Danimarca dal Divano – o forse no

tempo di lettura: 6 minuti

Siete riusciti a salire sul treno?

Alla fine, io su quel treno ci sono salita davvero. Tre ore dall’aeroporto di Copenaghen alla stazione di Aarhus, dopo due ore in volo da Venezia, altre due dopo lo scalo ad Amsterdam e poi ancora il tragitto in tram (sì, tranquilli, sono anche riuscita a perdermi e aspettare per mezz’ora in mezzo al nulla in piena notte il tram successivo), e ancora non ci potevo credere.

Non potevo credere di salire di nuovo in aereo, non potevo credere di aver passato finalmente quel confine che era stato chiuso per tanto tempo, non potevo credere di visitare quel Paese che avevo solo studiato, non potevo credere di stare di nuovo in mezzo alla gente dopo mesi e mesi di vita sull’isola allarmati dal Covid, di non portare più la mascherina all’aperto, e poi nemmeno dentro al supermercato, di poter di nuovo brindare in un bar al chiuso, di essere tornata alla vita di prima in modo così intenso e inaspettato.

Ma andiamo con ordine. Perché anche nella gestione della pandemia c’entra il welfare state danese di cui abbiamo parlato l’altra volta.

Tanto per fare l’esempio più lampante, la vita a Aarhus mi sembrava tanto simile a quella che vivevamo nel 2019 perché, per entrare nei luoghi pubblici (università, ristoranti, biblioteche…), era necessario possedere un tampone dal risultato negativo non più vecchio di 72 ore – e poi potevi sederti e togliere la mascherina. Tutti questi tamponi erano ovviamente gratuiti – anzi, erano “pagati con le nostre tasse, uno spreco di soldi” come mi è stato fatto notare da un ragazzo danese. Spreco di soldi o no, a Venezia vivevo costantemente con la FFP2 e incontrare qualcuno per strada mi dava “ansia da Covid” – in Danimarca invece mi sentivo sicura e mi fidavo del fatto che anche le persone che mi erano vicine fossero negative al virus. È questa fiducia la chiave di volta della questione.

Come dicevamo l’altra volta, secondo il professor Bjørnskov, è il welfare state a essere il risultato della felicità danese, e non il contrario. E quindi? Qual è la ricetta magica per la felicità? La risposta va cercata in profondità nel tessuto sociale. La “felicità” danese deriverebbe, secondo lo studioso, da due fattori che permeano la mentalità dei Danesi: libertà e fiducia.

Il 94% dei Danesi afferma infatti di sentirsi libero di scegliere la vita che vuole. Nonostante il welfare state renda economicamente meno liberi, al contempo esso permette infatti di sentirsi socialmente liberi. Questo si traduce in mobilità sociale, uguaglianza.

Il secondo è un fattore intangibile, non quantificabile, addirittura non si nota se non lo si sperimenta (o se qualcuno non ne parla esplicitamente), ed è la fiducia, in danese tillud. Non per citare sempre numeri, ma il 70% dei Danesi dice di fidarsi delle persone – contro la media globale del 27%. Tillud significa aspettarsi che l’altra persona rispetterà gli accordi, farà la scelta giusta, si fiderà di te a sua volta. Significa reciprocità nel comportamento, perché se una persona si fida, anche l’altra dovrà farlo affinché il sistema funzioni. È una caratteristica intrinseca alla società, un insieme di regole non scritte, o forse addirittura una forma mentis, che informa il modo di vivere danese. Anche il concetto dell’hygge è legato alla fiducia: hygge è una parola intraducibile che sta a racchiudere quel senso di benessere dato dal gioire delle piccole cose, sentirsi sicuri e godersi il momento. Senza tillud capite bene che sarebbe difficile godersi alcunché.

Avere fiducia rende più facile credere nello Stato – e quindi pagare le tasse non è un problema ma anzi finisce per diventare motivo di orgoglio, ed è qui che ha origine il welfare state. In generale poi, la fiducia induce a fare affidamento sulla maturità delle persone – e quindi a permettere di svolgere tutti gli esami online a casa senza sorveglianza. Questo è stata forse una delle cose che più mi ha mostrato la presenza di questa caratteristica del tessuto sociale danese, perché mi ha coinvolto direttamente più di tutte. Sono abituata ad accendere anche due telecamere, se necessario, che mi monitorino per tutta la durata dell’esame, inquadrare il foglio su cui scrivo, mostrare sia il tesserino universitario sia la carta d’identità. Gli studenti danesi non hanno vissuto tutto questo: sono stati semplicemente invitati a non copiare, perché è sbagliato e perché “fa perdere di valore la vostra laurea e crea un danno alla società”. Punto e basta. E si trattava di esami open-book, certo, ma composti da esercizi da svolgere, uguali per tutti, e non da elaborati da scrivere, che per forza di cose devono essere originali. Poi alla fine della sessione, hanno mandato per mail un sondaggio per chiedere agli studenti se secondo loro gli esami online avessero aumentato la probabilità di copiare. Chiedetevi se i nostri professori si siano mai posti una domanda del genere – un mio esame originariamente composta da quattro domande aperte è stato trasformato in un quiz a risposta multipla con penalizzazione per ogni risposta errata seguito da un doppio orale, quasi esclusivamente per il timore che potessimo copiare.

Vivere sulla mia pelle la tillud danese mi ha fatto notare quanto abbiamo bisogno di fidarci gli uni degli altri e di quanto poco o tanto siamo disposti a farlo in base alle persone che incontriamo e alle situazioni in cui ci troviamo. Quante volte ci siamo sentiti “costretti” a fidarci perché non avevamo alternative? O quante volte abbiamo preferito arrangiarci perché “fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio”? Quanto non sarebbe più facile e time-saving (ma anche money-saving) credere che gli altri semplicemente faranno la cosa giusta? Quanto ci sentiremmo più “felici”?
Sarebbe riduttivo e poco utile concentrarsi su tutte le occasioni in cui non ci fidiamo delle persone e, di conseguenza, compatirci inutilmente “perché tanto così stanno le cose”. Un’altra cosa che ho imparato in Danimarca è quanto i Danesi tengano a godersi anche il poco di bello che c’è, vivere appunto momenti di hygge – un iced coffee in compagnia di un’amica, il profumo del mare mentre torni a casa, la luce dell’alba che d’estate arriva così in fretta da confondersi con il tramonto del giorno prima, la luna che finalmente fa capolino ed è così bella. Vi ricordate che ho accennato a ciò che accadde nel 1864? Si tratta di un avvenimento storico relativamente tragico nella storia danese, che viene ricordato con il nome di Grande Sconfitta, poiché in quell’occasione la Danimarca perse molti territori che passarono alla Germania (ed era pure stata una guerra che avevano iniziato i Danesi). Questo episodio si è impresso nella memoria collettiva e ha contribuito a formare la visione della vita della società danese, che appunto si “accontenta” del “poco” che ha. E si gode l’hygge.

Così ho iniziato a pensare a tutte quelle volte in cui invece ho avuto fiducia. Avete presente quell’esercizio stupido in cui due persone stanno una avanti all’altra come se fossero in fila e quella davanti chiude gli occhi, apre le braccia e si lascia cadere solo se ha fiducia che l’altra la prenderà al volo? Ecco, non è per niente un esercizio banale. Metaforicamente, è quello che dobbiamo fare ogni giorno con le persone, le istituzioni, il sistema con cui interagiamo. Tra le tante cose che questa esperienza intensa, improvvisa e inaspettata mi ha lasciato, c’è anche la tensione e lo sforzo di accantonare le lamentele per alzare un po’ gli occhi al cielo e vedere quanto sono piccole ma luminose le belle cose che ci circondano. Forse sono troppo smielata, dite? Vi auguro di farvi travolgere dalla meraviglia di una bellissima “unexpected experience” e scoprire quanto è importante lasciarsi sorprendere da ciò di positivo c’è nelle cose.

Se ad aprile mi avessero chiesto di fare un bilancio della mia esperienza Erasmus, sicuramente il verdetto sarebbe stato pesantemente negativo: corsi, insegnanti, compagni, DaD, orari delle lezioni (avrei salvato la pausa di un quarto d’ora a metà lezione, però). In tutta onestà non lo avrei consigliato a nessuno. Eppure quelle sette settimane di “mobilità in presenza” hanno donato così tanto alla persona che sono oggi. Quindi sì, fidatevi: a volte spalancare le braccia e lasciarvi cadere sarà un disastro, ma a volte c’è davvero qualcuno che vi afferra al volo. Ed è inaspettatamente meraviglioso lasciarsi sorprendere.

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