel mondo, di cui acquisisce crescente consapevolezza. Posto a un bivio, compie la sua scelta. Così facendo, una presa di posizione dopo l’altra, ‘he becomes of age’. 

“When I was a child, I talked like a child, I reasoned like a child. When I became a man, I put the ways of childhood behind me.”

Riconfermando la versatilità dei Corinzi 13, Branagh coglie l’universale (la Storia) nel particolare (la sua storia personale). Non cede così alle critiche di chi vorrebbe inquadrare Belfast nella cornice dei film drammatici a sfondo politico.

Al contrario, la pellicola fa dell’ordinarietà la sua forza: scivola sapientemente fra il pub, la scuola e le strade, le abita come Buddy e i suoi familiari da generazioni a questa parte. È quanto più ricca quanto più è banale

Un’epistola al passato di Branagh, adornata da tecnicismi e prove attoriali volte a risaltarla: Belfast è un racconto di formazione della miglior specie.

Soprattutto, è story telling ammaliante.

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