Un’esperienza del Collegio Internazionale nell’ambito delle Digital Humanities

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A conclusione di questa prima serie di Digital Humanities Project, abbiamo intervistato i ragazzi che, nell’ambito del corso di Digital Humanities 2: Introduction to Coding, parte del percorso minor in Digital Humanities del Collegio Internazionale Ca’ Foscari, hanno realizzato un’installazione interattiva in collaborazione con il DVRI (Distretto Veneziano della Ricerca e dell’Innovazione) come progetto conclusivo. Il consorzio (di cui fa parte anche l’Università Ca’ Foscari di Venezia) comprende enti impegnati in un progetto di rigenerazione urbana sulla base della ricerca, occupandosi, per esempio, della realizzazione della Science Gallery Venice.

Melina Russo, studentessa di Ca’ Foscari di Lingue, Civiltà e Scienze del Linguaggio, ci riferisce che l’installazione consisteva in un tavolo interattivo su cui era stata disegnata una mappa di Venezia. Sulla mappa erano disposti dei bussolotti, ognuno di un colore diverso e corrispondente a uno dei diversi enti che compongono il DVRI. È stata utilizzata la tecnica del color tracking per collegare ciascuno dei bussolotti al logo del rispettivo ente, che appariva sulla versione virtuale della mappa proiettata su uno schermo posto davanti al tavolo. Muovendo i bussolotti si muovevano quindi i loghi corrispondenti sullo schermo e, se il bussolotto veniva posto in corrispondenza dell’ente che rappresentava, allora sullo schermo veniva riprodotto un video, anch’esso realizzato dagli studenti del corso, costituito da un collage di immagini e brevi clip che spiegavano il lavoro e il ruolo dello specifico ente. Una volta “trovati” tutti gli enti, la mappa virtuale li avrebbe mostrati tutti connessi tra loro a rappresentare il rapporto di scambio di conoscenze che deriva dal far parte del DVRI. Il progetto è stato presentato ad un evento ufficiale del DVRI, sotto la supervisione del professore Massimo Warglien e della collaboratrice DVRI Gabriella Traviglia.

Marco Del Din, studente di Ca’ Foscari di Lingue, Culture e Società del Giappone, ci racconta inoltre di un’altra funzione inserita nell’installazione, pensata per rendere più difficile il gioco: sono stati scelti quattro detti veneziani, che sono stati divisi in segmenti (corrispondenti circa ad una parola), a loro volta mescolati; ogniqualvolta si fosse realizzata una connessione fra due enti, un segmento sarebbe apparso sullo schermo. Una volta completate tutte le connessioni, i dodici segmenti sarebbero tutti apparsi disposti in ordine casuale. A questo punto stava al fruitore dell’installazione rimetterli in ordine e scoprire il detto.

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Il progetto è stato realizzato dopo un solo anno di studio. Abbiamo quindi chiesto ai ragazzi quale fosse, dopo quest’anno di “familiarizzazione” con le Digital Humanities, la loro percezione di questa branca di studio e se essa fosse cambiata rispetto a quella che avevano prima di affrontare il corso.

Linda Pietrasanta, studentessa di Lingue, Culture e Società della Cina, ritiene ora che ci siano molte più applicazioni delle Digital Humanities di quante credesse inizialmente. Come anche in precedenza, pensa che i digital tools non siano assolutamente indispensabili alle discipline umanistiche, ma crede che possano essere un supporto indubbiamente molto utile, come ben esemplifica il semplice fatto che i testi digitalizzati siano di solito più accessibili e fruibili di quelli cartacei. Tuttavia, poiché ci troviamo ancora in un’epoca di transizione, da una parte abbiamo innovatori che vedono il potenziale dell’applicazione della tecnologia alle discipline umanistiche, dall’altra una porzione consistente di umanisti che continua a riservare sguardi scettici alla tecnologia e alla sua applicazione alle discipline di questo genere. Secondo Linda, è probabile che, una volta superata questa fase di transizione e appreso al meglio il potenziale delle DH, potrebbero svilupparsi molte altre innovazioni utili.

Serena Guida, studentessa di Economia e Commercio, è invece contraria alla concettualizzazione delle DH come un campo uniforme; sostiene invece che all’interno di questa branca vi siano numerose diramazioni differenti. Benché quando si cerchi di spiegare cosa siano le Digital Humanities si tenda ad apporre, come esempi di metodi e mezzi utilizzati nel campo, soprattutto la digitalizzazione del materiale (sia esso letterario, archeologico, o di altra natura), questo non è, secondo Serena, l’aspetto più importante delle Digital Humanities. La digitalizzazione, infatti, è indubbiamente un aspetto importante per il lavoro degli accademici, ma, benché cambi il metodo di accesso alle fonti, non crea di fatto qualcosa di nuovo. Ciò che è davvero rilevante, dice, è più astratto: “Si tratta dell’adozione di un approccio che sia più legato all’idea di informazione”, o, in altre parole, si tratta di “applicare ad una disciplina modelli di altre discipline. L’impatto dell’uso degli strumenti computazionali varia poi tra le singole discipline, perché in alcuni casi la materia viene solo digitalizzata (cioè trascritta in forma digitale mantenendo invariato il contenuto), mentre in altri si viene a modificare concretamente l’ambito disciplinare utilizzando gli strumenti computazionali come modus operandi.

Pensando ad una prospettiva futura, Melina Russo ritiene che nelle Digital Humanities l’apporto digital inteso come sola digitalizzazione dei materiali verrà presto incorporato alla componente più tradizionale delle humanities. “Molti paesi nordici possiedono ormai da anni le riproduzioni digitali complete e annotate dei manoscritti, dunque, nella loro prospettiva, la filologia supportata da materiali digitali non è più percepita come filologia digitale, ma semplicemente come filologia.

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