Recensione: Nel vivaio delle comete di Carlo Ossola

tempo di lettura: 4 minuti

“Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis 
Vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: 
Σιβυλλα τι θελεις; respondebat illa: αποθανειν θελω.”

AVENDO GLI DEI
rovesciato i pollici, io vestito
di corteccia,
raggiungo i più bassi rampichini, presto è
oggi, per sempre le marcature,
la masnada dei raggi,
pervengono, danzando,
oltre l’antimateria,
fino a te,
nel vivaio delle comete.

Ritrovatomi assieme a due amici in uno dei miei luoghi preferiti di Venezia, luogo dispensatore di miracoli (e proprio della libreria “I Miracoli” sto parlando), mi venne consigliato con assoluta leggerezza – “Autore geniale: il libro della vita!” – Nel Vivaio delle Comete, Figure di un’Europa a venire di Carlo Ossola (2018). Non mi dilungherò sulla figura dell’autore, il quale spero già conosciate o vogliate approfondire dopo aver letto le mie assolutamente superflue divagazioni.

A lungo ho pensato di cominciare quest’articolo con parole di fuoco e di desolazione, prendendole a prestito dalla meravigliosa poesia di T.S. Eliot; tuttavia, dissuasomi, ho deciso di impiegare come exordium proprio la poesia di Celan – tratta dalla collezione postuma Dimora del Tempo – utilizzata dallo stesso Ossola.

Per Ossola, il XXI secolo è figlio di un periodo buio e arranca nell’assoluta mancanza di valori, quasi non avesse solidi riferimenti. È un secolo cieco e, benché condivida la caratteristica tipica degli oracoli, non riesce a prevedere le proprie sorti, né tantomeno possiede la capacità di guardarsi indietro. In questo frangente storico nasce dunque la necessità di una retrospezione che si interroghi su quale sia il lascito europeo dalla valenza universale. L’Europa, quindi, come Vivaio di Comete che indicano la direzione da seguire; comete che Ossola riconosce in trentatré autori dall’antichità alla contemporaneità. Il percorso dello studioso italiano ci riporta ad autori patriarchi e direttori di valori, fini osservatori dei loro e dei nostri tempi. Dalla lettura traiamo che è questo il più grande patrimonio di una cultura e di un continente che hanno lasciato dietro di sé una vastissima produzione letteraria e filosofica, ma anche inquietanti ombre che di tanto in tanto riaffiorano in superficie. Ombre che vanno riconosciute e contrastate con forza. Ombre che vanno contrastate, per riprendere proprio Ossola, con il fulgore della fiamma di quelle rapide comete che, qualora si disponga dell’ardore necessario, possono essere catturate con le proprie mani.

Ossola sceglie come protagonista del primo ritratto d’autore il greco Plutarco, indagatore dei «nascondimenti degli Dei». La continua perdita di un sentire religioso comune testimoniata da autori greci e latini raggiunge una vetta altissima con la “Parabola del folle”: «Gott ist tot! Gott bleibt tot» (Dio è morto! Dio resta morto!). Anzi, Nietzsche non risulta poi tanto distante dal saggio De defectu oraculorum (Περὶ τῶν ἐκλελοιπότων χρηστηρίων) di Plutarco: «Allora colui che chiamava con voce tonante disse: “Quando sarai giunto alla Palude, annuncia che il Gran dio Pan è morto”». Ungaretti in “Risvegli” chiede invece: «[…] Ma Dio cos’è? […]». Uomini che si allontanano dalla religione e carcasse di dei lasciate inermi nei loro sepolcri e nelle loro terre sono alcuni dei ritratti riportati da Ossola.

Tuttavia, Ossola non dipinge solo ritratti di un’Europa dispersa, così come il Dio panteistico di Rainer Maria Rilke, bensì tratteggia anche i segni dell’inizio di una nuova attenzione dedicata all’anima dell’uomo. Tra gli esempi citati, l’imperatore Marco Aurelio, che nei suoi “Τὰ εἰς ἑαυτόν” parla alla propria anima interrogandosi continuamente e riconoscendo la fugacità delle cose e la grandezza del Deus rispetto al quale l’uomo conserva una piccola e celeste parte: «Quale che sia questo mio essere, altro non è se non un po’ di carne, di soffio vitale e il principio direttivo». Marco Aurelio, l’imperatore di un vastissimo impero, guardava alla propria interiorità allo stesso modo in cui Sant’Agostino e Santa Teresa D’Avila parleranno a loro stessi, nota Ossola. Samuel B. Beckett, nel XX secolo, rende propri gli insegnamenti di questi grandi costruendo ne “L’innominabile” il monologo di un personaggio immobile che non è altri che una voce in continua interrogazione di se stessa alla ricerca del proprio silenzio: «[…] Cercando sempre nella natura, nell’intelletto, senza saper cosa, senza saper dove, dov’è la natura, dov’è l’intelletto, cos’è che si cerca, chi è che cerca, cercando chi si è, ultimo smarrimento […]». Dobbiamo proprio agli autori che Ossola ci indica la forza necessaria per mettere la nostra anima sopra gli altari e consegnare un memoriale di quel che siamo ora a noi stessi e a chi verrà.

Il XX secolo offre, in mezzo alle rovine causate dal flusso della storia, poeti come R. M. Rilke, T.S. Eliot e Paul Celan. Eliot si innalza da tali rovine e domanda «quali rami crescono su queste macerie?». Macerie di guerra, macerie di odio. La lettura di Ossola diventa quindi un’esortazione, che ci spinge a domandare e domandarci: Europa, cosa raccogli da questo secolo passato se non sassi e terre bruciate? Europa, ammetterai la tua attuale sterilità? Europa, prendi con le tue mani queste comete e rendile il tuo possesso per sempre e testamento spirituale. La Terra Desolata va attraversata per trovare il Sacro Graal. Questo è ciò che disse la tempesta di tuoni. Ritrovati, Europa.

«Riuscirò alla fine a mettere in sesto le mie terre?
London Bridge is falling down falling down falling down
poi s’ascose nel fuoco che gli affina
Quando fiam uti chelidon – O rondine rondine
Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie
Con questi frammenti io ho puntellato le mie rovine»

di Alessandro Augelli

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