Incroci (o almeno avvicinamento) di civiltà: la colazione cinese

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Uno degli aspetti migliori del viaggio, nonché uno dei più duraturi nei ricordi, è l’incontro con altre persone. Da quando sono arrivata, di volti ne ho visti tanti, forse troppi (a volte infatti nemmeno riesco ad associare nomi a visi), ma quelli che mi sono più vicini e intimi sono sicuramente quelli delle mie coinquiline.

Il bello del nostro dormitorio infatti è proprio la condivisione di spazi comuni come la cucina e il bagno. Siamo sette ragazze, tre cinesi, una thailandese, due giapponesi e me. Inizialmente, il mio scetticismo nella condivisione degli spazi comuni (specie il bagno) mi ha un po’ accecata, non facendomi percepire i possibili benefici che potevano nascere da una convivenza così. Ciò che infatti non avevo calcolato fino allo scorso weekend erano i pasti che avrei potuto allegramente scroccare, quando tornata a casa esausta da una giornata piena di lezioni, sicuramente non avrei avuto voglia di preparare nulla.

Ed è proprio sabato scorso che ho avuto la rivelazione.

Ore 9.10 del mattino. Dalla cucina giungono urla incomprensibili, talmente forti da svegliarmi. L’arrivo in cucina è traumatico: io in pigiama e calzettoni, le mie tre coinquiline cinesi che litigano, la ragazza (ormai donna, ha infatti 41 anni!) thailandese che cerca di mettere un po’ di ordine.

Le scruto con aria assonnata e in risposta ricevo un “guddo moningu”, in un mix di lingue che non si capisce se sia inglese, giapponese o cinese. “Breakfast, taberu?” (“Vuoi la colazione?”).

Attimo di panico. Quanto è scortese rifiutare la prima colazione preparata dalle coinquiline dopo un mese di convivenza? Nella mia testa una voce dice, “Irene, suvvia, parecchio”.

Accetto con aria poco convincente la colazione offertami: cappuccio, germogli di soia, uova fritte, una spezia di cui tuttora non ho capito il nome, un ingrediente non identificato rosa, un secondo ingrediente non identificato sul verde militare. In un solo momento, mi trovo con sei occhi curiosi puntati addosso, in attesa del verdetto finale.

Prendo con le bacchette il primo boccone e vado. Panico. È piccante (chi mi conosce sa quanto io sia inadatta fisicamente a qualunque tipo di alimento piccante o anche solo leggermente speziato). Inizio a lacrimare, e i loro sorrisi speranzosi si trasformano in tre risate sguaiate, facendomi sentire la debole della situazione. “Karaiiiii” (“piccanteee”), inizio a urlare. “Karakunaiyo” (“non è per niente piccante!”), ridono le altre tre all’unisono. Scopro dopo che l’ingrediente non identificato numero 1 era una spezia cinese, portata direttamente dalla periferia di Shanghai, per niente considerata piccante dalla maggioranza del popolo asiatico. Le tre facce beffarde mi offrono del té bollente che non fa altro che aumentare il dolore nella mia bocca già torturata.

Ora tocca a me, vi faccio vedere io come si fa una colazione.

Faccio sedere tutte e quattro le presenti e preparo una fetta di pane tostato con sopra un dito abbondante di marmellata di fragole a testa. “Vediamo come reagiscono a questa delizia”, penso, già sicura dell’approvazione all’unisono. Con facce schifate mi guardano, “È viscida”, dice Sho, “Sembra una medusa”, dice Zhangi. Li si limita a ingurgitare senza proferire parola.

Mi sento un po’ morire dentro nel vedere principalmente il disgusto nei loro occhi quando per me la marmellata è vita.

In un attimo di smarrimento, senza evidenti vincitori nella sfida mattutina, la nostra “mamma” thailandese prende in mano la situazione. “Provo a cucinare qualcosa io, ora”, dice con aria sicura di sé.

Uova, pancetta, pancakes. Abbiamo divorato il tutto nel giro di 10 minuti.

Non contente però di questa vittoria a metà, le tre paladine della colazione decidono di volermi mettere alla prova ulteriormente, programmando un’altra colazione cinese per la settimana seguente senza spezie e senza piccante. Le sfido, accettando la colazione e promettendo anch’io qualcosa di nuovo per renderle contente, omettendo dai miei piani ingredienti di consistenza simile a invertebrati o quant’altro.

La mamma adottiva sorride contenta di aver riportato la pace in cucina e promette che comprerà più farina per i pancakes.

Chi lo sa, magari ce ne sarà bisogno anche la prossima volta.

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