Gli Oscar di Linea20: Call Me By Your Name

Secondo appuntamento con la speciale rubrica cinematografica che ci accompagnerà sino alla notte degli Oscar per conoscere meglio i film che si contenderanno la statuetta più iconica del mondo: protagonista è Call Me By Your Name, uscito nelle sale italiane lo scorso febbraio. Si tratta del quinto film di Luca Guadagnino, sceneggiato da James Ivory e basato sull’omonimo libro di André Aciman, con Timothée Chalamet e Armie Hammer nei due ruoli principali. È una storia d’amore, ma soprattutto di crescita: “un film per famiglie”, lo ha definito il regista, come a metterci in guardia dal voler attribuire troppo in fretta a Call me by your name un genere che non gli appartiene. Presentato in anteprima al Sundance Film Festival nel gennaio 2017, è candidato a quattro premi Oscar, tra cui miglior film.

La trama: voto 3,5

Voto3.5

Estate 1983: in mezzo alla campagna lombarda, Elio, diciassette anni, passa le sue giornate leggendo e trascrivendo musica, mentre “aspetta che l’estate passi”. Il padre, professore di archeologia, come ogni anno, invita uno studente a trascorrere qualche settimana nella villa di famiglia per completare la sua tesi di dottorato: è così che Oliver entra, con i suoi modi troppo diretti, ‘americani’, nella vita di Elio, portando con sé turbamenti e contrasti interiori, che crescono insieme alla consapevolezza di un’attrazione del tutto nuova. Questo crescendo emotivo si risolve in un amore intensamente felice, idilliaco nel senso originale, greco, del termine, che progredisce insieme all’estate ormai piena e s’imbeve delle sue sensazioni. Tutto passa in fretta: Oliver parte e a Elio resta un ricordo vivo e un dolore che, seguendo la lezione finale del padre, non vorrà anestetizzare.

La regia: voto 4

Voto4

Commentando Call me by your name con un’amica, è emersa, tra le altre, l’osservazione che “non si tratta di un film rivoluzionario”. È un’osservazione vera, ma solo fino a un certo punto. Vera perché la regia di Luca Guadagnino, piuttosto che essere nuova, è classica, piena di cenni al passato del cinema italiano e francese e ai suoi maestri – nella sua intervista a Repubblica, Guadagnino fa frequenti riferimenti a Bertolucci e cita La luna tra i film che gli sono serviti d’ispirazione. Falsa perché questa classicità, se così la si può chiamare, oggi la si trova raramente: è una cosa quantomeno diversa, se non rivoluzionaria. Con la sua lentezza e i suoi silenzi, il film riesce a rendere in modo assai vivido, da una parte, le sensazioni della campagna estiva, dall’altra, l’universo soggettivo dei personaggi, e particolarmente quello di Elio, che è il filtro attraverso cui la storia si presenta allo spettatore.

Il cast: voto 4,5

Voto4.5

I due attori protagonisti, Timothée Chalamet – candidato all’Oscar per il Miglior Attore Protagonista – nel ruolo di Elio e Armie Hammer nel ruolo di Oliver, riescono a rendere le scene più difficili e ambigue con grande delicatezza e realismo. Chalamet, che ha ventidue anni, interpreta perfettamente gli atteggiamenti e le movenze da adolescente, in certi momenti ancora quasi infantili, del diciassettenne Elio. Michael Stuhlbarg – che nello stesso anno è comparso anche in The Shape of Water e in The Post –  e Amira Casar nel ruolo, rispettivamente, del padre e della madre di Elio, ed Esther Garrel nel ruolo di Marzia, aggiungono ulteriore valore al film, con interpretazioni che riescono tutte estremamente naturali.

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Conclusione

Un film semplice nella sua struttura, ma splendido nell’equilibrio che crea tra la naturalezza e il realismo dei personaggi e la sospensione di una campagna che sembra quasi un mondo parallelo, di una casa in cui si passa da una lingua all’altra e si legge l’Heptaméron in salotto, e che sembra anch’essa, nella sua serenità perfetta, fuori dal tempo e dallo spazio. È anche grazie a quest’ambientazione tra l’iperrealistico e l’irreale che la storia di Elio emerge in modo così personale e intenso. Un’altra cosa ancora: Call me by your name riesce a essere, e questo è probabilmente uno dei suoi più grandi meriti, straordinariamente privo di retorica. Nel dipanarsi lineare della storia non si riesce a rintracciare alcun passaggio obbligato, alcun paradigma narrativo: non è una storia d’amore, o, ancor meno, una storia d’amore gay, ma quella storia, la storia di Elio e Oliver, solo loro, particolare, e forse è proprio questa sua caratteristica a renderla così delicata.

Di Serena Guida

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