(Non) allontanarsi dalla linea gialla

Il treno è partito in orario lunedì 29 gennaio, ma ha accumulato 20 minuti di ritardo stando fermo alla stazione di Cassano d’Adda. Poi ha sempre proseguito a velocità regolare fino alle porte di Milano. Lì il treno ha iniziato ad avanzare a fatica, emanando lamenti ferrosi, quasi soffrisse pure lui.

Alcuni passeggeri si spostano verso il lato sinistro della carrozza per assistere alla scena, altri verso il destro per risparmiarsi il tetro spettacolo.

Regna un silenzio funebre. D’improvviso compare. Nella foschia delle valli bergamasche e dello smog cittadino milanese, appare un treno fantasma. E’ una nave sommersa in un mare grigio fatto di nebbia, lacrime e paura.

Il fatto

E’ deragliato 4 giorni fa, il 25 gennaio 2018, nei pressi della stazione di Pioltello. Era un treno regionale, partito alle 5:32 dalla stazione di Cremona e diretto a quella di Milano-Garibaldi.

Il deragliamento è stato causato dal fatto che dal binario sul quale viaggiava, al passaggio del convoglio, si è staccato un pezzo di 23 centimetri, provocando lo sviamento delle carrozze centrali. Il treno ha comunque proseguito la sua corsa per altri 2,3 km, superando la stazione di Pioltello, nonostante alcune carrozze fossero già dirottate e marciassero fuori dalla traccia del binario. Il disastro è avvenuto circa 1,3 km oltre la stazione di Pioltello, quando il terzo vagone è finito contro un pilone dell’alta tensione, accartocciandosi come una lattina. Su quella carrozza 3 donne sono morte e altre 46 persone sono rimaste ferite.

Le indagini

Ora, 8 persone sono indagate e già state scritte nel fascicolo aperto dalla procura milanese per disastro ferroviario colposo e omicidio colposo plurimo. Si tratta dell’amministratore delegato e del responsabile di produzione di Rete ferroviaria italiana (Rfi) Maurizio Gentile e Umberto Lebruto, dell’amministratore delegato e del direttore operativo di Trenord Cinzia Farisè e Alberto Minoia, e di altre 4 persone impiegate nell’unità di manutenzione territoriale di Rete Ferroviaria Italiana (Rfi).

Per il momento le indagini condotte dagli investigatori della Polfer e dei vigili del Fuoco restano focalizzate sulle eventuali responsabilità penali da parte del personale di Rfi incaricato della manutenzione della rete ferroviaria. Dopodiché gli inquirenti si concentreranno su possibili anomalie nei carrelli dei vagoni. Il numero degli indagati, comunque, sembra destinato a salire.

La situazione attuale

Intanto la linea ferroviaria continua a subire rallentamenti e riduzioni del servizio ma tra i normali utenti della stazione il timore e il dolore sono ancora forti e al posto di esporre le proprie lamentele, preferiscono rinchiudersi nei loro cappotti e mantenere sguardi bassi e schivi.

Gli accertamenti tecnici (irripetibili) sul binario dove si sarebbe verificato il cedimento inizieranno il 2 febbraio e richiederanno alcuni giorni. Soltanto una volta terminate queste verifiche tecniche, sarà possibile spostare i vagoni dal luogo dell’incidente e ripristinare la normale circolazione ferroviaria lungo la tratta Treviglio-Milano. Intanto è stato predisposto un bus sostitutivo che impiega 1h e 30 minuti per percorre il viaggio di 20 km.

I testimoni

Oltre alle forze dell’ordine, essenziale in questa vicenda si stanno rivelando le testimonianze degli altri passeggeri del convoglio 10452.

Le interviste dei pendolari “sopravvissuti” portano anche noi “cittadini spettatori” più vicino all’accaduto, facendoci riflettere su quanto certi incidenti siano reali e possibili, diversamente dagli schermi delle tv o dalle pagine dei giornali, che spesso ci spingono inconsciamente a pensarli lontani e inverosimili.

Una signora racconta in lacrime al tg come “quella donna” (una delle vittime) sedeva spesso di fronte a lei e ogni tanto si scambiavano qualche parola, un saluto, un cenno del viso. E’ questo che emerge dalle interviste: una sorta di tacita comunità di chi prendeva quel treno ogni giorno e sempre allo stesso orario, di chi si era creato una raccolta mentale di visi noti e magari pure di qualche nome, alla quale adesso ne mancheranno 3.

L’iniziativa del Comitato dei pendolari cremaschi #intrenoconnoi

Questo triste evento da un lato ci ricorda la bellezza dello spontaneo e incredibile sentimento di umanità che può nascere nella routine di tutti i giorni, e dall’altro il suo opposto nero atteggiamento di indifferenza e noncuranza, di chi pensa per sé, per i suoi guadagni personali.

Ci ricorda dell’indignazione che dovremmo provare di fronte non solo a questi eventi ma anche a molti altri che ogni anno si verificano nel nostro paese. I media cavalcano sempre quest’onda di mare inquinato, facendola entrare nelle nostre case attraverso gli schermi delle tv. Mentre tante famiglie sono riunite a cena, le forchette cadono e cala anche il silenzio. La bocca spalancata, gli occhi che si inumidiscono ascoltando i racconti dei superstiti.

Per un momento il popolo italiano si riunisce a piangere persone che non conoscevano ma il cui trauma si ripercuote anche sui loro animi. E’ pura compassione. Come quella che ha mosso il Comitato dei pendolari cremaschi, i quali, a una settimana dalla tragedia, hanno organizzato una sorta di viaggio solidale in ricordo delle tre vittime (Ida, Pierangela e Giuseppina). All’iniziativa, soprannominata #intrenoconnoi, hanno partecipato una ventina di sindaci, che, insieme ai cittadini pendolari che abitualmente percorrono la tratta Cremona-Treviglio-Milano, hanno intrapreso il viaggio inaugurandolo con un minuto di silenzio e un applauso in memoria delle vittime.

Come ha sottolineato Massimiliano Donelli, del Comitato dei pendolari cremaschi, “ci battiamo da anni contro ritardi, carrozze fredde, ma mai ci saremmo aspettati di doverci battere per la sicurezza e per la vita dei passeggeri”. Quest’ultimo spiega che l’iniziativa è per tenere alta l’attenzione su una piccola tragedia umana che non si deve mai più ripetere.

A mio avviso, a non doversi affievolire sono soprattutto l’indignazione e la volontà di mettere dei paletti più solidi alla giustizia italiana, perché il nostro paese la smetta di intraprendere sempre la strada più breve, comoda ed economica, perché rifletta e si costruisca basi etiche più solide, e non esca mai più dai binari della retta moralità.

Le tre parole delle tragedie

Di fronte a questi eventi emergono sempre le stesse parole: giustizia, destino e rabbia.

  • Giustizia: perché non è mai colpa delle vittime, ma sempre di qualcun altro. E in Italia sappiamo bene che sono sempre i più deboli a pagare. Sono le mamme, le mogli, le figlie, i padri, i mariti, i figli, gli amici. Se ne vanno in modo inspiegabile e terribilmente doloroso. E la cosa peggiore è che la loro scomparsa raramente porta a cambiamenti sostanziali. Chi dovrebbe pagare, essere punito, o quantomeno sentirsi colpevole, rimane indenne e indifferente. La giustizia, spesso, finisce per essere urlata di fronte alle telecamere, ma poi si trasforma in un eco senza risposta.
  • Destino: una mattina come tutte le altre tua madre esce di casa; la sera la tavola è già apparecchiata ma lei non torna e non tornerà mai più. Tu quella mattina non potevi saperlo, e nemmeno lei. Nessuno lo sapeva, o forse qualcuno (o qualcosa) si, ma quel qualcuno (o qualcosa) non è di questa Terra e non ha parola, non poteva dirtelo. E tu rimani solo, a chiederti per tutta la vita: era destino che andasse così?
  • Rabbia: spesso il dolore è talmente forte che sconfina nella rabbia. Specialmente quando è un dolore indotto, ingiusto, ingiustificabile e disarmante. Le persone che te lo hanno provocato non sanno quantificarlo e non vogliono nemmeno farlo. E tu ti arrabbi, invano.

Di Ginevra Gatti

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