Tirare le fila

tempo di lettura: 4 minuti

Ho rimandato a lungo il momento di raccogliere in parole e fissare (ahimè, non sulla carta ma su di un foglio elettronico – mala tempora!) le riflessioni finali sul mio Erasmus, il momento di mettermi a tavolino e vedere se, e cosa, ho imparato.

Ma purtroppo, o per fortuna, mi tocca: innanzitutto perché nel mondo di oggi non ci si può più permettere di fare le cose tanto per fare, “perché ci va”, ed ogni esperienza formativa va rendicontata in merito ad obiettivi di apprendimento attesi ed auspicabilmente poi raggiunti così da essere poi coronati dalla gloriosa spunta su di un form; ma anche – e, mi consola, soprattutto – perché da quando mi si è insinuato tra i cassetti della mente “quel tarlo mai sincero che chiamano pensiero” ho la tediosa abitudine di domandarmi il senso delle cose che faccio – una routine che finora non mi ha procurato che grattacapi e a cui francamente, in omaggio a un’altra consuetudine dei nostri giorni, non attribuirei più che due o tre stelline su Tripadvisor.

A ogni modo, scavalcate le pur necessarie ma verbose premesse, che di nuovo tradiscono il desiderio di rimandare, eccoci a noi: ho imparato qualcosa? Certamente. E cosa?

(Non vi preoccupate, non vi aspetta una griglia Excel organizzata secondo i Descrittori di Dublino o gli Obiettivi Strategici Europei Education and Training 2020).

  1. Che il mondo è grande e le possibilità sono tante

Vogliate scusare la banalità; galeotti furono i low-cost EasyJet, ma ho scoperto che i 1300 chilometri che separano Venezia e Berlino non sono poi tanti più del famoso “tiro di schioppo”. E certo, ha ragione Bauman, la neutralizzazione delle distanze incarna il privilegio del “primo mondo” e, aggiungo io, è uno sputo in faccia alle frontiere con cui è negata la mobilità ai secondi, terzi, quarti mondi che respingiamo. Mentre aspettiamo la rivoluzione, però, concedetemi qui di limitarmi a farvi partecipi della mia scoperta dell’acqua calda che si può andare, si può fare, che la vita, per dirla coi greci, è davvero πολύτροπος: svariata, sfaccettata, “multiforme”.

  1. Che chi ti credi di essere

Prima che i sobborghi dell’ex Berlino Est spalancassero il mio campo visivo sulla vita, per me impelagarmi in ansie di ogni tipo perfino per le piccolezze quotidiane era un’abitudine. Dalla mia stanzetta uguale a centinaia di altre stanzette in centinaia di altri palazzi, attraversando con altri tre milioni e mezzo di persone la rete urbana della città più estesa d’Europa, trascorrendo i pomeriggi in biblioteche grandi come condomini, ho imparato a ridimensionare – anche letteralmente, dato che mi sono dovuta confrontare con uno spazio urbano ben più grande di Venezia! Mi dolgo di procurare a tutti i nostri lettori narcisisti questo dispiacere, ma al mondo (che, come vi dicevo, è davvero grande) c’è anche tanta gente, e con i nostri problemi non siamo che “una goccia nel mare”, o, se preferite, un passeggero qualsiasi della U-Bahn.

  1. Che intanto ti calmi

Chiunque abbia avuto a che fare almeno una volta con una qualsiasi segreteria universitaria sa bene a cosa mi riferisco: questi ecosistemi complessi dove è possibile osservare fenomeni quali la dissoluzione atomica dei documenti nonché la dilatazione dei tempi tendente all’infinito rimangono ancora oggi un mistero irrisolto della fisica. Ma non sono che la punta dell’iceberg: ogni Erasmus che si rispetti è una catabasi nell’inferno della burocrazia che si imbocca nella sala d’aspetto di un ufficio pubblico ed è scandita dai miliari delle scadenze. È uno scenario francamente sconfortante. A dispetto di ogni mio pronostico, però, non solo sono sopravvissuta, ma sono anche sopravvissuta bene – e per farlo è bastato semplicemente arrendersi al fatto che le cose si sarebbero sistemate, prima o poi.

Insomma, tirando le fila, dal mio Erasmus ho imparato quello che imparano tutti: ho visto un altro pezzo di mondo, ho trovato una nuova quotidianità, ho imparato a studiare in un modo diverso, ho provato (con un tasso di successo che mi ha sorpreso) a cavarmela.

Non so se sono una persona migliore di quella che è partita in una gelida (letteralmente, il termometro segnava -12°) mattina di marzo; sicuramente sono una persona diversa.

E a chi, arrivato alla fine di questo noioso collage di luoghi comuni, si sta chiedendo se tutte queste belle cose non avrei potuto impararle altrettanto bene a casa mia, non ho grandi argomentazioni da contrapporre: mi scuso se non so spiegare il Wanderlust (dopo sei mesi in Germania lo so scrivere senza errori). Andassero a chiederlo all’Ulisse dantesco a che serve «divenir del mondo esperto».

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.