Editoriale

FEDELI ALLA LINEA

tempo di lettura: 2 minuti

La festa appena cominciata è già finita: del settantatreesimo Festival di Sanremo restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, il cuore di simboli pieno. 

E’ stato giudicato che “margine” e “conflitto” non sono nelle nostre corde. Auspichiamo, nell’interesse di chi ci legge, che le canzoni della kermesse sanremese lo siano. In questo terzo numero di Linea 20 andiamo controvento, per davvero: rifuggiamo il peso delle aspettative scrivendo di nazional popolare. Musica leggera, anzi, leggerissima; musica che resta (e il resto scompare).

Basta lettere al di là del mare, si può fare di più facendo di meno: i disimpegnati.

L’essenziale è visibile agli occhi: dagli spot per venderci sorrisi (leggi: divani), alla guarnitura di rose rosse tutte le sere, la catarsi della diretta è coadiuvata da elementi pirotecnici. Laddove le sovrastrutture sono parte integrante della scenografia, l’artefatto è naturale, perché fatto ad arte: cioè, è programmato.

Chi vuole l’aumento, chi gioca a (Fanta)Sanremo: per il momento ci accontentiamo della seconda. Indugiamo in cinque giorni di dissolutezza, predisponiamo gli animi per lo sgarro, consci che, tempo il fine settimana, torneremo a sublimare il pensiero.

Così come ci emozioniamo e non poco per Gianluca Grignani e Arisa che librano sulla platea dell’Ariston sulle note di  Destinazione Paradiso, allo stesso modo m’immagino che i lettori e le lettrici di questa nostra pubblicazione saltino un battito nel realizzare che il prossimo numero vanta, fra i contributi, The underlying symbolism in Stephen King’s The Green Mile di Darya Paramonova. E’ risaputo: i grandi classici piacciono a tutti.

Tuttavia (non me ne voglia Darya), che siano questi i deliri di onniscienza di una redazione convinta di fare un favore al proprio pubblico piazzando un classico intramontabile e, invece, lo invita a cambiare canale propondo un artista con un repertorio oramai sul viale del tramonto? (A Peppino Di Capri fischiano le orecchie).

Stando all’algoritmo che disvela il traffico del blog (cui noi attribuiamo la stessa attendibilità degli antichi all’oracolo di Delfi), il pezzo di Darya ha passato il vaglio del tempo. Eppure, il tarlo continua a scavare.

Non vediamo che l’ombra della luce sul palco, l’ultima intelaiatura di una sequenza cui non abbiamo contribuito attivamente, ma di cui abbiamo goduto da fruitori. Analogamente, i nostri lettori non distinguono che la cornice di Linea 20. Non ascrivono importanza a ciò che sta fuori (non lo ravvisano), e il contenuto è un condensato di cui ignorano la sostanza prima e approssimano le trasformazioni. Altrimenti non potrebbe essere: urge prendersi sul serio più di quanto faccia il proprio pubblico. Tuttavia, questo pone un interrogativo: quando i riflettori si spengono, il sipario cala, la quarta di copertina viene girata, cosa rimane?

Sono solo canzonette, risposte non ne ho.

Forse, al netto delle considerazioni di cui sopra, aveva ragione Ultimo. Il più conforme ai gusti popolari (eccezion fatta per i palati della stampa), manifestazione eclatante di un sistema culturale mediocre e superficiale (l’abbiamo stabilito: il buon gusto non è costume), l’ha enunciata giusta. Ti amo non lo so dire, e, in fondo, queste sono solo parole: ti dedico il silenzio.

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