La battaglia dell’islandese contro l’“estinzione digitale”

A differenza di molte altre lingue, quando necessita di una nuova parola, l’islandese raramente ne importa una. Al contrario, gli appassionati coniano un nuovo termine radicato nell’antico passato norreno della lingua: un neologismo che abbia l’aspetto, il suono e il comportamento dell’islandese. Per esempio, la parola islandese per computer è tölva, una combinazione di tala, che significa “numero”, e völva, “profetessa”. Un browser è vafri, che deriva dal verbo vagare. Podcast diventa hlaðvarp, qualcosa che si “carica” e “lancia”. Ciò rende piuttosto unico l’islandese, una lingua la cui grammatica complessa rimane quasi com’era un millennio fa e il cui vocabolario è rimasto puro, ma che si trova perfettamente a proprio agio con concetti tipici del ventunesimo secolo come “touchscreen”.

Ma per quanto antico, puro e creativo possa essere, per quanto sia essenziale per il senso d’identità nazionale e culturale degli islandesi, l’islandese viene parlato oggi a malapena da 340.000 persone – e Siri e Alexa non sono tra queste. In un’epoca di Facebook, YouTube e Netflix, smartphone, riconoscimento vocale e assistenti digitali, la lingua delle saghe islandesi – scritte su vellum tra il 1200 e il 1300 d.C. – sta affondando in un oceano di inglese.

“Si parla di “minoritarizzazione digitale””, dice Eiríkur Rögnvaldsson, professore di lingua islandese e linguistica all’Università dell’Islanda, “quando una lingua maggioritaria nel mondo reale diventa una lingua minoritaria nel mondo digitale.”

Gli insegnanti delle scuole secondarie già riportano che i quindicenni conducono, in cortile, intere conversazioni in inglese, e bambini molto più piccoli dicono agli specialisti del linguaggio che “sanno qual è la parola” per qualcosa che viene loro mostrato su una scheda, ma non quella islandese.

Poiché, al giorno d’oggi, i giovani islandesi in particolare trascorrono una porzione tanto grande delle loro vite in un mondo digitale quasi interamente inglese, dice Eiríkur, non ricevono più l’input di cui hanno bisogno per costruire solide basi di grammatica e lessico nella propria lingua nativa. “Potremmo anzi essere testimoni di una generazione che cresce senza una vera lingua madre”, dice.

La lingua è sopravvissuta, in passato, a influenze stranieri considerevoli, come per esempio sotto la dominazione danese. L’impatto dell’inglese, tuttavia, “è unico per portata d’impatto, intensità di contatto e velocità di cambiamento”, sostiene Eiríkur. “Gli smartphone non esistevano dieci anni fa. Al giorno d’oggi quasi tutti sono a contatto con l’inglese a tempo pieno.”

La varietà e la quantità di inglese a portata di mano degli islandesi è cresciuta esponenzialmente, nella maggior parte dei casi in modo molto più rilevante e coinvolgente di quanto non avvenisse in passato, spiega Iris Edda Nowenstein, una dottoranda che lavora con Eiríkur a uno studio completo – della durata di tre anni – sull’impatto che ha il contatto con la lingua digitale su 5000 persone.

“Una volta, fuori da scuola, si faceva sport, si imparava a suonare uno strumento, si leggeva, si guardavano gli stessi programmi tv e si giocava agli stessi videogiochi”, dice. “Ora su telefoni, tablet, computer, televisioni ci sono infiniti giochi, film, serie televisive, video, canzoni. Si fa conversazione con Google Home o con Alexa. Il tutto in inglese.”

L’inglese potrebbe non essere il nemico – in linea di principio, il multilinguismo è ovviamente una buona cosa – ma anche solo il suo peso e la sua varietà online sono soverchianti, sostiene Nowenstein. E l’islandese non è il solo in questa situazione: almeno ventun lingue europee sono potenzialmente a rischio di “estinzione digitale”, secondo i ricercatori.

I relativamente pochi parlanti dell’islandese hanno anche una padronanza non comune dell’inglese e adottano molto presto e con grande entusiasmo le nuove tecnologie. “L’ovvia preoccupazione è che i giovani comincino a dire: ‘Okay, quindi non possiamo usare questa lingua all’estero. Se non la usiamo granché neanche in Islanda, a cosa serve?’”, si chiede Eiríkur.

A questa vera e propria bufera per una lingua così piccola si aggiunge il fatto che essa sia sotto assedio anche nel mondo reale. La selvaggia isola del nord dell’Atlantico ha accolto quasi due milioni di visitatori stranieri, l’anno scorso, quattro volte quelli del 2008, e gli immigrati ora costituiscono il 10% della popolazione, cinque volte la percentuale di vent’anni fa. Trattandosi per la maggior parte di lavoratori dell’UE con contratti a breve termine per la lavorazione del pesce o il turismo, i nuovi residenti di rado hanno bisogno di padroneggiare l’islandese e i suoi tre generi, quattro casi e sei forme verbali. Nei bar, nei ristoranti e nei negozi del centro di Reykjavík può essere difficile per i locali farsi servire nella propria lingua nativa.

La maggior preoccupazione, tuttavia, è data da internet. Tranne Google – che, soprattutto perché ha un ingegnere islandese, ha aggiunto il riconoscimento vocale dell’islandese al proprio sistema operativo Android – i giganti di internet non hanno alcun interesse a offrire opzioni in islandese per una popolazione delle stesse dimensioni di quella di Cardiff.

“Supportare digitalmente l’islandese costa loro quanto supportare il francese”, dice Eiríkur. “Apple, Amazon … se guardano al loro tornaconto, non lo faranno mai. Non avrebbe una giustificazione economica.”

Dove anche esistano versioni in islandese, dice Nowenstein, non sono perfette. “Si può impostare Facebook in islandese, ma non se la cava bene con i casi,” dice, “quindi le persone si irritano a vedere i loro nomi nella forma grammaticale sbagliata e lo impostano di nuovo in inglese.”

Max Naylor, un accademico del Regno Unito a sua volta coinvolto nello studio, afferma di aver inviato email e lettere ad Apple più volte, ma di non aver mai ricevuto risposta. “Non ci aspettiamo un sistema operativo che funzioni perfettamente, ma speriamo che almeno si aprano alla collaborazione”, dice.

ll governo islandese sta mettendo da parte 450 milioni di krónur (ca. 3,6 milioni di euro) all’anno per i prossimi cinque anni per un fondo di tecnologia del linguaggio che, si spera, produrrà materiali open-source che gli sviluppatori possano usare, ma la sfida – dalle app ai frigoriferi che si attivano attraverso la voce ai social media alle auto che si guidano da sole – è immensa.

L’islandese è sopravvissuto quasi indenne per ben più di mille anni, e alcuni esperti temono che morirà molto presto. “Rimane comunque la lingua maggioritaria e ufficiale di uno stato nazionale, dell’istruzione e del governo”, dice Nowenstein.

“Ma il timore è che diventi obsoleto in sempre più domini, che il suo uso venga limitato fino a essere la seconda scelta in intere aree della vita delle persone. Di conseguenza ci si preoccupa che gli islandesi comprendano molto meno, per esempio, del loro patrimonio culturale.”

Nel frattempo, dice Naylor, i tassi di capacità di lettura e scrittura dei bambini islandesi stanno precipitando di pari passo con la riduzione del loro vocabolario. “Si potrebbe presto arrivare a una situazione dove gli islandesi non saranno parlanti nativi né dell’islandese né dell’inglese”, dice. “Quando l’identità è tanto legata alla lingua… è difficile sapere cosa ciò implicherebbe.”

 

Articolo originaleIcelandic Language Battles Threat of Digital Extinction

Un pensiero su “La battaglia dell’islandese contro l’“estinzione digitale”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.