0. A thing of beauty is a joy for ever

Questa rubrica prende il nome dal primo verso di Endymion (1818), un poema di John Keats (1795-1821), meno noto e forse pregevole di altre sue opere (per citarne solo alcune, Ode to a Nightingale, Ode on a Grecian Urn, La Belle Dame sans Merci, When I have fears that I may cease to be, Bright star, would I were stedfast as thou art), ma con uno degli incipit più famosi di tutta la letteratura inglese.

A thing of beauty is a joy for ever. Una cosa bella è una gioia per sempre.

Anzi, per Keats, che visse una vita segnata dalla sofferenza del lutto (i genitori, la nonna, il fratello Thomas) e in seguito anche della malattia (affetto da tubercolosi, ne morirà a venticinque anni), la Bellezza è qualcosa che in spite of all […] moves away the pall from our dark spirits, che è in grado di travalicare l’umana sofferenza. Si tratta della bellezza della Natura, ma anche di quella della poesia: parla di sole, luna, piante, fiori, ma anche di all lovely tales that we have heard or read [tutti i bei racconti che abbiamo ascoltato o letto]. La Bellezza è immortale, un dono divino (An endless fountain of immortal drink, / Pouring onto us from the heaven’s brink). Ed è proprio su questo rapporto tra immortalità della Bellezza e mortalità e sofferenza umane che Keats riflette in molte delle sue opere, e questo tema è certo il più significativo della sua produzione.

In questo poema in particolare, il tema è riproposto a partire dalla vicenda mitologica dell’amore della dea Selene (da Keats chiamata con l’appellativo di Artemide Cynthia) e del pastore Endimione. Endimione sogna la dea, se ne innamora e affronta un lungo, faticoso e sofferto viaggio per raggiungerla, ma decide di rinunciare a questo amore impossibile per uno mortale, una fanciulla indiana che incontra lungo il percorso. Questa fanciulla si rivelerà poi essere la stessa Selene, che, pur combattuta anch’essa, non ha saputo rinunciare all’amore per Endimione: There is not one, / No, no, not one / But thee, gli confesserà (Endymion, 4, 285-287).

La Bellezza, quindi, benché sembri lontana, eterea, irraggiungibile, si può invece ritrovare anche nella mortalità delle res, e, anzi, proprio nella sofferenza e nella contingenza umane. Non a caso, nel quadro di George Frederic Watts (1817-1904), la falce disegnata dal corpo di Selene e il corpo dormiente di Endimione (che riprendono i marmi del Partenone, amatissimi sia da Watts sia da Keats) formano un cerchio, un’unione, ma anche un simbolo di eternità. Possiamo quasi percepire il respiro che i due si stanno scambiando, in un momento sospeso che, a mio parere, offre promesse ben più rassicuranti della Creazione di Adamo di Michelangelo: Selene cinge teneramente con il braccio la testa di Endimione, e lo slancio delle linee compositive non può che condurre allo sfiorarsi di quelle labbra (con un espediente che ricorda molto Canova). L’eterea, immacolata luce che irradia dalla Luna si riflette sul corpo di Endimione, che sembra assorbirla e rifulgerne.

Trovo straordinario che per Keats, e, possiamo intuire, anche per Watts, sia proprio l’Arte, il prodotto umano che forse più di altri si nutre delle sofferenze, degli interrogativi, delle passioni e sogni che più ci sono propri, a costituire il simbolo più alto della Bellezza, dell’eternità oltre l’uomo e oltre il tempo. La Bellezza addirittura si rafforza nel tempo (its loveliness increases; it will never / pass into nothingness), e forse è in virtù di ciò che quanto più un’opera è antica tanto più sembra irraggiungibile e lontana nel suo splendore (a questo proposito, potete leggere Ode on a Grecian Urn), perché dimostra con la propria esistenza di poter sopravvivere al tempo e alla caducità dei mortali.

Credo che questa idea di un’umanità capace, diventando consapevole delle proprie sofferenze, di essere baciata dalla Bellezza e di rimanere profondamente toccata da essa sia uno degli aspetti più sublimi e ricchi del vivere. Il lasciarsi pervadere dalla Bellezza è l’esperienza più umana e più divina che possiamo avere.

 

A thing of beauty is a joy for ever:

Its loveliness increases; it will never

Pass into nothingness; but still will keep

A bower quiet for us, and a sleep

Full of sweet dreams, and health, and quiet breathing.

Therefore, on every morrow, are we wreathing

A flowery band to bind us to the earth,

Spite of despondence, of the inhuman dearth

Of noble natures, of the gloomy days,

Of all the unhealthy and o’er-darkened ways

Made for our searching: yes, in spite of all,

Some shape of beauty moves away the pall

From our dark spirits. Such the sun, the moon,

Trees old and young, sprouting a shady boon

For simple sheep; and such are daffodils

With the green world they live in; and clear rills

That for themselves a cooling covert make

‘Gainst the hot season; the mid forest brake,

Rich with a sprinkling of fair musk-rose blooms:

And such too is the grandeur of the dooms

We have imagined for the mighty dead;

All lovely tales that we have heard or read:

An endless fountain of immortal drink,

Pouring unto us from the heaven’s brink.

 

Nor do we merely feel these essences

For one short hour; no, even as the trees

That whisper round a temple become soon

Dear as the temple’s self, so does the moon,

The passion poesy, glories infinite,

Haunt us till they become a cheering light

Unto our souls, and bound to us so fast,

That, whether there be shine, or gloom o’ercast;

They always must be with us, or we die.

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