Che sapore ha l’intelligenza?

SÀPERE AUDE. “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” Grazie Kant, per aver permesso a intere generazioni di studenti di uscirsene con questa battuta per riempire vuoti imbarazzati a esami e interrogazioni, sbagliando puntualmente l’accento. Malaugurata la circostanza per la quale le quattro coniugazioni latine sono diventate tre in italiano, e qualche accento si è sballato. Il verbo italiano ‘sapére’, del resto, deriva proprio da quello latino ‘sàpere’. E entrambi hanno due significati apparentemente incompatibili: perché oggi diciamo “so la risposta” ma anche “sa di zafferano”? Che cos’ha il QI in comune con il cibo?

Il segreto per capire a fondo una lingua è capire quale significato è venuto prima, quale immagine mentale ha suscitato tutte quelle che si sono susseguite. Si tratta di astrazione, un processo al quale siamo talmente abituati da non rendercene conto. Regola numero uno, che ha di certo le dovute eccezioni: i significati concreti vengono prima di quelli astratti. Romanticamente parlando: il nostro cervello ragiona per metafore.

Dunque, secondo questo principio, viene prima il significato legato al cibo e poi quello legato alla mente: prima si ha o si sente un sapore, e poi si è assennati: un sapiens è dunque qualcuno che ha del sapore, che stimola le papille gustative dell’intelletto. Il sapore più noto ai Romani? Neanche a dirlo, quello del sale, elemento alla base della conservazione dei cibi: “avere un po’ di sale in zucca” è un requisito ritenuto apprezzabile – almeno prima del ventunesimo secolo, ora chissà – ed il modo di dire viene dal latino habere salem.

E cosa ci fa il sale nella zucca? L’aggiunta della zucca nel modo di dire italiano viene dall’usanza di mettere del sale nelle zucche per seccarle e dalla somiglianza, ahimè, delle zucche con le teste.  Ma le usanze culinarie cambiano, anche se l’amore per il cibo resta, ed è col trionfo dell’amato-odiato carboidrato che nasce la metafora “non è farina del tuo sacco“: la maestra fiuta l’imbroglio nel compito dell’alunno, il contenuto non viene dalla testa di chi l’ha scritto. Ah, l’immortale tradizione del copiare. E l’immortale speranza che il destinatario dell’ingiusta illazione fosse il vostro compagno di banco, e non voi.

Insomma, quando diciamo che per far lavorare il cervello ci vuole prima il cibo, la storia della nostra lingua ci dà più ragione di quanto sospettiamo.

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