Vorrei parlarvi di luce

Tempo di lettura: 7 minuti

Oggi vorrei parlarvi di luce.

La luce è l’ “ente fisico al quale è dovuta l’eccitazione nell’occhio delle sensazioni visive, cioè la possibilità, da parte dell’occhio, di vedere gli oggetti”. Possibilità, mi piace questa parola che sussurra e balbetta: la luce è la possibilità della vista, l’occasione di vedere le cose del mondo delineandone i contorni che emergono dal buio. Dalla stessa radice dell’italiano luce, del latino lux, luk-, deriverebbe anche il verbo inglese to look.

La luce è possibilità della vista e della percezione, quindi del ricordo, del racconto.

Oggi vorrei quindi parlarvi di luce percepita. Non basta infatti che ci sia luce, ma serve soprattutto che ci sia qualcuno in grado di vederla, anzi di usarla per vedere ciò che lei sta mostrando o non mostrando: è grazie all’osservatore che la luce ha per noi un senso; è solo osservando che possiamo vedere – con tutto ciò che questo bel giro di parole e sinonimi può comportare. Vedere è un atto culturale. Anche la luce è cultura, poiché ciò che guardiamo lo vediamo sì fisicamente con gli occhi, ma ogni immagine viene stravolta e interpretata nel nostro cervello, con i pregiudizi, i preconcetti, le strutture mentali che possediamo.

Oggi vorrei quindi in realtà parlarvi di luce raccontata (la terza volta è quella buona, state tranquilli). O meglio, del racconto che la luce può fare. Se la luce è la possibilità della vista, ciò che vediamo ha la possibilità di essere ricordato e, soprattutto, essere fatto ricordare. Per esempio, si può ricordare quanto visto con altra vista: le immagini.

Cos’è infatti un quadro se non qualcosa di visto che viene reso eterno dall’arte?

Che sia una rappresentazione del reale, che sia un’espressione di una visione interiore, che sia un’interpretazione personale di qualcosa che appare ai nostri occhi, si tratta pur sempre di un vedere e soprattutto di un voler rivedere. Ogni immagine è luce immortalata su un supporto, è colore cangiante che emerge per volontà non propria dal buio nero: il bianco (anche il greco leukos è etimologicamente legato a “luce”) attrae l’occhio verso di sé e fa apparire (in greco phaino, verbo il cui etimo è legato a phos, luce) oggetti, persone, luoghi.

Vorrei che immaginaste di camminare in una lunga galleria di quadri: immaginate che dal buio della stanza emerga della luce che li illumina, e che vi permette quindi di vederli. E quella stessa luce, magari soffusa, che cade dai faretti verso le superficie irregolari ricoperte di pittura, vi consente di vedere quella luce che illumina dall’interno quegli stessi quadri, la luce dei dipinti. Ovviamente ogni maestro ha usato la luce dell’ambiente per creare effetti particolari, sfruttare il chiaroscuro e far emergere o nascondere alcuni dettagli, dare corposità alle figure, emozione alle forme: ma ognuno di loro era anche soggetto alla sua luce, quella dell’ambiente in cui lui personalmente viveva ed era immerso, che gli consentiva di vedere ciò che voleva rappresentare.

Quando si viaggia in un Paese diverso dal proprio, si viene continuamente sorpresi dalle differenze, anche quelle apparentemente più insignificanti. E la luce è esattamente uno di questi dettagli: non tutti i luoghi sono illuminati allo stesso modo, con la stessa intensità. Eppure il giorno è sempre giorno, la notte sempre notte.

La Danimarca e l’Olanda sono per gran parte dell’anno molto più bui dell’Italia: anche d’estate, nonostante le giornate più lunghe, la luce è meno intensa, meno calda. 

Non mi sono accorta di questo finché non sono entrata nei musei: non ho visto la luce all’esterno fino a quando non ho visto una luce all’interno, del passato, intrappolata sulle tele per dare nuova luce agli spazi attorno a me.

È stato particolarmente evidente a Aarhus in Danimarca, dove, al museo ARoS, era stata allestita la mostra “Elisabeth Jerichau-Baumann – Between Worlds” dedicata all’artista polacco-danese. In tutta la prima parte della mostra si susseguivano ritratti di nobili danesi; nelle sale successive invece i quadri erano ispirati ai volti incontrati nei viaggi che l’artista aveva fatto nel Sud dell’Europa e in Nord Africa. Migliaia di confronti tra i ritratti dei nobili e quelli dei soggetti degli altri Paesi sarebbero possibili; ma, appunto, oggi vi voglio parlare di luce.

La luce dei primi quadri è limpida, quasi fredda: cade nitida sui volti alteri e delinea i dettagli con chiarezza. Quasi si può sentire il vento gelido trattenuto fuori dagli ambienti domestici, quasi si sente il suo fischio tra le imposte. È la luce che filtra attraverso un cielo che va dal bianco ghiaccio al celeste intenso. Si tratta di una luce pallida, limpida, quasi bianca, senza macchie, di cui ci si può fidare perché mostra semplicemente quello che c’è da mostrare, non ingentilisce, non inganna. È una luce piena di tillud, fiducia sincera e libera. La luce dei quadri successivi è completamente diversa. L’occhio non ha il tempo di riabituarsi che subito incontra lo sguardo sfrontato delle donne del Sud, abbronzate, abbagliate e abbaglianti, piene di vita, in qualche modo capaci di trasmettere un senso di abbondanza pur nella miseria che i loro ritratti raccontano. Non siamo passati dal buio alla luce, dalla caverna al cielo aperto: abbiamo solo cambiato tipo di luce. I colori sono più vividi, più intensi, più arroganti. È una luce che spinge a uscire di casa e a impastarsi in strada con le vite degli altri, a far bollire desideri sanguigni, a parlare, gridare. È una luce rumorosa, che solo a guardarla si sente l’organetto in strada, il flauto in un boschetto, un canto che giunge da una finestra aperta per la calura. Qui il cielo è azzurro, alla sera è color velluto, direbbe qualcuno. Non so se ci sia da fidarsi di meno, ma quando ho visto questa mostra l’ho finalmente vista, l’ho riconosciuta: è la mia luce, è come la strada di casa, ci sono affezionata, non posso giudicarla.

Questa percezione, questo riconoscimento (una mia piccola personale forse ridicola epifania – ancora ritorna phaino) mi ha accompagnata anche ad Amsterdam, la terza città che in questi ultimi tre anni mi ha accolta e ospitata.

Sono entrata al Rijksmuseum e ad un certo punto ho capito la luce che vivevo in quei mesi in quella città: nella luce del passato olandese, tra le pennellate a olio erano state intrappolate alcune caratteristiche che ancora oggi sono parte di Amsterdam e dei Paesi Bassi in generale, per quello che ho visto. La luce è filtrata dalla cultura dei popoli che l’hanno dipinta: gli olandesi vivono spesso in casa, le luci sono calde, gialle, sono luci da interni. L’illuminazione di un paese così buio, buio pesto durante l’inverno, è fatta con candele, poi lampadine, che mirano a scaldare non solo i corpi ma anche la vista. La sensazione è quella di poter stare sotto la coperta sul divano, con una tazza di cioccolata calda; ma anche di congelarsi in bicicletta mentre si sfreccia accanto ai canali, perché si sta tornando a casa.

È una luce da interni ma che paradossalmente viene riflessa, raccontata nei dipinti anche all’esterno: non c’è nessuna freddezza nelle pitture, anche i pattinatori di Avercamp pur nel bel mezzo di un inverno ghiacciato si muovono in una luce calda, accogliente. È la luce dei Mangiatori di patate, è la luce della Ronda di notte.  Piccole luci domestiche e calde che spingono fuori quel chiarore sinistro che si intravede dall’esterno. In Olanda è sempre grigio, ma le luci gialle riempiono le città appena fa buio: non solo illuminazione pubblica, ma anche privata, perché le case olandesi tipiche hanno grandi finestre senza tende, e le luci delle case si vedono dalle strade.

È una luce accogliente, ma non gratuita, non generosa: viene concessa se viene chiesta, se si viene invitati. A volte è una luce che si vede da fuori, che si sa che non appartiene a noi. Eppure basterebbe chiedere perché venga fatto posto a tavola e quella lucina gialla illumini anche il nostro piatto. In un certo senso è anche la luce della Notte stellata, perché ognuno porta la luce che conosce con sé finché non ne vede un’altra con altri occhi.

Non so se sia possibile narrare un racconto che riproduca la luce, o almeno che trasmetta la sensazione che io ho avuto guardando queste opere. Vorrei solo che questo parlare di luci vi abbia incuriosito a vedere e a cercare la vostra luce.

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