8 marzo

Nel 2017, Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli è stato il libro più venduto in Italia. Le oltre 470.000 copie vendute suggeriscono come ci si trovi davanti a molto più di un semplice caso di best-seller per bambini. Il libro di Elena Favilli e Francesca Cavallo si inserisce a pieno merito in un filone di iniziative che vorrebbero invitare le bambine del nuovo millennio a liberarsi di stereotipi e costrizioni di genere per sviluppare appieno il loro potenziale.

Effettivamente, le Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli, pubblicate a inizio 2017, hanno forse preannunciato un’ondata di girl power che non si era vista da tempo (o forse mai). Dalla fortunatissima seria The Handmaid’s Tale, tratta dal romanzo di Margaret Atwood, in grado di scuotere l’America di Trump, al movimento globale #metoo, il 2017 ha segnato una pietra miliare nella storia della lotta per i diritti delle donne.

C’è chi ha paragonato i movimenti femministi che hanno caratterizzato la fine dell’anno – e che sicuramente non spariranno nel 2018 – alle rivolte del ’68, c’è chi ha espresso giudizi meno favorevoli.

Chi ha sicuramente compreso la portata delle proteste e delle rivendicazioni è stata la prestigiosa rivista americana Times che ha nominato le Silence Breakers «persona dell’anno». Le attrici, imprenditrici, segretarie che hanno osato levare le loro voci per denunciare un sistema di soprusi talmente capillare da essere invisibile, hanno ricevuto un supporto incredibile, ma anche in questo caso le polemiche non sono mancate.
Eppure, puntualmente, come ogni anno, l’otto marzo giunge accompagnato da fiumi di parole.

Esiste uno schema ben collaudato: cenni storici – presa di posizione sull’opportunità o meno di utilizzare il termine “femminista” – esortazione finale al lettore affinché “non manchi di celebrare l’importante ricorrenza” donando alle donne a lui care la consueta “mimosa, simbolo di semplicità e tenacia”, compiendo così “un gesto piccolo ma di grande significato”; et voilà, l’articolo è scritto e pronto per essere pubblicato e condiviso sui social dove potrà finalmente essere consacrato all’approvazione di decine di altri utenti e dei loro pollici d’assenso.

Il risultato è garantito, a patto ovviamente che allo scrivente sia sufficiente qualche riga d’encomio per sentire d’aver compiuto il proprio dovere di cittadino e comunicatore responsabile.

Purtroppo, però, mala tempora currunt, non soltanto nel Bel Paese, ma in tutta la cara vecchia Europa e perfino oltreoceano, e non c’è che da accontentarsi anche dei tentativi più impacciati di abbozzare un discorso riguardo ai diritti delle donne – se non certamente per la qualità giornalistica di simili esercizi, perlomeno per la bontà d’intenti: con l’aria che tira, rischiano anzi di diventare quasi pezzi di denuncia sociale.
Lasciando da parte queste esagerazioni (che pure sono una prospettiva divertente da figurarsi), che l’Occidente si trovi in difficoltà nella gestione dei diritti civili è oggi chiaro a tutti. Questo rende una riflessione sulla condizione delle donne e delle pari opportunità ancora più urgente da affrontare di quanto lo sia stato negli ultimi anni: ben vengano, allora, i trafiletti di giornale e perfino i post su Facebook tutti uguali l’uno all’altro; per quanto blandi, è anche a partire da questi che si può ricostruire la sensibilità riguardo a temi che rischiano, altrimenti, di essere spazzati via dal dibattito pubblico perché “già sentiti” troppe volte.

Quando la parola “femminismo” comincia ad essere bollata come sovversiva, e viene pronunciata con riluttanza dopo non poche esitazioni, non abbiamo “già sentito parlare abbastanza” di diritti delle donne.

Quando non siamo spiazzati dalla gravità della situazione che la diffusione a macchia d’olio e su scala globale della campagna #MeToo evidenzia, non abbiamo “già sentito parlare abbastanza” di diritti delle donne.

Quando un cartellone pubblicitario che suggerisce come regali “femminili” soltanto articoli da cucina e gioielli non ci salta neanche agli occhi, non abbiamo “già sentito parlare abbastanza” di diritti delle donne.

Non ne abbiamo già sentito parlare abbastanza quando ci viene spontaneo alzare gli occhi al cielo alla menzione di “parità di genere nel linguaggio”, quando i dati sul femminicidio diventano soltanto numeri a cui non prestiamo attenzione, quando sentire una battuta discriminatoria non ci fa né caldo ne freddo (forse, anzi, neanche la notiamo).

La priorità, oggi, deve essere quella di combattere l’assuefazione al panorama desolante che ci troviamo di fronte. L’ultimo articolo scritto da Valeria Solesin riportava un titolo che ci sembra interpretare bene cosa è necessario fare oggi: “Allez les filles, au travail!”. Con le mani libere da mazzi di mimose, è tempo di rimboccarsi le maniche. ”

 

Di Francesca Ballin ed Elena Annunziata

Edit 08/03/18 (20:00): per un disguido tecnico, il paragrafo finale è stato aggiunto post-pubblicazione.

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