NO MAN IS AN ISLAND – La parola “matto” sta scritta dentro e fuori ci sono i pazzi.

16 dicembre 1943, 

Ospedale psichiatrico femminile di San Clemente

Mi hanno portato con la barca questa mattina dall’ospedale; nebbia e pioggia, la barca ballava sulla laguna agitata. Ho visto i diavoli venire a prendermi tra le onde, i fulmini, i lampi. Nessuno mi crede, mi tengono ferma, legata alla barca. La barca non sta mai ferma. La Signora infermiera parla di me con il barcaiolo, io la sento, io la sento e lei parla di me comunque.

“È pericolosa”, dice. “Prima o poi s’ammazza, vedrai che s’ammazza o ammazza qualcun altro, se non l’ha già fatto!” dice al marinaio, e poi di colpo a me: “Ferma! Sta’ seduta!” mi spinge, mi strattona, ma io sono più forte e glielo dico che ho visto il diavolo: “Guarda che viene! Ci prende!”

Mi alzo in piedi sulla barca, voglio dir la mia, e serve anche l’aiuto del marinaio – un omaccione alto e forte – a tenermi giù. Buona, devi star buona, mi dicono. Vedo delle mura, in lontananza, nella nebbia.

“Signorina, ti portiamo in un bellissimo posto! Vedrai che giardino che c’è”, mi dice. Il marinaio è gentile, mi ha chiamato signorina, l’ha detto a me e ai miei 48 anni di donna, ma l’ha detto con un sorriso, forse è un invito. Gli prendo una mano, e rispondo: “Se lei mi sposa non sono più signorina, lo sa? Ho i miei anni, ma mi tengo ancora bene, non come quella disgraziata dell’infermiera. Mi può sposare sa, non sono mica ebrea!”

“Xe tuta mata” dice la Signora infermiera ridendo. Ride di me la Signora infermiera. Signora, con una bella fede luccicante alla sua manaccia tozza. Così giovane, non bella, nei suoi abiti modesti sotto la divisa, i capelli legati con cura, ma senza grazia; eppure già moglie, presto madre. La Signora ride, e quella risata mi entra nella testa; ride quando le dico che vedo il diavolo, ride di me e del marinaio – forse è invidiosa, quella poco di buono, lo vorrebbe tutto per sé. Ride di me e io le salto al collo con così tanta forza che quasi la barca si ribalta. Il barcaiolo deve intervenire a separarci, le sue mani su di me sono come una carezza. Allora la guardo dritta negli occhi per qualche istante – che occhi piccoli e senza luce! – poi le sussurro all’orecchio: “Non ho più paura degli occhi cattivi, né delle stregonerie.”

17 dicembre 1943

Oggi non c’è nebbia, ma dalla finestra niente mare: c’è solo un muro altissimo e scrostato che mi fa mancare il respiro. Però il mare lo posso sentire: chiudo gli occhi, e il mare è qui con me. Un mare libero e rabbioso, duro contro la terra padrona, brillante nelle giornate di sole, insanguinato e colpevole al tramonto. Riapro gli occhi, tutto se ne va. Ancora muro nel cielo grigio, muro e cielo, a tenermi rinchiusa. Ah, ma mi sentiranno! Loro non sanno chi sono io! Io sono la Signora direttrice del manicomio e tutti mi devono obbedire. Urlo fortissimo nel corridoio, arrivano di corsa quattro o cinque delle mie infermiere.

“Vi sembra questo il modo di trattare la signora Direttrice del Manicomio? Non voglio vedere il muro dalla finestra, non voglio il cielo grigio, io sono la Signora Direttrice, lo sapete? Non sono mica ebrea!”. Mi prendono di forza tutte insieme e provano a legarmi, ma io mordo e graffio e mi difendo: “Matte! Siete delle matte!” urlo fin quasi a strapparmi la gola. “Vi licenzio tutte, fuori dai piedi, fuori tutti questi matti, via tutti! Via tutti, ho detto!”

Mi bloccano, mi mettono la camicia, mi cacciano la testa sott’acqua.

***

Ho chiuso la finestra, le mie segretarie mi daranno domani una camera più bella, ne sono sicura. Oggi da dietro la porta della cucina ho sentito quella bella canzone che mi piace tanto: le cuoche hanno un piccolo giradischi, per questa volta ho fatto finta di niente, ho chiuso gli occhi e ho ballato fuori dalla cucina senza fare rumore, senza farmi sentire, ma guai a loro a usarlo di nuovo, glielo sequestrerò!

“Ella ognor rimpiangerà

quando una sera, in un sogno lontano

nella vettura io le presi la mano

quando salvare ella ancor si poteva.

Come pioveva, così piangeva!”

Ho cantato tutto il pomeriggio, con la finestra chiusa, finché non mi hanno portato a cena. Adesso mi odiano. Odiano la direttrice, la vorrebbero impiccare. Ma non possono, e allora mi danno il veleno. Mi vogliono morta. Mi buttano il veleno per topi nel cibo. Ma io non sono così stupida. Faccio finta di mangiare, infilo il cibo sotto il tavolo, nelle maniche della veste, sotto la gonna. Poi ci sfamo la laguna. Non mi faccio mica ammazzare da loro!

19 dicembre 1943 

Ho nascosto la colazione nelle maniche del camice: io lo so che mi vogliono avvelenare! Le infermiere sono invidiose e anche le pazienti, vorrebbero essere al mio posto. Io sono la Psichiatra, conosco tutte le malattie dei nervi e so di non essere pazza. “Matta!” mi dicono, “matta!” quando urlo loro che prima o poi le licenzio tutte, quelle quattro sgualdrine scansafatiche. I sono la Psichiatra del manicomio e le matte siete voi. Ma non ce la farete ad avvelenarmi, io sputo tutto e non mangio, lo so che mi danno il veleno.

24 dicembre 1943: zolfoterapia.

27 dicembre 1943: elettroshock.

31 dicembre 1943: elettroshock.

      gennaio 1943: – 8 elettroshock.

                                  – 7 zolfoterapie.

8 giugno 1944

Gli alberi di San Clemente sono pieni di fiori, voglio farne una corona per la mia mamma, sono sempre stata brava a preparare le ghirlande. La mattina raccolgo i fiori e li porto sotto il letto, il pomeriggio preparo le ghirlande, ma la mamma non viene mai e i fiori si stanno seccando.

“Basta fiori! Cos’è tutto questo disordine?” stamattina sono stata rimproverata della Dottoressa.

“Dottoressa, questa corona è per te! Io sono guarita e non ho più bisogno delle cure, ti ho preparato questo regalo: fiori così belli tengono lontani gli spiriti cattivi! Basta occhi cattivi, basta spiriti, basta veleni! Guarda quanti fiori e corone! Buttiamo via i fiori secchi, i fiori secchi sanno di morte.”

“Smettila di giocare”, mi dice la dottoressa. Ma giocare è la sola cosa che mi va di fare. Mi dessero almeno una bambola di pezza, o una palla! Ho visto altre bambine in giro per i corridoi. Magari anche loro hanno voglia di giocare, e non si spaventeranno di queste mie mani vecchie di mezzo secolo. Voglio solo giocare, fare corone di fiori, e non pensare a niente. Come tutte le bambine.

6 ottobre 1944

Dopo un anno, stamattina, mi hanno portato a fare un giro in barca. È una bella mattinata di sole, l’acqua è patta, luccica e riflette l’ombra della barca. Dei signori in divisa mi hanno sollevata di peso e messa seduta. Hanno strane fasce rosse al braccio, e una croce bizzarra al centro, tutta storta. Ho riso. Non mi ero mai sentita così piccola e leggera.

Mi volto, alle mie spalle vedo le mura, come al mio arrivo, tra la pioggia e la nebbia. Le mura scalcinate di San Clemente sono le mura rossicce di Santa Maria Maggiore, rosse come il sangue che ho continuato a vedere in tutte quelle le fredde notti in una cella senza finestra, mentre i santi e le voci dei diavoli mi prendevano nel sonno e non mi lasciavano dormire. Le mura di San Clemente sono il soffitto bianco dell’ospedale di Venezia che mi teneva schiacciata al letto, chiudevo gli occhi per liberarmi da tutta quella luce; “Si è ferita, ha bisogno di cure” “È matta”, “Pericolosa per sé e per gli altri”. Le mura di San Clemente, sono un muro scalcinato, tutti i giorni, dalla finestra, non è libero neanche lo sguardo. Mi sono tolta il cibo di dosso la sera, mi davano il veleno, mi hanno costretta a mangiare. Mi torna in mente quella canzone, comincio a mormorare: “Ella ognor rimpiangerà/ quando una sera, in un sogno lontano/ nella vettura io le presi la mano/ quando salvare ella ancor si poteva./ Come pioveva, così piangeva!”

Come pioveva, così piangeva. Come pioveva il mio primo giorno a Venezia da bambina, mi ricordo il vento freddo e l’acqua che invadeva le fondamenta, come piangevo pensando al caldo e alla sabbia della mia Alessandria, che non volevo lasciare. Eppure oggi, in questa barchetta, in questo bagno di sole, Alessandria mi sembra vicina, sento il caldo e il profumo di mare, vorrei giocare con l’acqua, volano i gabbiani, liberi, sulla mia testa bambina. Finalmente Venezia è bella e la laguna non sa di sangue, il vento forte non sa di spirti che vengono a prendermi e a portarmi via per il mio peccato. Forse, fuori da tutte le mura, il mare aperto mi sta portando alla libertà.

La parola matti sta scritta di fuori e non di dentro, o meglio, di dentro sta scritta e fuori ci sono i pazzi.

6 ottobre 1944

Consegnata alla pubblica sicurezza per ordine

del comando militare tedesco di Venezia.

 

 

Di Federica Biscardi

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