29.2 Do you hear the people sing?

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La voce umana è indubbiamente uno strumento potente, ma diventa ancor più potente quando si somma ad altre voci. I cori e la loro potenza non sono certo da sottovalutare: pensate ai brividi che corrono giù per la schiena durante il Dies Irae del Requiem di Verdi o l’O Fortuna dei Carmina Burana, o ancora durante il commovente Inno alla gioia della IX sinfonia di Beethoven, non a caso scelto come inno dell’Unione Europea. Forse però è quando queste voci sono unite da una spinta comune, quando tutti, stonati o intonati, si uniscono con uno scopo sentito al ritmo e alla melodia a formare un’unica, vibrante voce collettiva che la potenza della voce umana raggiunge il suo picco – non è un caso che uno dei brani più esaltanti del musical Les Miserablessia Do You Hear the People Sing?(nell’originale francese del 1980, guidata da un Enjolras in stato di grazia, A la volonté de peuple), persone “arrabbiate”, la cui musica è quella di “persone che non saranno di nuovo schiave”.

Prima di tuffarci in una carrellata di inni più o meno famosi, però, è bene sottolineare una cosa. Come dimostrano in maniera, credo, lampante concetti vaghi quale è la volontà generale di Rousseau, ogni cosa è strumentalizzabile. I fini di questa strumentalizzazione possono essere i più vari, nel bene e nel male, e il fatto che alcuni dei cori che più fomentano siano quelli il cui messaggio più facilmente si piega a un’identificazione ampia e variegata non fa che invitare alla cautela nel maneggiarli.

Ci eravamo lasciati parlando dell’Ottocento, ma questa volta parleremo di alcuni brani un po’ meno “classici”.

***

Una delle grandi conquiste degli Stati Uniti durante il XIX secolo era stata l’abolizione della schiavitù. A scapito, però, dei progressi fatti nell’Era della Ricostruzione (1863-1877), durante la prima metà del Novecento la situazione non era poi così cambiata, e non soltanto negli stati del Sud: agli inizi del XX secolo la segregazione razziale era sancita per legge, un sistema di “riforme” aveva fatto in modo di rendere di fatto impossibile votare per gli afroamericani (e, in alcuni casi, anche per i bianchi più poveri), lo sfruttamento e la ghettizzazione erano diffusi in tutto il paese. Le conquiste del movimento per i diritti civili avvennero soprattutto nel periodo tra gli anni ’50 e ’60, nel dopoguerra di un conflitto in cui gli Stati Uniti avevano combattuto contro un regime fondato sul razzismo. La tensione sociale di quegli anni (si pensi al linciaggio del quattordicenne Emmett Till nel 1955, o al caso della Little Rock Central High School, dove i nove studenti neri dovevano essere accompagnati a lezione dall’esercito, e ciò nonostante il caso Brown v. Board of Education, che sancì la fine della segregazione nelle scuole) divenne tale per cui  la comunità nera decise di reagire, ma sfruttando la disobbedienza civile, i boicottaggi come quello della compagnia di autobus di Montgomery, le proteste pacifiche e in generale una politica di nonviolenza di massa, incarnata nell’immaginario collettivo dal reverendo Martin Luther King Jr., uno dei leader del movimento.

Quando quest’ultimo venne ucciso a Memphis, il 4 aprile 1968, la speranza in un cambiamento che aveva guidato i primi passi del movimento venne meno. Il senso di frustrazione e impotenza si tradusse, in moltissime città degli USA, in episodi di violenza. La politica di nonviolenza verrà presto giudicata insufficiente, e il movimento per i diritti civili sfocerà poi nell’attivismo ben più radicale delle Black Panther. In quel momento di profonda delusione del 1968, la canzone di James Brown Say It Loud: I’m Black and I’m Proud lanciò un messaggio chiaro. Nel testo del brano, scritto in pochissimo tempo e distribuito alla radio nel giro di circa quaranta ore, Brown riprendeva gli episodi di violenza, ma non per condonarli. Anzi, il “padrino del soul” era disgustato dalla piega che avevano preso gli eventi, tanto che collaborò con il sindaco di Boston (una delle città più divise in quel momento) perché il suo concerto, previsto per pochi giorni dopo l’assassinio di King, venisse trasmesso anche alla televisione, cosicché la gente non uscisse in strada e venisse contenuto il rischio di episodi di violenza. L’insieme del testo, tuttavia, non censura nulla di quel momento storico: il ritornello, giocato su un botta e risposta tipico degli spirituals, è inequivocabile; una delle strofe (Now we demand a chance to do things for ourselves) fa riferimento alla necessità di affermazione economica della comunità nera, che continuava a costituire un grosso limite; versi come We’d rather die on our feet / Than be livin’ on our knees volevano essere uno stimolo alle generazioni più giovani, perché non rinunciassero facilmente alle conquiste degli anni ’60. Il messaggio di autoaffermazione della canzone è il simbolo di una riscoperta di orgoglio da parte della comunità nera di quegli anni. Un buon esempio a questo proposito è il fatto che proprio in quel periodo le pettinature “afro” vennero adottate da moltissimi afroamericani, tra cui Brown stesso, che rinunciò alla curatissima, liscissima pettinatura che aveva mantenuto in tutta la prima parte della sua carriera. Come Brown riportò nel 2003, prima di questa canzone [e del discorso tenuto da Stokely Carmichael nel 1966, n.d.a.], gli afroamericani si riferivano a se stessi come “di colore”, ma da quel momento in poi divennero “neri”. Per dirla con le sue parole: “A colored is a very frightened-to-death Afro-American. A Negro is one that makes it in the system, and he wants to be white. A black man has pride. He wants to build, he wants to make his race mean something. Wants to have a culture and art forms. And he’s not prejudiced. I am a black American man“. Anche se Brown perse parte del suo seguito di bianchi, sicuramente il messaggio passò, visto che la canzone raggiunge la vetta delle classifiche R&B del paese e il decimo posto in quelle complessive.

Un ultimo brano che merita la nostra attenzione è God Save the Queen. No, non stiamo parlando dell’inno del Regno Unito, o, almeno, non direttamente. La canzone dei Sex Pistols uscì nel 1977, anno del Giubileo d’Argento della Regina Elisabetta II, ma, come ha sottolineato il batterista Paul Cook, non era stato scritto appositamente per il giubileo – anzi, aveva perfino un altro titolo: No Future. Il titolo venne poi modificato dal manager della band, Malcolm McLaren, che ritardò l’uscita del singolo proprio per farla coincidere con il giubileo, ma il messaggio di fondo del brano rimase il medesimo. Tra il 1973 e il 1975, il Regno Unito era precipitato nella recessione economica a seguito della crisi del petrolio (1973) e dopo questa era stato colpito da un’inflazione che raggiunse anche picchi del 20%. Nel 1976 il governo fu costretto a chiedere un prestito di 2.3 miliardi di sterline al Fondo Monetario Internazionale. La deindustrializzazione e la disoccupazione crescevano. No future, canta Johnny Rotten.

“Dio salvi la Regina”, le parole dell’inno, sono qui riprese con pesante ironia. Se, da una parte, il testo fa riferimento alla condizione sempre più cupa delle working classes, che peggiorerà ulteriormente quando verrà eletta Margaret Thatcher (in carica dal 1979 al 1990) e alla mancanza di speranze per i più giovani, dall’altra il brano rimarca ripetutamente il legame con l’inno nazionale. Quest’ultimo era particolarmente sentito nel mondo inglese, un forte elemento di identità come la monarchia stessa, e la riprova si può trovare nel fatto che la maggior parte dei negozi di dischi inglesi si rifiutò di vendere il disco proprio perché ridicolizzava l’inno e la monarchia (God Save the Queen / The fascist regime, attacca il brano). Il brano dei Sex Pistols, però, non si limita a ridicolizzare. L’inno nazionale diventa anzi un modo per sottolineare come sia ingiusto e incoerente per un paese che tiene tanto alla propria identità ridurre i propri giovani a non avere un futuro: God save the queen / she’s not a human being / and there’s no future / and England’s dreaming. La canzone non lascia spazio neanche a consolazioni o atteggiamenti paternalistici che edulcorino la cruda realtà dei fatti e facciano pensare ai giovani che ciò che vogliono o di cui hanno bisogno non sia, in realtà, quello che vogliono davvero (Don’t be told what you want / Don’t be told what you need / There’s no future / No future / No future for you). Non c’è certo spazio per incomprensioni. La grande parata potrà anche distrarre i turisti, convincendoli che vada tutto bene, ma le nuove generazioni sono ben consapevoli di ciò che sta succedendo dietro la facciata. Oh when there’s no future / How can there be sin / We’re the flowers / In the dustbin / We’re the poison / In your human machine / We’re the future / Your future.

 

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