L’ultima cena. Parte prima.

tempo di lettura: 5 minuti

Jonas Hassen Khemiri (Stoccolma, 1978) è uno degli autori svedesi contemporanei più amati ed affermati.

Ha scritto il racconto breve “L’ultima cena” su incarico della Regione di Stoccolma, in occasione del lancio di un nuovo centralino telefonico contro la violenza domestica: “Välj att sluta”, “Scegli di smettere”. La linea telefonica si affianca alla già esistente “Kvinnofridslinjen” (per le vittime di abusi domestici, corrispondente al nostro Telefono Rosa), ma si rivolge invece a coloro che esercitano un comportamento di controllo verso il proprio partner, a rischio di diventare violento o che già commettono violenza (psicologica e fisica) nelle relazioni domestiche. Scopo del progetto è incoraggiare gli stessi autori di abusi ad agire, offrendo loro uno spazio anonimo dove ricevere informazioni ed aiuto e mostrando loro che cambiare e “smettere” è possibile.

Di Jonas Hassen Khemiri è stato pubblicato in Italia il romanzo “Tutto quello che non ricordo” (Iperborea, 2017).

Un uomo da poco diventato papà è uscito dal supermercato e sta andando verso casa, mentre il sole cala dietro la casa di riposo e i tetti delle auto nel parcheggio brillano come un lago. Il cellulare squilla. È lei che scrive: Pannolini. Spinaci freschi. Avocado (se prezzo ok). Da innamorati si mandavano le loro canzoni preferite e cuori. Ora, si scrivono liste della spesa, si ricordano a vicenda di portare fuori la spazzatura o di non dimenticare la revisione dell’auto.

Ma lui non si arrabbia perché l´SMS è arrivato in ritardo. Semplicemente si gira e torna dentro il supermercato, compra spinaci e pannolini, lascia perdere gli avocadi. Sono di nuovo qui, dice alla ragazza dietro la cassa. Lei sorride ma non fa alcuna domanda. Una volta lui si sarebbe chinato in avanti per chiederle il numero di telefono. Ora, invece, si accontenta di pagare e mettere via i nuovi acquisti nelle vecchie buste.

Due ragazzi arrivano ad alta velocità col motorino sul marciapiede, quello alla guida siede accartocciato sul manubrio col casco sulle ginocchia, quello dietro indossa un cappellino con visiera e fuma. Il marciapiede non è abbastanza largo, e il papà con le borse della spesa deve scostarsi di lato per evitare lo scontro. I ragazzi gli sfrecciano di fianco, così vicino da permettergli di sentire il loro profumo e le loro risate di scherno.

Il papà non allunga la mano per far cadere a terra il cretino là dietro con un gancio destro. Non strappa via il conducente dal mezzo in velocità per sibilargli che i veicoli a motore non sono permessi sul marciapiede. Invece prosegue verso casa, verso quella cena che sarà l’ultima insieme alla moglie.

Sono insieme da due anni, sposati da uno e oggi il loro figlio compie sei mesi. Lui aveva capito fin dall’inizio che lei non era come le altre ragazze che aveva frequentato. Lei non lo avrebbe mai deluso come aveva fatto Maja, o Lisa, o Shirin, o Florentina. Le aveva lasciate venire a convivere senza far pagare loro l’affitto, quando erano fuori con gli amici per un caffè lui passava a salutare con un mazzo di fiori, le andava a prendere alle stazioni dei treni e a lezione, stimolava i loro clitoridi con la lingua, dava da mangiare ai loro gatti, sorrideva alle loro mamme, lasciava che i loro papà vincessero a scacchi.

Annuiva e si diceva d’accordo quando le fidanzate parlavano dell’importanza della parità dei sessi, mentre lui continuava a pagare i loro caffè, la loro istruzione, i loro viaggi, capi d’intimo, cappelli da sole, creme solari, spese al supermercato. Eppure ogni relazione finiva allo stesso modo: con la fidanzata di turno che si metteva a piangere affermando che c’era qualcosa di “sbagliato”.

Maja si sentiva “controllata”, Lisa si sentiva “soffocata”. Shirin l’aveva lasciato perché le mancavano i suoi amici e Florentina perché non poteva essere innamorata di qualcuno che non mostrava mai “il vero se stesso”. Sono quello che sono, diceva lui. Ma sembra sempre che tu nasconda qualcosa, diceva lei.

Si erano lasciati e lui si era ritrovato di nuovo solo, in un appartamento troppo silenzioso, con buchi rettangolari nella libreria dove prima c’erano i loro libri ed il mobile del bagno vuoto, che però conservava ancora il loro profumo. Non capiva dove sbagliasse.

Ma poi aveva incontrato la donna che sarebbe diventata la madre di suo figlio, e qualcosa nel suo modo di parlare con naturalezza di herpes e aborti adolescenziali sorseggiando un bicchiere di vino bianco ad un aperitivo di lavoro lo aveva terrorizzato e affascinato al tempo stesso. Non era la donna più bella del mondo, non era nemmeno la donna più bella presente all’aperitivo, ma era più giovane di lui di almeno dieci anni, era piena di energia e dopo solo alcune settimane si era trasferita da lui.

Lui le aveva fatto la proposta di matrimonio durante la prima vacanza insieme. Quando lei era rimasta incinta era stato subito chiaro che avrebbero tenuto il bambino. Era successo in fretta, ma si amavano. Quando passeggiavano con il bambino appena nato parevano così felici da far sorridere pensionati sconosciuti mentre i turisti li fotografavano di nascosto.

L’uomo da poco diventato papà gira la chiave nella serratura e porta dentro le borse della spesa, in un corridoio che profuma di lasagne. Sul tavolo della cucina già apparecchiato ci sono delle candele accese e una terrina d’insalata. Sua moglie esce dal bagno, truccata e profumata, in un vestito a fantasia blu che sa piacere a lui.

Lui non commenta il fatto che il vestito le stia troppo stretto, o che le si è bucata una calza sul polpaccio sinistro. Non commenta il fatto che il mobile all’entrata sia pieno di posta non ancora aperta o che il piano cottura in cucina paia un campo di battaglia. Cerca invece di concentrarsi sul fatto che lei per una volta si sia impegnata.

Dorme? Chiede il papà. Sì, ora mangiamo, dice la mamma che fra poco sarà seduta in un taxi lontano da casa. Voglio solo dargli un’occhiata, dice il papà. Sta bene, dice la mamma. Vieni, prima che si svegli. Il papà va comunque in camera da letto a guardare la piccola creatura che giace lì sulla schiena, la testa rivolta di lato, il respiro che pare troppo lieve per portare ossigeno ad un intero essere umano. Il papà si china verso la nuca del figlio e respira il profumo di latte dolce e corpo di neonato.

Testo originale pubblicato su Expressen: https://www.expressen.se/kultur/qs/sista-maltiden/

Traduzione dallo svedese di Anna Scaramellini

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