San Marco: il potere di un apostolo

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Decidere se parlare o meno della Basilica di San Marco nel corso di questo viaggio nella religiosità veneziana ha generato in me non pochi dubbi. Da un lato, Venezia non sarebbe se stessa senza il primo evangelista, il leone alato e la chiesa a lui dedicata, e questo lo si è visto bene anche in questi mesi di vacanza: chi ha avuto la fortuna di recarsi in Grecia, a Cipro, in Turchia, in Dalmazia, ma anche in Lombardia, sul lago di Garda e persino a Roma e a Londra, si sarà imbattuto più facilmente di quanto si pensi nel simbolo della nostra città. Ed ecco che dalla porta principale della città visitata fa la sua comparsa il leone alato sulla colonna nella piazzetta del piccolo borgo, che (almeno a me) fa sempre dire “pensare che siamo arrivati fino a qui”! Il noi che mi viene spontaneo usare indica i veneziani, quel popolo di navigatori, commercianti e conquistatori di cui, anche non vivendo Venezia, non ci si può che sentir parte: non si può cioè ignorare di essere in qualche modo legati alla storia della città di Venezia, al suo glorioso passato e all’influenza che ha avuto sulla cultura europea. Questo è quello che penso io: che la grandezza della città risieda oggi nel ricordo e nella memoria che di essa si fa, senza velleità nazionalistiche o simili, ma con la fierezza di far parte di un luogo che molto ha dato al mondo.   

D’altra parte, però, analizzare la basilica e il suo dedicatario vuol dire scrivere di cose ben conosciute e risapute: il furto del corpo del santo, la pianta a croce greca, i mosaici, e così via. Ero quasi sul punto di lasciar stare il tutto quando mi sono detto che ciò non poteva avvenire perché, per quanto noti e studiati, San Marco e la sua chiesa veneziana non possono essere tralasciati: Venezia è San Marco, San Marco è Venezia. La città non ha fondato su di esso solo il suo principale luogo di culto, ma l’idea stessa di sé, il suo voler essere sin dai primi secoli un luogo centrale per i commerci, la politica e la religiosità. La città lagunare volle sempre dotarsi di una carica simbolica e spirituale tale da poter rivaleggiare con Roma, Costantinopoli, Ravenna, Aquileia, Alessandria e Gerusalemme: città molto più antiche, che vantavano origini molto più illustri e che si ergevano a fari del Cristianesimo mediterraneo, usando questa influenza religiosa per aumentare (e legittimare) la loro ascesa politica. Così volle diventare anche Venezia, e così fece, andando a recuperare (o forse a inventare) una leggenda che collegava la città al primo degli evangelisti. 

Le notizie certe su Marco sono i momenti in cui viene citato negli Atti degli Apostoli, in particolare nella Lettera ai Colossesi, dov’è identificato come cugino di Barnaba, nella prima lettera di San Pietro che lo chiama “figlio mio” e nella seconda lettera a Timoteo, al quale Paolo dice di portare con sé anche Marco “perché mi sarà utile per il ministero”. Dunque Marco non è solo uno dei quattro scrittori della vita di Gesù, ma anche una figura legata ai due principali apostoli di Cristo: a Paolo, il predicatore dei gentili, e a Pietro, pietra d’angolo della Chiesa cristiana. 

Ma a Venezia questo non bastava: la città voleva che l’evangelista fosse legato in modo indissolubile a essa, di modo che le sue origini apostoliche non potessero essere messe in dubbio da nessuno e che la sua legittimazione fosse incontestabile. Ed ecco allora che nasce la leggenda, persa nei primi secoli del Medioevo, che vede Marco, inviato da Pietro a predicare ad Aquileia, naufragare sugli isolotti lagunari ancora disabitati. Svenuto per il naufragio, all’apostolo appare in sogno un leone alato che gli dice “Pace a te o Marco mio evangelista. Qui troverà riposo il tuo corpo”. L’evangelista viene così  legato saldamente a Venezia, la città che è destinata a ospitarne le spoglie e a godere della sua protezione. Poco importa che il leone sia il simbolo di San Marco e che stia in questo modo chiamando se stesso “mio evangelista”, e che questa sia in realtà la frase che, secondo le agiografie, Cristo (e non il leone) rivolge a Marco poco prima della morte ad Alessandria. Il leone apparsogli in sogno, nelle prime leggende, dice infatti “Pace a te o Marco evangelista del signore”. Forse, però, per i Veneziani, che della prima frase fecero il loro motto, era più utile indicare Marco come il loro evangelista, loro e di nessun altro, perché così Dio aveva voluto.  

Si parlava di destino, il fato per cui San Marco doveva arrivare a Venezia. Ed è da qui che nasce la più importante leggenda del mondo veneziano, di cui sono protagonisti Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, due nomi parlanti: Buono sembra riprendere l’antica carica romana (usata anche nei primi secoli a Venezia) del tribuno, mentre Rustico indicherebbe un personaggio della zona periferica e agreste della laguna. Due nomi che forse indicano l’unione di tutte le classi sociali del popolo veneziano, che allora viveva soprattutto nelle località di Malamocco e Torcello. Vuole la leggenda che questi due mercanti, giunti nell’828 ad Alessandria d’Egitto, riuscirono ad impossessarsi del corpo dell’apostolo e a portarlo, utilizzando il famoso stratagemma della carne di maiale, lontano dalle terre musulmane. I due ritornarono trionfanti a Venezia, dove il doge Giustiniano Partecipazio accolse la salma per deporla nella chiesa di San Teodoro, dove in seguito sarebbe stata eretta San Marco. E qui va fatta una precisazione, perché si decise di portare il corpo non nella cattedrale di Venezia, San Pietro di Castello, dove risiedeva il patriarca erede del metropolita di Aquileia, ma nella chiesa che fungeva da cappella del palazzo del doge: una funzione che anche la nuova basilica mantenne fino al XIX. L’evangelista venne posto sotto la tutela del potere politico e civico della città, desideroso di ottenere per sé la legittimazione proveniente dalle reliquie di un apostolo: Venezia otteneva così la stessa autorità di Roma con Pietro e Paolo, di Efeso che custodiva il corpo di Giovanni, di Santiago di Compostela. La città era ora una delle capitali della cristianità

Il nuovo livello raggiunto richiedeva però un nuovo luogo di culto, che si iniziò a erigere secondo le forme di una particolare chiesa di Costantinopoli. Si tratta dell’Apostoleion, della basilica che Costantino volle per sé come mausoleo ma anche come incarnazione della sua idea di potere: sotto cinque cupole disposte a croce, all’esatto centro della pianta a croce greca venne posto il sarcofago dell’imperatore, circondato da dodici sarcofagi che avrebbero dovuto accogliere le spoglie degli apostoli. Costantino, che in vita cercò (riuscendoci) di porre sotto il suo controllo la chiesa cristiana da lui resa libera, si presentava come un novello Cristo che, a seconda dei punti di vista, veniva circondato dai suoi celesti protettori o si poneva come il centro dominatore degli stessi. Tutto questo apparato non è presente a Venezia, ma rimane l’impianto di una chiesa greca, come si vede dalla planimetria, dal matroneo e dall’iconostasi, e “apostolica”, che nelle sue sembianze rimandava subito al potere simbolico e salvifico proveniente dai compagni di Cristo. Un luogo di culto che per molto rimase spoglio e disadorno, finché i Veneziani, tornati vittoriosi dalla Quarta Crociata, non iniziarono ad abbellirla con statue, bronzi, marmi e mosaici, simboli del nuovo potere raggiunto da quello che era nato come un borgo di pescatori. 

Il protagonista rimase però sempre il corpo del santo, sepolto in una cassa dorata sotto l’altare maggiore. È interessante ricordare come, durante i lavori di rifacimento alla fine dell’XI secolo, il corpo di San Marco venne perso e poi, poco prima della benedizione della nuova chiesa, miracolosamente ritrovato dentro un pilastro, dove era stato nascosto perché non venisse smarrito. Una scelta che potremmo reputare poco intelligente, ma la cosa più importante da sottolineare è un’altra: si è visto quanto una reliquia apostolica (specie un corpo intero) potesse valere in termini di prestigio e di legittimazione nel Medioevo, quindi non è impossibile pensare che il corpo del santo sia stato veramente smarrito e sostituito con un altro insieme di resti, dato che Venezia non poteva permettersi una perdita così enorme. Non si tratta di cinismo, ma di ricordare che anche gli uomini medievali, per quanto fortemente e veramente credenti, potevano mettere le questioni politiche davanti a quelle religiose e che erano maestri nell’arte della contraffazione delle reliquie. Si tratta ovviamente solo di un’ipotesi, ma che dimostra che è ancora rilevante parlare di questo santo e del suo corpo che, non si sa come e quando, giunse a Venezia, cambiandone profondamente la storia e la percezione. 

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