0. È la banana

Finalmente in Germania: neve sul Brennero a inizio settembre, pioggia torrenziale per tutta l’Austria, vento e diluvi per tutto il tratto di Baviera che dal confine arriva alla mia destinazione. Ignorando, come ogni eroe tragico che si rispetti, i presagi funesti che mi si paravano di fronte in assetto militare, mi sono ritrovata a Bamberga.

Sono arrivata, ma non sono sicura – come accade un po’ troppo spesso, ultimamente – di cosa io stia facendo esattamente o di quanto buona sia stata questa idea (vedi i presagi meteorologici funesti). Proprio non ci voleva, penso, non avrei dovuto: ho tanto su cui devo concentrarmi in questo periodo e farlo a distanza sarà anche più faticoso del necessario. E poi la gente nuova, quando mai sono stata brava con la gente nuova? Da qui in poi il mio cervello, dopo anni di allenamento, non ha certo bisogno di aiuto per lanciarsi a capofitto giù per un dirupo di autoflagellazione che Amleto spostati, quindi vi lascio immaginare con che spirito sia arrivata all’incontro di orientamento per gli studenti internazionali.

Scrivo dopo essermi registrata in comune come residente (Anmeldung), sono qui ormai da una settimana. Ho cominciato le lezioni di tedesco e sto partecipando alle attività che organizzano per noi internescional. Forse complice un misto di birra – Bamberga è la capitale tedesca della birra, ma di questo parlerò più avanti – e di troppo sole, dovuto al caldo estivo di questi ultimi giorni, sono arrivata al punto di chiedere in giro se qualcuno abbia una bicicletta da darmi (che è un po’ come tatuarsi, se si è studenti internazionali in questa città: o un’ottima, o una pessima idea. Indovinate per quale propende il mio Amleto interiore). Se penso alle condizioni in cui ero lunedì, mezza dall’altra parte per i fumi della candeggina che stavo usando quasi pura per disinfettare uno degli appartamenti più atroci in cui abbia mai messo piede, ma soprattutto con addosso un’angoscia di vivere che solo la vera età adulta riesce a incutere quando iniziate a scorgerne la sagoma (troppo, troppo vicina), mi spavento un po’. Basta davvero così poco? Sono sufficienti solo un paio di birre, delle persone gentili e una bella città per farmi sembrare tutta quell’angoscia meravigliosamente lontana? 

Per ora, pare di sì (l’Amleto interiore sta seriamente considerando di chiedere un sostituto, perché lo sto ignorando e uno così non può lavorare). Credo che l’esperimento del direttore dell’Akademisches Auslandsamt sia un buon riassunto di quel che sto esperendo in questi giorni. “Vorrei cominciare con un piccolo esperimento culturale“, ci ha detto, accendendo la lavagna luminosa. Solo che sulla lavagna luminosa non ha sistemato un foglio, ma una banana. “Discutete per un minuto con quelli seduti intorno a voi per stabilire se si debba cominciare a mangiare dal lato del picciolo o dall’altra parte”. Alla fine della discussione (metà della quale è stata ovviamente dedicata a tristi battute da dodicenni, perché il dodicenne interiore non muore mai e perché, per un qualche oscuro motivo, questi e Amleto vanno d’accordo), la sala era divisa quasi a metà. Tre eroici volontari si sono anche offerti, su invito del direttore, per provare delle fette di banana con la buccia. “Ecco, vorrei che vi ricordaste di questo dibattito mentre siete qui. Non solo perché vi dimostra che non sempre il vostro punto di vista su una questione, che vi sembra scontato, coincide con quello altrui, ma soprattutto perché la vita è una banana: potete iniziare a mangiarla dal lato che preferite, potete mangiarla senza la buccia o provare a vedere che sapore ha senza, potete buttarla via, ma siete voi a dover decidere cosa ne volete fare”.

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