Gli Oscar di Linea20: Promising Young Woman

Tempo di lettura: 4 minuti

content warning: violenza sessuale

Valutazione: 3/5

Voto3

Fra tutti i film candidati agli Oscar di quest’anno, nessuno ha suscitato un riverbero nel mondo della critica sociale quanto Promising Young Woman. Se, da un lato, chiunque si sia sentito in diritto di lodare il suo messaggio non si è tirato indietro dal farlo, dall’altro, coloro che sentivano il bisogno di evidenziare aspetti potenzialmente tossici non hanno perso tempo. Non c’è dubbio che lo spumeggiante debutto alla direzione di Emerald Fennell abbia dato vita a un film quantomeno controverso.

In un approccio onesto a una questione complessa riconducibile alla secondary survivorship (trauma di natura secondaria vissuto da coloro vicini a chi ha subito il trauma vero e proprio), spettatrici e spettatori vengono catapultati nel film con una protagonista, Cassie, che, abbandonati gli studi di medicina, lavora in un caffè e vive a casa dei genitori.  Le sue giornate sono dedicate a vendicare la violenza sessuale e il conseguente suicidio della sua amica d’infanzia Nina. Ogni settimana, in un bar o una discoteca, Cassie si finge completamente ubriaca, fino a quando il presunto bravo ragazzo di turno, all’apparenza gentile e preoccupato, si offre di riaccompagnarla a casa. Cassie viene condotta puntualmente a casa di lui, dove l’auto-identificazione da  “ragazzo per bene” viene svelata in tutta la sua mendacità, dal momento che Cassie è troppo inebriata per dare il proprio consenso, tanto meno mantenere una memoria della serata.

Una tale premessa può far credere che il film si stia dirigendo verso la folta e cruenta nicchia dei revenge movie degli anni ’90. Invece, Fennell opta per una vendetta che non va oltre una dura lavata di capo degli assalitori da parte di Cassie. Agli spettatori non è dato godersi gli effetti di un tale smacco, dal momento che le scorribande di Cassie finiscono con l’aggiornamento di un diario contenente l’elenco delle vendette portate a termine. Il rifiuto di cedere ai peggiori istinti del pubblico, evitando di raffigurare sullo schermo alcuna ripetizione del trauma di Cassie, è sicuramente una delle scelte direzionali migliori di Fennell. L’equilibrismo della regista lascia a noi spettatori la scelta, scena dopo scena, fra il simpatizzare per Cassie e l’identificarci, nostro malgrado, con il “bravo ragazzo” di turno. Scelte che abbondano, dato che il piano della protagonista è un elemento imprescindibile e deprimente della sua vita quotidiana.

Carey Mulligan (Cassie) in una scena del film.

Dallo sfondo della disperata e monotona routine di Cassie emerge la svolta su cui reggerà la tensione del film: alla protagonista si presenta l’occasione di ordire un vero e proprio piano di vendetta contro gli aguzzini della sua amica Nina. Qui l’intelligenza della regista ci tiene all’oscuro delle intenzioni di Cassie, rivelandone il piano scena per scena. La suddetta incertezza costringe il pubblico  a mettere in discussione l’identificazione della protagonista come vittima. Può il dolore di quest’ultima essere tale da  mettere consapevolmente la figlia della preside Walker in una situazione pericolosa e analoga a quella vissuta da Nina? Davvero Cassie ha pagato qualcuno per assalire la sua ex-compagna di classe Madison? E soprattutto, le azioni di Cassie sono giustificate date le circostanze? Sono queste le domande cruciali che creano una protagonista complessa, costantemente in bilico fra lucidità e follia, e che incoraggiano uno sguardo approfondito sugli ingredienti del victim-blaming. Mentre aspettiamo di vedere dove andrà a parare il piano di Cassie,  avvertiamo una salutare e sacrosanta rabbia verso il sistema che ha distrutto la sua vita e quella della sua amica. È quindi un peccato che a tale rabbia non venga mai concesso di esplodere.

In effetti, una delle critiche mosse più di frequente al film è quella di non aver osato abbastanza. Decidere se in tale opinione vi sia del merito è una questione intrinsecamente legata alla scelta di Carey Mulligan per il ruolo di Cassie. L’ultima volta che il grande pubblico l’ha vista, l’attrice era avvolta nell’innocenza di Daisy Buchanan ne Il Grande Gatsby (2013). Aver scelto una delle più graziose icone americane per interpretare un personaggio il cui dolore e la cui rabbia non conoscono limiti potrebbe risultare un ossimoro. D’altro canto, è probabilissimo che l’ampio consenso raccolto dal film  sarebbe ridimensionato, se, al posto di Mulligan, nei panni di Cassie avessimo trovato un’attrice già percepita come “tosta” (una Emma Stone o una Brie Larson, per intenderci). In base ai punti di vista, la scelta di Mulligan può essere un colpo di genio o il  classico caso del  passo più lungo della gamba. In fin dei conti, è  comunque possibile che il suo apporto al film si esaurisca nel semplice fatto di esserne il punto focale.  

Gli attori scelti, al contrario, non lasciano spazio a interpretazioni. Significativamente, molti dei ruoli sono occupati da attori con una vasta esperienza nel conquistarsi le simpatie di un pubblico in commedie romantiche (possiamo citare Max Greenfield e Adam Brody, visti rispettivamente in New Girl e The O.C.), rendendo chiarissimo uno dei messaggi chiave del film: sono anche i cosiddetti “bravi ragazzi” ad alimentare la cultura dello stupro e a beneficiare da una società patriarcale. Perfino Ryan, l’interesse sentimentale di breve durata di Cassie, che  viene dipinto all’inizio del film come l’eccezione (in quanto maschio apparentemente premuroso e ben educato), è un’illusione destinata a infrangersi nel peggiore dei modi. E anche se non era scontato che bastasse introdurre un personaggio maschile con un minimo di decenza per farci subito tifare per un finale da “e vissero felici e contenti”, bisogna riconoscere che l’uso di un montaggio da rom-com nella parte centrale del film evidenzi in modo efficacissimo la violenza commessa da Ryan in quanto testimone dello stupro. Che il suo crimine venga messo sullo stesso piano di quello degli assalitori veri e propri è un colpo al cuore per quegli spettatori che, in virtù di una loro presunta benevolenza, non si sono sentiti chiamati in causa fino a quel momento.

Carey Mulligan (Cassie) e Bo Burnham (Ryan) nel montaggio in pieno stile rom-com di una scena del fim.

Ciò che Fennell ha eseguito brillantemente è quindi una rappresentazione variegata della complicità maschile nella violenza di genere. Purtroppo, tuttavia, la critica sociale di cui straborda il film, apparentemente su misura per agitare spettatori che si ritengono progressisti, risulta spesso come una forzatura. In particolare, una sequenza finale in cui l’arrivo della polizia risolve eroicamente la situazione, stonando decisamente con un contesto statunitense in cui i casi di stupro senza processo si contano sulle centinaia di migliaia, non può essere considerata altro che un lieto fine quanto meno immeritato. Allo stesso tempo è possibile che, insistendo troppo su un presunto dovere del cinema di rappresentare la realtà, si perda di vista il potenziale di questo tipo di film per incoraggiare dibattiti imprescindibili per la società. Quindi, la prossima volta che qualcuno vi dice “mica l’ho inventato io, il patriarcato”, suggerite pure al Ryan della situazione di guardare Promising Young Woman con attenzione. 

di Isabella Raylene Agostino
traduzione di Arturo Gorup de Besanez

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