A Lepanto in pantofole

Prologo

Golfo di Corinto, 7 ottobre 1571

Tenete, indossate elmo e corazza, presto! Ora mettetevi lì, sulla poppa della nave, state bassi e reggetevi forte, perché si ballerà un po’ tra poco. Occhio alle schegge e alle frecce, se vi serve usate la rotella per coprirvi meglio. Cosa avete detto? Sì, la rotella è lo scudo, che discorsi! Bene, come avrete intuito guardandovi intorno, tra poco qui si scatenerà una grande battaglia. Grande quanto? Guardatevi intorno, alzatevi se vi serve, siamo ancora lontani: vedete gli alberi delle altre navi? Contateli se ci riuscite. Ci metterete un po’, perché parliamo di 210 navi, dal nostro lato. Ora giratevi e guardate avanti: ecco, quelle si distinguono meno, perché sono più lontane, ma vi assicuro che sono circa 350, o poco più. Che ne dite?

Siamo a Lepanto, e oggi qui si combatterà una delle più grandi e famose battaglie navali della storia: davanti a voi c’è la flotta ottomana, centinaia di navi che non vedono l’ora di fare cappotto con i cristiani, sconfiggendo anche la loro flotta dopo aver conquistato Cipro ai veneziani; dal nostro lato invece, ovviamente, ci sono le galee della Lega Santa, pronte (in particolare quelle veneziane) a vendicare la terribile morte di Marcantonio Bragadin, il difensore dell’ultimo baluardo cipriota, Famagosta, che i turchi hanno torturato e scuoiato vivo dopo la resa della città. 

Sui ponti delle due flotte si trovano circa 30 000 soldati, 13 000 marinai e più di 40 000 rematori per parte: numeri apparentemente simili, ma che nascondono delle differenze che avranno un grande peso nello scontro. I cristiani, in particolare, hanno vari vantaggi: i loro soldati sono meglio corazzati (mentre i turchi prediligono combattere con armature più leggere o senza protezione per essere facilitati nel nuoto) e hanno un armamento tendenzialmente superiore, soprattutto per la maggiore presenza di archibugi e di uomini ben addestrati al loro utilizzo (tra cui una compagnia di 400 veterani sardi, il “Tercio del Mare Oceano”, che funge da guardia del corpo dell’ammiraglio spagnolo Don Giovanni); inoltre, la maggior parte dei galeotti (rematori) cristiani non sono schiavi musulmani, ma uomini liberi o comunque cristiani che potranno prendere parte al combattimento, a differenza dei rematori sulle galee turche, in buona parte cristiani che i turchi hanno schiavizzato e che chiaramente non si fidano di liberare.

L’esito dello scontro però non è assolutamente scontato: alla guida della flotta ottomana, dopotutto, abbiamo alcuni dei più famosi e temibili ammiragli e barbareschi. Tra di loro ci sono uomini come Müezzinzade Alì Pascià, comandante della flotta ottomana alla guida della sua ammiraglia, la Sultana; Mehmet Shoraq, soprannominato Scirocco, che è stato viceré di Alessandria; infine, Uluç Alì Pascià, un calabrese che dopo essere stato catturato dagli ottomani si convertì e divenne uno dei rinnegati più potenti dell’Impero Ottomano, partecipando a molte delle imprese navali più importanti di quegli anni e diventando famoso tra i cristiani con vari soprannomi come Luccialì, Occhialì o il Calabrese.

Dal nostro lato, comunque, abbiamo altrettanti famosi comandanti: sul corno sinistro dello schieramento c’è Agostino Barbarigo, capitano generale da mar veneziano prima di Sebastiano Venier e uomo con grandi capacità militari e, soprattutto, diplomatiche (tanto da aver fatto spesso da paciere in questi giorni tra l’ammiraglio spagnolo Don Giovanni d’Austria e l’irruento Venier); poi c’è lui, Don Giovanni, ventiquattrenne figlio illegittimo del defunto Carlo V e fratellastro del re di Spagna Filippo II, a capo di tutta la flotta dalla sua ammiraglia, la Real, al centro dello schieramento; alla sua destra, quindi, c’è Gianandrea Doria, cugino di secondo grado del famosissimo Andrea Doria, mentre al centro con lui gli altri principali comandanti, tra cui Marcantonio Colonna (generale e ammiraglio romano), Pietro Giustiniani (comandante del piccolo, ma agguerritissimo contingente maltese) e Sebastiano Venier, ammiraglio veneziano.

Ecco, noi siamo proprio sulla sua nave in questo momento, e il Venier è là davanti, circondato dai suoi uomini, tra i quali c’è sempre il giovane Lorenzo, suo nipote, destinato a una grande carriera tra un po’ di anni. Il Venier è un uomo di enorme esperienza (dall’alto dei suoi 75 anni), però ha un caratterino molto impetuoso: come vi raccontavo prima, lui e Don Giovanni hanno litigato molto in questi giorni, tanto che quest’ultimo sembra abbia minacciato persino di farlo impiccare, venendo poi riportato a più miti consigli dal Colonna e dal Barbarigo. Questo suo caratterino, però, non è solo negativo per la flotta. I suoi uomini ammirano il proprio ammiraglio, anche perché è pronto a scendere in battaglia con loro, armato di tutto punto: solo i piedi non sono coperti dall’armatura, perché indossa delle pantofole. Non osate pensare, però, che lo faccia per i calli o la gotta: lui assicura che gli diano solo maggiore stabilità sul ponte bagnato della nave.

Ora però basta parlare, lo sentite questo rumore? Sono i timpani, i flauti e i tamburi con cui i turchi accompagnano l’avanzata delle loro navi: in questo momento hanno il vento in poppa, e se sono fortunati potrebbero raggiungerci prima ancora che la flotta cristiana sia in ordine di battaglia. Preparatevi, perché ci saranno molte sorprese durante questa lunghissima battaglia (sempre se riusciremo a vederne la fine)

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