3. “… QUAE TUM FLOREBAT”

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Sibari fu (a detta delle fonti) una città densamente popolata, un centro di grande importanza economica e militare della Magna Grecia. Secondo la tradizione, alla ricchezza dei Sibariti corrispondevano cupidigia, depravazione e vizi.
Nel 510 a.C., alla fine di una guerra che la vide contrapposta a Crotone, Sibari venne sconfitta e distrutta (una vera e propria damnatio memoriae). Il corso del fiume Coscile, che scorreva nei pressi della città, venne infatti deviato in modo da sommergere le rovine di Sibari.
Le fonti e le evidenze archeologiche non permettono di ricostruire l’aspetto e le caratteristiche della città originale.
(Il titolo è tratto dal De amicitia di Cicerone).

Le onde si accavallano, si increspano, si distendono. Sul dorso hanno le tinte delicate del cielo, nel ventre sono nere, dure come la notte. Peleo galleggia, dà un colpo con le gambe per non affondare. Glauco appare all’improvviso, getta indietro la testa, le labbra strette, gli occhi chiusi, dai capelli si staccano gocce rotonde. Si muove per rimanere a galla, con le braccia increspa il velo dell’acqua. Per un po’ resta immobile, con il viso proteso verso l’alto.

Peleo si avvicina in silenzio. — Pare che sia finita — sussurra. Glauco dilata le narici, poi apre gli occhi. I ragazzi si scambiano un’occhiata, poi si voltano verso la riva. Una nuvola ricopre l’orizzonte.

— A me non dispiace rimanere qua. A te?

— Neanche a me.

Il vento della sera comincia a mordere gole e spalle. Peleo sente gli occhi di Glauco addosso, si volta.

— Ti fa male? — lo indica con il mento. Peleo alza la mano, si tocca la guancia; il sangue gli macchia le dita, la ferita brucia di sale. Si stringe nelle spalle, Glauco distoglie lo sguardo.

— Dove hai lasciato le armi? — chiede in un soffio.

Peleo non risponde subito. Apre la bocca, e tutto sembra troppo grande. Una coppa traboccante di vino, un pezzo di carne troppo grosso e troppo duro. — In città — dice soltanto. Rimastica le parole, poi socchiude le labbra e le sputa.

— Pure io — replica Glauco. — E adesso cosa faremo? Dove andremo? Non abbiamo più niente — continua.

Le onde spingono in basso Peleo, l’acqua gli entra nelle orecchie con un ruggito. È vero? si domanda, Non abbiamo più niente?

Quando, madido di sudore, è sgusciato fuori dalla corazza, le strade erano già ingombre di detriti, la bottega del barbiere era già un bosco di pali anneriti. Le vasche pubbliche erano piene di polvere. Mentre lui zoppicava verso la spiaggia, una porta si è spalancata e ne sono uscite quattro ragazze vestite di bianco e ocra, i pepli gonfi come guance, che sono scappate battendo i piedini sul selciato. Sono scomparse dietro un angolo e hanno cominciato ad urlare come papere.

Tra i palazzi ha intravisto un giardino ancora verde, e gli archi delicati di un porticato. Si è domandato se Afrodisia fosse già fuggita. Si è chiesto se le ragazze-papere fossero sue allieve, se imparassero da lei a muovere i fianchi e a compiacere gli uomini.

È uscito dalla città e si è gettato nel fiume. Ha cominciato a nuotare nell’acqua verde, quando un ruggito si è alzato alle sue spalle. Si è voltato. Disteso sulla schiena, ha visto il fuoco alzarsi dal tempio di Giove.

Non abbiamo più niente? Peleo solleva la testa, l’acqua sibila via. Cerca Glauco da sotto le palpebre brucianti.

— Dove andremo? — ripete. — Verso Metaponto. Andare a Crotone significherebbe la morte.

Glauco batte le palpebre come se non capisse, o provasse dolore. — A Metaponto. Dovremmo uscire dall’acqua… quando farà buio. In modo che i soldati non ci vedano.

Il sole si abbassa. Sul mare si distende una luce di rame. Peleo fa un cenno a Glauco e comincia a nuotare lentamente verso la riva. All’improvviso una mano lo afferra.

— Lo senti? — sussurra Glauco.

Peleo tende le orecchie.

Attende a lungo, respirando appena, finché Glauco non lo affianca. — Viene da là — mormora. Indica la foce del fiume: anche da lontano si distingue la spuma bianca e l’acqua verde che erompe dalla terraferma. Glauco e Peleo risalgono la spiaggia, le braccia strette sul petto, affondano i piedi nella sabbia calda.

Peleo tende il braccio, afferra Glauco per il polso, lo ferma. — Non lo vedi? — dice con voce tremula.

All’inizio il fiume sembra obeso di acque, poi affiorano le macerie. Le travi si schiantano contro il fondale, qui e là affiorano le teste e le braccia delle statue. Un armadio istoriato cade in mare con un boato, le ante si spalancano e lasciano uscire abiti verdi e bianchi che navigano sulle onde. La risacca spinge a riva monete d’oro, collane, fermagli, gioielli che brillano piano, come se avessero paura.

Glauco corre in acqua, solleva una seggiola, la fissa e la getta via. Avanza finché l’acqua gli arriva alla cintola, raccoglie una bambola di pezza, la getta via, insegue un piatto che rotea all’impazzata sulle onde. Peleo si ferma sul bagnasciuga, sente sotto il piede destro gli anelli di una catena; sul sinistro si ferma un cuscino fradicio, freddo come un gatto morto. Peleo rabbrividisce e lo scalcia via.

— Glauco, esci! Non sai cosa c’è là! — grida.

Glauco obbedisce. I ragazzi si siedono sulla sabbia e si stringono l’uno accanto all’altro.

Nel mare galleggia Sibari, dilavata dal fiume.

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