Venezia: la mia bohème

tempo di lettura: 4 minuti

bohème ‹boèem› s. f., fr: vita disagiata ma libera, anticonformista e disordinata.

Qualche giorno fa una persona mi ha detto: “Venezia è la bohème”. Mi ha colpito perché è effettivamente la parola che meglio la descrive. Perché? Ve lo spiego in poche parole. Venezia è una città lenta, lentissima. E non sto parlando solo della mancanza di macchine o di altri mezzi veloci. Sto parlando della vita. È vero, a Venezia non c’è niente da fare se sei giovane, hai solamente qualche ora a disposizione tra un impegno e l’altro e non hai un budget illimitato. È vero, più che andare a fare un giro ai Giardini quando il tempo è clemente e prendere uno spritz in Campo nel giorno universalmente riconosciuto come “serata universitaria” (appunto personale: cercare perché è così), non c’è granché da fare.

All’inizio Venezia sta un po’ stretta a tutti. Al primo anno di università mi sentivo esattamente così, stretta, lenta, annoiata. Ma soprattutto lenta. Lenta perché per andare da una parte all’altra di questa minuscola città, per qualche motivo che deve sfuggire alla logica spazio-temporale,  si impiegano in media 30 minuti. Non importa il tragitto da percorrere: sempre 30 minuti saranno, e ovviamente sarai sempre in ritardo perché il tuo orologio interno è calibrato sulle regole temporali di una città normale. Ma una volta che ti abitui ad essere lento, che prendi gusto ad arrivare in ritardo, Venezia si rivela nella sua essenza più bohemienne. Per esempio: il tempo? Non esiste, e, se esiste, per qualche assurda logica amministrativa e didattica, è rallentato. Lo spazio? Nemmeno quello esiste. Una volta che ti sei abituato a camminare ogni volta che devi andare da qualche parte, lo spazio inevitabilmente si riduce e diventa quasi insignificante. L’ordine? Quando lo spazio e il tempo vengono meno, anche l’ordine fa lo stesso, e, se non ci credete, provate a fare un salto in camera mia e date un’occhiata al mio armadio (o a qualsiasi superficie adatta a posarci sopra vestiti/oggetti/cibo).

Venezia è il perfetto esempio che conferma appieno la teoria della relatività. L’inerzia di Venezia agisce sulle persone un po’ come un viaggio nel tempo al contrario: avete presente il film Interstellar, dove il protagonista passa anni nello spazio e quando torna tutte le persone a lui care sono già diventate vecchie? Ecco, i giovani di Venezia sono un po’ come le persone che restano a terra e invecchiano mentre tutti gli altri giovani del mondo viaggiano nello spazio. I giovani di Venezia non sono giovani nel senso comune del termine, e lo si può capire da due fattori fondamentali. Il primo, ovviamente, è la assurda assenza di discoteche o locali aperti dopo mezzanotte. E la cosa più strana non è che non esistono, ma che nessuno ha voglia di aprirne uno (appunto personale: investigare sui costi per investire in una discoteca a Venezia). Sicuramente questo è influenzato dal secondo fattore, ossia la strana abitudine dei giovani veneziani di fare cose da persone più “mature”, per così dire. Per esempio, i superalcolici non esistono a Venezia (eccezione: l’assurdo e leggendario mercoledì universitario), ma soltanto vino e spritz. I giovani di Venezia sembrano soffrire di prematura debolezza di stomaco. I fast food nemmeno esistono, anche se recentemente è stato aperto un noto fast food che, però, è sempre e soltanto frequentato da turisti americani alla ricerca nostalgica di un sapore familiare. Cucinare una cena elaborata con un buon bicchiere di vino rosso, in compagnia di qualche amico e di un vinile jazz: no, non è lo script di un qualsiasi film di Woody Allen, ma la serata perfetta per uno studente di Venezia. Niente PlayStation, niente televisione: la maggior parte degli appartamenti affittati nemmeno ha la televisione.

“Vita disagiata ma libera”, dice la definizione di bohème. Venezia ci rende tutti disagiati, è vero: provate a mettere uno studente di Venezia di fronte ad un’autostrada e capirete perché. O ancora, fategli fare un giro in un grande centro commerciale, di quelli che addirittura hanno i carrelli per fare la spesa, dove esistono più di quattro corsie, che sono oltretutto debordanti di beni di ogni genere. Perché libera? Venezia è libera appunto per l’inerzia che la caratterizza, per il rallentamento temporale. Questo piccolo, misero dettaglio fa sì che le persone si riuniscano in piccoli gruppi (e sì, a volte ascoltando jazz) e parlino per ore. D’altra parte, non c’è nient’altro da fare. E i dibattiti che ne escono, le discussioni, le idee, fanno sì che Venezia resti libera, aperta. Venezia è un laboratorio, una specie di esperimento sociale, da cui (spero di) uscire senza troppi scombussolamenti temporali. Venezia, purtroppo, è anche distorsione: come dice Scarpa, Venezia “ha un effetto sedativo”, che rischia di indebolirci e di costringerci a rinchiuderci nel suo “torpore”.

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