Camminando sulla battigia, ho raccolto un osso di seppia

In un’intervista del 1971 Montale ha dichiarato che le sue prime opere “obbedivano al concetto di canzoniere […] una raccolta senza buchi, senza intervalli”. Le poesie che compongono Ossi di seppia ricostruiscono infatti l’iter biografico e poetico dei primi trent’anni dell’autore. Tuttavia, oltre ai componimenti più noti, l’esordio letterario del poeta genovese accoglie alcune liriche altamente rappresentative.

Antico, sono ubriacato dalla voce copre infatti molte tematiche care alla poetica montaliana, prima fra tutte la contrapposizione fra passato e presente. La lirica, inserita nella sezione Mediterraneo, ha come protagonista indiscusso il paesaggio della riviera del Levante ligure, sfondo delle “estati lontane” del poeta, quando, da fanciullo, si sentiva “scabro ed essenziale/ siccome […] i ciottoli/ mangiati dalla salsedine”, armonicamente inserito nel ritmo della natura, in un panismo dal sapore dannunziano. Al contrario, sottolineano i critici Cataldi e d’Amely, curatori per Mondadori dell’opera montaliana, ora il poeta “è costretto a riconoscersi nei frantumi scissi dal contesto, nei particolari espulsi dall’universale”: condizione esistenziale che vede nella “muraglia/ che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia” la sua formulazione più famosa e puntuale. Davanti alla voce roboante del mare, il poeta può infatti solo constatare la propria estraneità a quel Tutto “vasto e diverso e insieme fisso”. L’io lirico è al contrario ridotto a una “maceria”, appunto un frantume, in balia della risacca che, al pari della Natura leopardiana, è imperscrutabile e noncurante del destino dell’uomo.

La presa di coscienza di questo iato permette di riconoscere una cesura netta all’interno di questo canzoniere contemporaneo e, al pari della morte di madonna Laura per il celebre antecedente petrarchesco, segna la fine dell’infanzia. Se, infatti, in quella stagione “ogni attimo bruciava/negl’istanti futuri senza tracce” e “vivere era una ventura troppo nuova/ora per ora, e ne batteva il cuore”, il poeta è invece ingabbiato in “cure meschine”, in un “male di vivere” incomunicabile e in una ripetitività circolare ben descritti nella lirica Casa sul mare. Nella villa delle estati della sua giovinezza l’io lirico s’interroga sulla propria esistenza, constatando senza autocommiserazione, che il viaggio (metaforico) si è arenato in un tragico hic et nunc, scandito da “minuti eguali e fissi”. L’aridità dello scenario è interrotta nella terza strofa dal “tu”, riferito a Paola Niccoli, protagonista femminile degli ultimi “ossi” e del primo componimento In limine. “Attorno a questa figura femminile – afferma Gioanola in La donna e il religioso in Montale – il poeta elabora la distinzione tra un io condannato all’insfuggibile prigionia esistenziale e un tu che può salvarsi, trovare il varco, nell’evidente dislocazione nel personaggio della donna di una parte del sé”: all’attrice peruviana il poeta affida infatti la sua “avara speranza” di trovare quella che già nella lirica iniziale era definita come la “maglia rotta nella rete”. Una speranza, però, che non rischiara del tutto il “limbo squallido delle monche esistenze”, ma che resta relegata alla dimensione del “forse” e del “chissà”.

ANTICO, SONO UBRIACATO DALLA VOCE
Antico, sono ubriacato dalla voce ch’esce dalle tue bocche
quando si schiudono come verdi campane
e si ributtano indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro, mare,
ma non più degno mi credo del solenne ammonimento del tuo respiro.
Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento del mio cuore
non era che un momento del tuo;
che mi era in fondo la tua legge rischiosa:
esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.

CASA SUL MARE
ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora I minuti sono eguali e fissi
come I giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.

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