Cos’hanno in comune i Soldi con pecore, oche e sale

I misteri della finanza sono oggi accessibili all’intelletto di pochi. Un po’ come il segreto del successo dei ‘Soldi’ di Mahmood. Ma fin da bambini capiamo che a ogni oggetto può essere assegnato un valore di scambio, e che tre caramelle sono decisamente troppo poche in cambio dell’agognata figurina indispensabile per completare l’album degli animali.

In età arcaica classica le caramelle non esistevano e quindi ci si doveva arrangiare con altri mezzi: le pecore. In una società fondata sull’allevamento andavano parecchio come merce di scambio. Guarda caso, pecus è il termine latino con cui si indicava il bestiame ed oggi ‘pecunia’, un suo derivato, viene ancora utilizzato per riferirsi scherzosamente al denaro.

Ma, si sa, col passare del tempo tutto diventa più complicato e quando si trattò di stipendiare i soldati romani che cambiavano città in continuazione, i nostri animali lanosi non erano certo i più adatti. Un micro-gregge per ogni soldato sarebbe risultato eufemisticamente sconveniente. E allora si trovò qualcosa di più maneggevole, con un valore ben più alto del bestiame a parità di peso e ingombro: il sale. Ebbene sì: era proprio in sacchettini di sale che venivano pagati, nei primi tempi, i soldati romani.

Oggi abbiamo le gioie dei frigoriferi e le ambiguità dei conservanti, ma fino a molto poco tempo fa uno dei metodi più conosciuti per conservare i cibi era metterli sotto sale. Per questa ragione, il sale divenne un bene tanto prezioso da essere utilizzato come merce di scambio. Il controllo della foce del Tevere era ambito perché esso equivaleva ad impossessarsi delle sue saline, quindi del sale, quindi della vendita di una merce che oggi costa meno di un euro al kilo. Roma crebbe prima di tutto grazie all’importanza del Tevere e deve ad esso la sua espansione: è proprio da Roma che partiva una via verso nord, che spostava principalmente merci e in seguito anche persone. Indovinate il nome? Via Salaria. Insomma, quando parliamo di ‘salario‘, in realtà abbiamo a che fare con un significato ben più antico e concreto di quanto pensiamo.

E come si è arrivati alla moneta? Ancora più preziosi e leggeri del sale erano i metalli. Certo però dovevano essere fusi e coniati in dischetti tondi per praticità. Ebbene, la prima zecca romana aveva sede proprio a Roma, nello specifico sul Campidoglio, vicino al tempio di Giunone MONETA. La dea si chiamava così per proteggere il processo di coniazione? No. Monere in latino vuol dire ‘avvertire’, e per quanti legami metaforici possiamo cogliere tra il denaro e il prestare attenzione, Giunone si chiamava così perché, secondo la leggenda, le oche protettrici del suo tempio avevano starnazzato per avvertire i Romani dell’arrivo dei Galli, nel lontano 390 a.C. (spoiler: non funzionò tantissimo e le oche non vennero più usate per la difesa della capitale). Per tirare le somme, il significato del termine ‘moneta’ non ha niente a che vedere col denaro. Al massimo ha a che vedere col nostro modo di ragionare per associazione: lo sapevate che la metonimia è la figura retorica più abusata dal nostro cervello?

Come si sia passati dal valore reale a quello simbolico ed infine virtuale del denaro è un’altra storia. È certo che ci vuole un alto grado di astrazione mentale per inventare qualcosa come la finanza, che, in fondo, si occupa di qualcosa che non esiste. Geniale, un motore invisibile che tutto muove e rende reali problemi immaginari.

Tra pecore, sale e oche gli antichi avevano certo i piedi più per terra di noi e, forse, avevano anche qualcosa che noi abbiamo perso.

 

immagine tratta da https://wsimag.com/it/economia-e-politica/45388-la-magistratura-monetaria-nellantica-roma

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