156 cm di inquietudine

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Venezia affonda? In giornate come il 29 ottobre, con l’acqua alta fino a 1.56 m sullo zero mareografico, diremmo di sì. La città sommersa, San Servolo allagata, persino i punti notoriamente più alti cedono all’avanzata della marea, per non parlare di Piazza San Marco, con 80 cm d’acqua a lambire e violare la Basilica, Palazzo Ducale, la Marciana: è la quarta acqua alta più grave della storia, con in testa le foto dell’aqua granda del ’66.

Una situazione tragica, un divertimento per gli ignari turisti, una croce per i residenti, le istituzioni e per chi a Venezia ha attività e negozi. Ma come siamo arrivati a questo punto? Se è vero che l’acqua alta è un fenomeno antico per la città – certi campi sono da secoli appositamente sopraelevati per evitare che l’acqua della laguna confluisca nelle cisterne dei pozzi –, le proporzioni e le dimensioni delle maree nell’ultimo secolo sono peggiorate drasticamente. Quindi, Venezia sta affondado? In un certo senso, sì. E ancora una volta, la responsabilità è nostra. 

Senza scendere nei dettagli di un discorso scientifico che non sono capace di condurre a pieno, due sono i fenomeni che portano alla situazione di oggi: eustatismo e sussidenza. Se l’eustatismo è l’aumento del livello dei mari, legato ai cambiamenti climatici e intensificato negli ultimi decenni dal surriscaldamento globale, la sussidenza consiste nell’abbassamento del livello del suolo. Da un lato dunque il mare – e la laguna – sale, dall’altro la città e i le sue fondazioni calano. Dati alla mano, la combo rappresentata da questa combinazione è fatale. Ma come mai Venezia affonda: se infatti l’eustatismo è un problema a livello mondiale, con una situazione grossomodo omogenea in tutto il Mediterraneo, a Venezia è la sussidenza a fare la differenza. L’affondamento del suolo lagunare nasconde una doppia ragion d’essere: esso avviene sia per cause naturali, sia per cause antropiche, ovvero conseguenza dell’azione umana. Naturali: come lo stesso sistema di fondazione della città, il celebre gioco di palafitte conficcate nel fango e ancorate ad uno strato solido e saldo del sottosuolo, l’argilloso e impermeabile caranto; pur trattandosi di una tecnica che garantisce stabilità alla città, essa subisce un naturale smottamento, un moto intrinseco cui i Veneziani si sono adattati nelle loro leggere architetture e che è all’origine dell’apparente stortura di tante facciate e campanili: per la serie non c’è solo la Torre di Pisa, i campanili di San Martino a Burano e di Santo Stefano fanno ben più impressione! Stando alle misurazioni, ben altro problema è la sussidenza antropica: causata, a quanto pare, dal prelievo di acqua a fini industriali dalle falde nel sottosuolo della laguna. Tra anni ’20 e anni ’70 del Novecento, Venezia ha perso ben 20 cm: una cifra inimmaginabile per una città costruita sul livello del mare. Fortunatamente una serie di decreti e leggi ha vietato il prelievo dalle falde, ma il danno era ormai compiuto, il latte ormai versato. Oggi Venezia ha ripreso il suo lento e progressivo sprofondamento, con un andamento minimale per il centro storico, decisamente più preoccupante ai margini nord e sud della laguna.

Se proiettiamo le conseguenze della magica combinazione al futuro immediato, tutti gli scenari climatici mostrano chiari segnali di allarme: con un Mediterraneo destinato a crescere, le acque alte si faranno necessariamente più frequenti e più gravi. Con un innalzamento del livello del mare di mezzo metro, avremmo una proporzione di 250 acque alte superiori ai 110 cm sullo zero mareografico l’anno. E se questo numero già ci fa mettere mani nei capelli, lo scenario con più mezzo metro non è certamente il peggiore di quelli ipotizzati dagli studiosi, che hanno supposto un aumento del livello del mare fino a 1.35 m. Ebbene sì, disperante.

Venezia non affonda più, o quasi: oggi è il mare a salire, è il mare, che con il sempre minor bisogno dello scirocco e della pioggia, invaderà le rive della città. A fronte di questa situazione l’unica alternativa proposta è il MOSE: un progetto enorme che, al di là del nome evocativo, consisterebbe nella costruzione di quattro sistemi di dighe mobili per separare le acque della laguna dalle acque dell’Adriatico a livello delle tre bocche di porto (le aperture della laguna al mare) durante i fenomeni più intensi (>110 cm). Un progetto con un devastante impatto ambientale, che cementificando i fondali, canalizzando le acque della laguna e accelerando le sue correnti sta erodendo l’habitat delle barene, delle velme, delle piccole isole semi-sommerse che costellano la laguna, sempre più simile a un braccio di mare chiuso. Sorvolando sulle questioni politico-economiche che incrinano la dubbia fama del MOSE, la manutenzione della laguna e del suo status è una garanzia di salute non più rispettata per la città anfibia. Cos’altro ci rimane dunque? Progetti localizzati, difesa delle barene (argine naturale alle inondazioni), difesa dei lidi, persino il rialzo della pavimentazione stradale, come già è stato fatto in molte zone della città. Un sistema di piccoli interventi su cui occorrerebbe soffermare più spesso l’attenzione, piuttosto che affidarsi solamente all’unico grande progetto – che, se realizzato, avrebbe comunque una sua utilità.

Spero di non avervi tediato sulle criticità della nostra città. Una città fragile, resa ancora più fragile dalla cattiva gestione del suo territorio. Una città che per definizione è tutt’uno con il suo ambiente, che dal suo ambiente dipende, che dal suo ambiente trae la sua ricchezza e il suo eterno fascino. Venezia è laguna. È una scritta che si trova spesso sui balconi ancora in mano ai Veneziani. Una scritta che si arriva a comprendere remando in laguna e tra i canali e scorgendo le sue isole. Penso sia giusto soffermarsi su questo concetto durante le acque alte. Pensare che sì, magari può essere affascinante o divertente, una volta messi al sicuro casa e affari, sguazzare con gli stivali tra i flutti e fare le foto alla piazza sommersa; ma pensare anche che tutta quest’acqua è un problema che marcherà sempre di più la vita della città, che tutta quest’acqua è un sintomo forte di un qualcosa di davvero più grande.

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