Il “Commesso viaggiatore” di Miller ai giorni nostri: Il sogno è morto, l’illusione rimane

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La “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller è uno di quei capolavori del teatro contemporaneo che vengono riproposti con cadenza regolare nei palcoscenici più prestigiosi del mondo. È tuttavia raro che un regista decida di re-interpretare l’opera, come avviene ormai sempre più spesso a testi del passato, cambiandone l’ambientazione, i costumi o addirittura le sfumature dei dialoghi. Infatti, sia nell’acclamata ultima produzione a Broadway nel 2012 (con un grande Philip Seymour Hoffman, a cui restavano solamente due anni di vita, nel ruolo del protagonista), sia in quella magistralmente messa in scena al Teatro Goldoni dal 13 al 16 febbraio scorso, il testo e le indicazioni originali di Miller sono stati seguiti alla lettera. Ciò nonostante, settant’anni dopo la sua prima produzione del 1949, il “commesso viaggiatore” ha perso ben poco del suo impatto sul pubblico, che continua a essere partecipe della tragedia, all’apparenza dimenticando la distanza temporale (e, nel caso di un pubblico europeo, geografica) che lo separa dai suoi protagonisti.

Prima di domandarsi come un’opera scritta appena qualche anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale possa mantenere la propria freschezza di fronte al pubblico di oggi, è tuttavia necessario ricordare brevemente le circostanze della sua prima uscita. Quando Miller presenta per la prima volta la vicenda di Willy Loman, commesso viaggiatore che, accecato da un’incrollabile devozione per il cosiddetto “sogno americano”, presiede a un fallimento professionale e personale, prima ancora che economico, della sua famiglia, gli Stati Uniti d’America stanno attraversando un periodo di benessere economico senza precedenti.

Sono gli anni in cui, uscendo da un conflitto che ha lasciato indenne il suolo nazionale, il paese vede un rapido aumento dei salari accompagnati da una disoccupazione ai minimi storici e tassi di inflazione ancora bassi. Anni in cui, inoltre, vengono fissate le basi del welfare state moderno, anche grazie a governi che, in seguito al loro successo nell’arginare gli effetti della Grande depressione, innalzano le ricette economiche di John Maynard Keynes praticamente a religione laica. L’esclamazione di Willy, che in una delle prime scene dichiara che “la competizione è esasperante” (“the competition is maddening”) dovette risultare scioccante per un pubblico che era tornato a considerare il capitalismo statunitense come il sistema migliore per il raggiungimento del benessere.  

In questo contesto, la versione che offre Willy del sogno americano è particolarmente selettiva. Nell’epoca consumistica, la condizione essenziale per il successo professionale è l’essere “ben voluti”, pseudo-valore al quale Willy educa senza tregua i suoi figli, che crescono quindi nell’illusione inculcatagli dal padre di avere un futuro radioso, semplicemente in virtù della loro popolarità, apparenza e prestanza fisica (il passato del figlio maggiore Biff come promessa del football sono il ricordo preferito di Willy, in cui si rifugia sempre più spesso man mano che perde il contatto con la realtà). Nonostante abbia passato decenni a lavorare senza sosta, Willy deride chi, come il vicino di casa Charley e suo figlio Bernard, mette il duro lavoro davanti alla coltivazione di un’immagine affabile e vincente. Nello stesso tempo prova una vera e propria venerazione per chi, come il suo deceduto fratello maggiore Ben, ha conseguito il successo grazie al coraggio e alla fortuna (“a 17 anni sono entrato nella giungla – racconta Ben in una delle sue apparizioni – a 21 ne sono uscito e, per Dio, ero ricco”). 

Dagli anni del dopoguerra fino ai giorni nostri, l’egemonia della cultura popolare americana nei consumi del nostro paese ha fatto sì che gli ideali del sogno americano venissero radicati profondamente anche nel nostro modo di concepire il successo professionale. Ma dagli anni di Miller è cambiato quasi tutto. Se per Willy e sua moglie Linda la libertà consisteva nell’esaurimento dei debiti (il mutuo sulla casa e le rate della macchina in primis), per le nuove generazioni il problema è addirittura a monte. In un contesto di dilagante precarietà professionale, accedere a un mutuo per comprare una casa è una chimera per la maggior parte dei giovani italiani.

Diversa nei dettagli, ma sostanzialmente analoga, è la situazione nel mondo anglosassone, dove il peso di debiti studenteschi esorbitanti continuerà a gravare sulle spalle delle nuove generazioni per anni a venire. Inoltre, la parabola professionale di Willy, che dona la sua vita a un’azienda che lo ripaga licenziandolo nel suo momento di più grande difficoltà, risulta difficile da digerire in un’epoca in cui cambiare spesso lavoro è diventato la norma. Negli Stati Uniti, il concetto stesso di “sogno americano” ha ormai connotazioni ben diverse, non più rivolto principalmente a una classe media in rapida diminuzione, ma associato sempre di più ai flussi migratori e alla formazione di una nuova identità statunitense che promette di ridisegnare il volto culturale e politico del paese. 

La chiave del dramma, tuttavia, non è la condizione socio-economica di Willy, ma il suo rapporto con essa. Ed è in questo senso che, nonostante i cambiamenti epocali degli ultimi settant’anni, l’identificazione col commesso viaggiatore rimane in vita. Se soprattutto in seguito alla crisi economica del 2008 il pubblico ha assunto un atteggiamento ben più diffidente verso le dinamiche dell’economia capitalista, e difficilmente può fare a meno di vedere Willy come un ingenuo, preda di forze sistemiche spietate che si illude di aver compreso, il suo dramma continua a colpirci quasi inaspettatamente. Una possibile spiegazione è che malgrado la nostra maggiore consapevolezza delle insidie del sistema, non abbiamo smesso di illuderci della nostra abilità di manipolarlo a nostro vantaggio. L’insistenza di Willy Loman sull’essere “ben voluti” non è diversa dalle esortazioni contemporanee non solo a coltivare la propria immagine, assumendo comportamenti, maniere e abbigliamenti uniformi ma soprattutto conformi alle aspettative di un generico “mercato del lavoro”, ma a coltivare strumentalmente e ossessivamente contatti professionali sperando in un tornaconto personale (il cosiddetto networking è un termine di recente invenzione, per il quale il povero Willy non ha fatto in tempo ad entusiasmarsi). Ecco quindi che nell’epoca del “personal branding” ci viene insegnato che tutto ciò che non è spendibile in un CV ben formattato non ha alcun valore. Allo stesso tempo, la mole senza precedenti della competizione fa sì che, nell’immaginario collettivo, un culto dell’apparenza abbia definitivamente sostituito l’intelligenza, l’impegno e la vocazione come biglietto d’entrata nel mondo professionale.

L’essere “ben voluto” di Willy Loman, da condizione che al più dovrebbe essere una ciliegina sulla torta di una vita fatta comunque di lavoro, studio e intraprendenza, sembra a tratti essere stato accettato come la valuta più ambita nell’economia contemporanea. Nonostante la professione del commesso viaggiatore sia ormai pressoché estinta, siamo diventati tutti commessi viaggiatori di noi stessi, ancora convinti che chi di noi è “ben voluto” avrà vita facile. E troppo tardi rischiamo di accorgerci della tossicità di tale convinzione. Perché, come si rende conto Willy nella scena finale, è evidente che, se l’apparenza è l’unica cosa che conta, davanti agli inevitabili fallimenti di cui anche la vita più trionfante è piena, il problema saremo sempre e soltanto noi

di Arturo Gorup de Besanez

“Morte di un commesso viaggiatore” è stato messo in scena al Teatro Goldoni dal 13 al 16 febbraio, diretto da Leo Muscato, con Alessandro Haber e Alvia Reale nei ruoli principali.

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