“Perenne amare i sensi e non pentirsi”: la controversa eredità di Sandro Penna 

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Quella di Sandro Penna (Perugia, 1906 – Roma, 1977) è forse una delle esperienze poetiche più complesse del Novecento letterario italiano. Apparentemente immune dalle tendenze frammentistiche di inizio secolo, il canto di questo lirico si caratterizza per componimenti ariosi e classicheggianti, ammiccanti alla tradizione dell’epigramma. Vero punto focale del suo canto è la descrizione dell’eros omosessuale e, soprattutto, pederasta. Questa brevissima introduzione rende sin da subito evidente come la figura di Sandro Penna sia di difficile accettazione, a causa di queste relazioni con ragazzi quattordici e quindicenni. D’altro canto, tale argomento biografico non pare sufficiente per depennare questo poeta dal nostro canone letterario, dal momento che la critica tutta concorda nel riconoscere al perugino un ruolo di primo piano nella tradizione poetica novecentesca, essendo stato in grado, tra l’altro, di reinterpretare in maniera personalissima i differenti autori che affollavano il suo spazio letterario. 

Infatti, l’esperienza poetica di Penna (la cui vita è ben riassunta in questo articolo) è caratterizzata, sin dalla giovinezza, dall’emulazione del modello leopardiano, sia per quanto riguarda i primi esperimenti lirici (Alla mia cara madre sull’imbrunire), sia come modello biografico, per le comuni malattie e i lunghi giorni di solitudine. A questi si affiancano diversi nomi del canone letterario europeo dell’Ottocento e, infine, diversi autori a lui contemporanei. Fra tutti, un punto di rilievo è ricoperto da Umberto Saba ed Eugenio Montale, che faranno da veri e propri numi tutelari della carriera poetica di Penna, rendendo possibile nel 1929 la pubblicazione della sua raccolta “Poesie” per l’editore Parenti. Questi mentori, in seguito, cederanno il loro posto nel secondo dopoguerra a Pasolini, assieme a cui il perugino vincerà il Premio Viareggio nel 1958, Elsa Morante e Natalia Ginzburg

In che modo, quindi, leggere Penna? In che modo comprendere il messaggio esistenziale e poetico della figura del fanciullo, tanto centrale nelle liriche di questo autore, ma in cui, in trasparenza, pare ancora di leggere la scabrosità di certe relazioni erotiche?
È Pasolini, amico e fra i primi commentatori del poeta, a fornirci la soluzione a tale dilemma, suggerendoci di spostare l’attenzione dall’“oggetto” del canto del poeta ai “fenomeni di questo eros”. Solo in tale prospettiva si può capire appieno il messaggio dell’eredità poetica penniana e comprendere come le sue liriche siano ancora straordinariamente vicine alla nostra quotidianità.

L’analisi della figura del fanciullo, infatti, in Penna prende le distanze da nobili antecedenti letterari, quali già lo stesso Leopardi e il ben noto Pascoli: nei componimenti del perugino questo deuteragonista è descritto in maniera duplice. Da un lato è sempre fotografato in attività molto dinamiche, come correre o tuffarsi, dall’altro porta con sé un grande potenziale tragico, per cui questa figura pare essere una vera e propria immagine della giovinezza ormai trascorsa (nel componimento che qui riporto allusa da “le primavere perdute”):

Il mio fanciullo ha le piume leggere. 
Ha la voce sì viva e gentile. 
Ha negli occhi le mie primavere 
Perdute. In lui ricerco amor non vile.
Così ritorna il cuore alle sue piene.
Così l’amore insegna cose vere.
Perdonino gli dei se non conviene
Il sentenziare su piume leggere

In virtù della presenza ossessiva di questo complesso personaggio, Sandro Penna può essere senza dubbio definito un “poeta della giovinezza”. Questa stagione della vita, infatti, ricorre ossessivamente nella produzione del lirico novecentesco, anche negli scritti (poetici e non) della vecchiaia, rimanendo tuttavia del tutto immune da facili idealizzazioni. Il “personalissimo canzoniere” penniano è infatti ripetutamente segnato da passaggi dolorosi, che, quasi magicamente, riescono comunque ad intonarsi a quell’atmosfera misteriosa di grazia e di luce che pervade la raccolta Poesie (1973). Ad esempio, in uno dei suoi componimenti più famosi, La vita… è ricordarsi di un risveglio, coesistono infatti da un lato “la malinconia vergine e aspra” e la “liberazione” personificata da un fanciullo vestito da marinaio in riva al mare. È infatti nella giovinezza che, secondo Penna, si consuma la parte più densa della nostra esistenza. Una lettera dedicata a Devoto, redatta pochi mesi prima della morte, conferma questa ipotesi interpretativa: in quelle pagine, Penna definisce la sua vita da ragazzo come un insieme di “ore d’incanto-noia lontane”, animate da “quello stato di continua passione che pure non domandava di posseder nulla, ed era la felicità”. Ed è forse proprio questo il vero motivo per cui ancora dovremmo leggere, soprattutto nei nostri giorni meno luminosi, le pagine di quest’autore così controverso. Questi versi, a quasi cinquant’anni dalla morte del loro autoore, ci ribadiscono con immutata forza che:

Forse la giovinezza è solo questo 
Perenne amare i sensi e non pentirsi

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