27. Hubert de Givenchy

“Dev’essere l’abito a seguire il corpo di una donna, non il corpo ad assecondare l’abito.”

Se ci venisse chiesto di pensare a Audrey Hepburn, molto probabilmente lo faremmo immaginandola con indosso il tubino della scena iniziale di Colazione da Tiffany (1961). Un abito di raso nero, lungo fin quasi al pavimento, con uno spacco sul fianco e le spalle scoperte, abbinato a lunghi guanti neri e ad alcuni fili di perle. Questo tubino, con cui la Hepburn appare non solo nella maggior parte delle locandine del film, ma anche in migliaia di riproduzioni, è opera di Hubert de Givenchy (1927).

Ma facciamo un passo indietro. Hubert de Givenchy rimase orfano di padre (il conte Taffin de Givenchy) all’età di due anni; il conseguente avvicinamento al ramo materno della famiglia gli permise di scoprire la propria vocazione. Questo ramo familiare era infatti più “artistico”: pittori, scultori, collezionisti – il nonno materno era amministratore delle Manifatture di Gobelins e di Beauvais e collezionista d’arte. Fu a contatto con i familiari che il giovane Hubert scoprì la propria passione per i tessuti. La sua famiglia, tuttavia, non approvava il suo desiderio di lavorare per una casa di moda, sebbene la madre lo difendesse e supportasse. A diciassette anni Hubert si trasferì a Parigi per frequentare l’École nationale supérieure des Beaux-Arts; a partire dal 1946 lavorò per Robert Piguet, poi passò brevemente a Lucien Lelong e infine a Elsa Schiaparelli nel 1947 (per cui divenne rapidamente direttore artistico), prima di aprire una propria maison nel 1952, a soli ventiquattro anni.

L’influenza più grande, però, sui suoi lavori rimase sempre Cristobál Balenciaga, di cui Givenchy ammira, in particolare, la coerenza – nel taglio, nella scelta del tessuto – e la ricerca della perfezione accurata e instancabile: gli abiti di Balenciaga sono infatti un minutissimo studio strutturale, atto a far sì che una donna possa muoversi con eleganza, senza che l’abito la intralci e senza “importunare” ella stessa il tessuto, per esempio muovendo un braccio. Il couturier era un architetto in grado di eseguire ogni passo della confezione di un abito – “Balenciaga era la mia religione”, ha affermato Givenchy.

Lo stilista fu rivoluzionario. Fino agli inizi degli anni ‘50, la moda era stata dominata dalla silhouette alla Dior: “floreale”, opulenta, caratterizzata da vita stretta, ampie gonne, tacchi e bustino nuovamente in voga per sottolineare la figura a clessidra e adattare il corpo all’abito – il New Look per le donne che non ne volevano più sapere dei castighi della guerra, sia in termini di quantità di materiale (Dior reintrodusse le gonne lunghe fino alle caviglie, supportate da strati di taffettà o tulle) sia in termini di seducente femminilità. Già con la sua prima collezione, Separates, Givenchy comincia a introdurre un cambiamento che porterà a una nuova silhouette: abiti che seguono la figura e non la costringono, scarpe basse, linee più essenziali e soprattutto possibilità di combinazione diverse a seconda dei gusti della cliente. Una linea più casual e soprattutto giovane, fatta di abiti confortevoli ed essenziali, pensata per le donne che vivevano il proprio tempo e non volevano avere lo stesso aspetto delle proprie madri: Givenchy fu il primo a lanciare una collezione di lusso prêt-à-porter. A questa nuova silhouette si aggiunse l’anticipazione degli anni ’60: nel 1957 apparvero i suoi abiti a sacca, che, passando per Mary Quant, diventeranno uno degli imperativi della moda del periodo, e sarà Givenchy ad accorciare nuovamente le gonne, invitando le donne a mostrare le gambe.

La grandezza di Givenchy (anche letterale: alto più di due metri, non passava certo inosservato) è tuttavia legata anche a Audrey Hepburn. I due si conobbero durante le riprese di Sabrina (1954). Billy Wilder, il regista, era alla ricerca degli abiti giusti per la protagonista e inviò la stessa Hepburn a Parigi perché acquistasse degli abiti secondo il proprio gusto e secondo le indicazioni della costumista Edith Head. Tuttavia, l’intervento di Gladys de Segonzac (ex direttrice della maison Schiaparelli, moglie del direttore della Paramount a Parigi) fece sì che, invece degli abiti di Balenciaga, venissero usati per le riprese proprio gli abiti di Givenchy. La Hepburn lo persuase a prestarle per il set gli abiti della collezione che stava realizzando e s’infuriò quando al couturier non venne accreditato il ruolo che aveva avuto (tanto che fu Edith Head a vincere l’Oscar per i migliori costumi per Sabrina). Da quel momento, l’attrice pretese per contratto che fosse Givenchy a vestirla per i suoi film d’ambientazione contemporanea, e così sarà. Anzi, l’attrice britannica divenne la sua musa: fu la prima attrice testimonial di un profumo, L’Interdit, creato appositamente per lei dall’amico, e indossò i suoi abiti per le riviste di moda oltre che nella propria vita quotidiana. I due strinsero una fraterna amicizia che durò quarant’anni, fino alla morte dell’attrice nel 1988.

Anche attraverso il legame personale e professionale tra i due, Givenchy raggiunse presto fama internazionale. Vestì non solo la Hepburn, ma anche Jacqueline Kennedy (che per ragioni di stato si faceva copiare parte dei modelli da uno stilista americano), Marlene Dietrich, Greta Garbo, Lauren Bacall, Ingrid Bergman. L’elegante semplicità delle sue creazioni parlava a donne giovani e attive, che volevano degli abiti in grado di accompagnarle nei loro impegni e nella loro nuova vita frizzante e moderna in giro per l’Europa, invece di costringerle in impalcature poco pratiche da casalinghe benestanti, e che potessero essere versatili quanto loro in termini di abbinamenti, ma sempre splendidamente chic.

 

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