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6. Rapsodia: Manhattan

Gershwin profila lo skyline di Manhattan con un guizzo di clarinetto (ringraziamo tutti Ross Gorman per il contributo). A poco a poco anche l’orchestra segue lo strumento. Lo fa sommessamente, quasi poco convinta, tanto che sembra che si stia risvegliando insieme alla città, o che sia un po’ scettica rispetto a quel matto di clarinetto, così rumoroso così presto. Vediamo le prime auto del traffico mattutino, e la voce di Woody Allen comincia.

«Chapter one. He adored New York City. He idolised it all out of proportion.»

Uh, no. Make that «He romanticised it all out of proportion.» There.

«To him, no matter what the season was, this was still a town that existed in black and white and pulsated to the great tunes of George Gershwin.»

Uh… no. Lemme start this over. 

La voce ci racconta un fantomatico “capitolo uno”, interrompendosi e riscrivendo ogni poche righe. Eppure, è grazie a ognuna di queste false partenze che di fronte a noi le immagini e la musica si fondono inscindibilmente. Romanticised e vediamo un tipico diner all’angolo di una strada, e il clarinetto si lancia in un altro virtuosismo. Pulsated e di fronte a noi ci sono camion, costruzioni, traffico, un mercato, persone e cose che si muovono in febbrile attività. L’orchestra inizia a essere più convinta, rivendica il proprio spazio, cresce come si espande la narrazione.

«Chapter one. He was too romantic about Manhattan, as he was about everything else. He thrived on the hustle, bustle of the crowds and the traffic. To him, New York meant beautiful women and street-smart guys who seemed to know all the angles.»

Ah, no, corny. Too corny for a man of my taste. Let me… try and make it more profound. 

Il clarinetto sembra ammiccarci mentre vediamo delle donne passare per strada e degli operai che interrompono il proprio lavoro per ammirare una ragazza che passa loro davanti. Con il pianoforte, arriva la risoluzione alla “profondità”, e la lenta e austera immagine di un traghetto sostituisce quella della scena di strada.

«Chapter one. He adored New York City. To him, that was a metaphor for the decay of contemporary culture. The same lack of individual integrity that cause so many people to take the easy way out… 

… was rapidly turning the town of his dreams in…»

No, it’s gonna be too preachy. I mean, you know, let’s face it, I wanna sell some books here.

Al pianoforte si aggiungono i fiati, le percussioni, l’orchestra è pronta, è presente, inizia a dimostrarci quello che sa fare, tenendoci ancora sospesi, una tensione che riflette ed è riflessa dalle continue interruzioni e riprese di Allen. Aspettiamo una conclusione, o almeno una direzione precisa, ma né Gershwin né il regista sembrano intenzionati a venirci incontro.

«Chapter one. He adored New York City, although to him it was a metaphor for the decay of contemporary culture. How hard it was to exist in a society desensitised by drugs, loud music, television, crime, garbage…»

Too angry. I don’t wanna be angry.

Loud music e il pianoforte comincia un assolo sempre più lanciato, ritmato, convinto, così come la risoluzione del narratore:

«Chapter one. He was as tough and romantic as the city he loved. Behind his black-rimmed glasses was the coiled sexual power of a jungle cat.»

I love this. 

«New York was his town and it always would be.»

BAM!

Un’alba maestosa si apre quasi violentemente su Central Park, l’orchestra ormai si scatena senza freni, un volume che ci investe e ci sovrasta, come uno tsunami, come la metropoli, i suoi grattacieli, i suoi oceani di persone, il traffico, il rumore, e la vastità dei suoi spazi. La telecamera continua a giocare sulle proporzioni, e in sequenza mostra una coppia che si bacia, un angolo di strada trafficato, i palazzi illuminati di notte – la metropoli è tanto piccola da potersi nascondere tra labbra chiuse in un bacio e tanto ampia da potersi confrontare con la vastità della notte.

Possiamo quasi sentire il sapore della vita notturna prima che l’orchestra rallenti solo quanto basta per assicurarsi che leggiamo per bene la scritta lampeggiante Broadway che ci si staglia davanti, occupando tutto lo schermo. Times Square illuminata, i taxi, il buio, lo stadio ricolmo di gente.

La conclusione è perfetta. Si apre di fronte a noi un’inquadratura, anzi, più precisamente, una fotografia notturna: i grattacieli hanno le finestre illuminate, e seguendo la cadenza della musica esplodono di fronte a noi degli enormi fuochi d’artificio, resi se possibile più brillanti e spettacolari dal bianco e nero in cui è girato il film. Il fumo, gli scoppi di luce, il contrasto con il buio rendono degnamente giustizia all’immagine di grandeur decadente della sequenza iniziale. Se Gershwin aveva sentito la Rapsodia in blu come «una sorta di caleidoscopio musicale dell’America, del nostro vasto melting pot, del nostro irripetibile brio nazionale, della nostra follia metropolitana», Woody Allen, con il prezioso contributo di Zubin Mehta e della New York Philarmonic, è riuscito a legare inscindibilmente questo brano spettacolare a New York, a Manhattan, rendendolo simbolo e riassunto di una realtà al contempo infinitesimale – quella dei singoli protagonisti del film – e mastodontica – quella della metropoli, che diventa vero e proprio personaggio di questo racconto.

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