NO MAN IS AN ISLAND – Intrecciando margherite (I)

Era freddo il canale, quella notte.
I ricordi sono sfocati: ricordo bene la borsa con tutti i miei averi (o forse sarebbe meglio dire il nulla che ormai possedevo) sprofondare nell’acqua scura; ricordo il silenzio attorno a me non appena mi immersi completamente, e ricordo quel freddo pungente avvolgermi le ossa e impossessarsi del mio corpo.
Forse fu l’atto più vile della mia vita, o forse fu il più eroico. In ogni caso dopo pochi secondi, non appena iniziai a sentire il fiato venir meno e i muscoli cedere lentamente, capii che non avrei portato a termine quel proposito. Iniziai a gridare con la voce interrotta dal pianto, e forse svenni, perché non ricordo chi e come mi salvò.
Presi un’altra importante decisione quando ripresi conoscenza: dovevo lasciare che mi curassero.
La mia dipendenza da gioco d’azzardo doveva essere curata. O le mie tendenze suicide, come le chiamavano. O forse era solo la mia profonda infelicità a dover essere curata.

Non saprei descrivere i miei sentimenti durante il viaggio per San Clemente.
Sapevo di andare in “manicomio”, ma questa struttura e la nuova vita che mi aspettava non avevano affatto contorni nitidi nella mia mente.
Lieta di allontanarmi dalla mia quotidianità da cui già avevo tentato di fuggire in modo irreversibile; terrorizzata all’idea di trovarmi su un’isola, circondata dalla vuota vastità del mare, senza possibilità di contatti con l’esterno; paralizzata dalla paura di restare in quel luogo così tetro per sempre.
Una volta giunta a destinazione fui accolta da medici e infermieri, alcuni dei quali mi scortarono in una piccola stanza scarsamente illuminata in cui mi domandarono di me, della mia famiglia, se c’era qualche caso di pazzia tra i miei avi, e infine di quella notte, del canale.
Ero piuttosto lucida, nonostante mi sentissi frastornata e disorientata, e credo che le mie risposte furono ritenute abbastanza coerenti dai medici, che parvero soddisfatti e mi fecero accompagnare nella mia stanza.
Qui conobbi una ragazza mingherlina, G., poco più grande di me.
A stento mi parlò quando entrai: e come dare fiducia del resto a una sconosciuta in un posto come quello?
Per lungo tempo rimanemmo entrambe in silenzio, io iniziai a disfare i miei bagagli, e G. mi guardava incuriosita. “Hai portato poche cose” mi disse infine. “E’ tutto ciò che ho” le risposi, rassegnata. Il suo volto si aprì in un leggero sorriso e concluse: “Non ti serviranno molte altre cose qui”. Non parlammo più per quel giorno.
Era già buio quando suonò la campana che ci richiamava per la cena.
Uno sciame informe di donne di ogni età si riversò nei corridoi, e io le osservai tutte attentamente: alcune avevano l’aria completamente assente, altre addirittura erano sorrette da infermiere a cui si appoggiavano a peso morto; altre invece sembravano più lucide, ma comunque assorte nei loro pensieri; tutte si trascinavano verso il pasto serale come se il corpo proseguisse per inerzia, ma la mente non lo comandasse più. Durante la cena la maggior parte delle ammalate divorava la sua razione di cibo con avidità quasi ferina, e io stessa ero piuttosto affamata, e desiderosa di un pasto caldo. La notte trascorse tranquilla, e dormii sonni profondi ma senza sogni, preoccupata per ciò che mi sarebbe toccato in sorte l’indomani.

Molte settimane trascorsero tranquille, in verità, monotone, tra pasti sempre uguali, bagni, qualche visita medica, e alcuni lavoretti e attività ricreative.
Io non mi lamentavo di nulla, mi sottoponevo a qualsiasi trattamento senza opporre resistenza di sorta, dimostrandomi anzi collaborativa e operosa, mettendo a disposizione del personale la mia breve esperienza di domestica, mestiere che non mi dispiaceva affatto, e così fui classificata tra le pazienti calme e non pericolose, e potei godere di qualche libertà in più.

Lo stesso valeva per G., che però talvolta richiamava involontariamente l’attenzione su di sé, in particolare di notte.
Capitava infatti che avesse incubi tremendi, e allora cominciava a gridare e a piangere e a emettere gemiti nel sonno, accorrevano le infermiere che tentavano di calmarla e di placare la sua angoscia, finché i sonniferi e le medicine non facevano effetto e crollava in un torpore duraturo.

Alle volte aveva allucinazioni anche durante la giornata, sicché sbiancava improvvisamente, gli occhi restavano sbarrati e restava immobile per qualche minuto senza pronunciare nemmeno una parola.
“Vedo i fantasmi”, mi confidò un giorno, “loro mi parlano e chiedono aiuto, ma io non so come aiutarli e mi spaventano tanto”. Mi disse che era per questo che i suoi l’avevano rinchiusa a San Clemente, perché un giorno aprendo il portone di casa le era apparso un ragazzo del paese morto da poco, lei aveva emesso un urlo, nessuno le aveva creduto. Povera G., io in fondo le credevo, e così diventammo amiche. Lei però non mi chiese mai la mia storia, ed io non volli raccontargliela.

Un giorno, era primavera, arrivò sull’isola una barca carica di nuove pazienti.
Io e G. sbirciavamo dalle tende delle finestre del primo piano, incuriosite. Ci divertivamo spesso a fantasticare insieme sulle altre ammalate, cercando di indovinare i loro sintomi e il perché del loro ricovero; certe volte addirittura ci spaventavamo da sole immaginando gli scenari più macabri.
Ma quel giorno non lo facemmo, perché la nostra attenzione venne rapita da una nuova arrivata molto particolare: una bambina che sembrava molto piccola, con un vestitino rosa lurido e rattoppato più volte, scese dalla barca tenendo stretta la mano a un ragazzino di circa una quindicina d’anni, che la abbandonò piangente alle cure di un’infermiera.
Io e G. ci guardammo, e in silenzio corremmo lungo le scale, impazienti di saperne di più.
Quella sera ci avvicinammo alla piccola spaurita e sola. “Come ti chiami?” le chiesi con il tono più dolce possibile, ma quella mi guardò con occhioni trasognati e abbassò la testa. “Dimmi almeno quanti anni hai!”, ancora nessuna risposta.
“Forse non ci sente” asserì G. Io però non ero convinta, perché sembrava capire tutto. Del resto era ben evidente la diagnosi: estrema povertà. Era chiaro che la madre l’aveva fatta ricoverare per evitare che morisse di fame.
Un giorno sentimmo che un’infermiera la chiamava M., senza ricevere ovviamente nessuna risposta.
Un’altra volta origliai una conversazione tra un medico e un’infermiera: “Dio, ha solo 8 anni! Cosa dovremmo farne noi? Non siamo mica un orfanotrofio” commentava il dottore.
Sembrava che avesse molti meno anni, era davvero minuscola. Ed io ero sempre più certa che non fosse sordomuta, semplicemente non aveva nessuna esigenza da esprimere, e preferiva far finta di non sentire, di non capire fino in fondo il dramma del luogo in cui era stata calata a forza.

Io e G. ci affezionammo subito, e per lei fu lo stesso, a tal punto che diventammo inseparabili, pur stando in silenzio per la maggior parte del tempo. La piccola M. era serena, mangiava di gusto come se non avesse mangiato mai prima, viveva quella triste esperienza come una vacanza, nonostante non sapesse nemmeno cosa fossero le vacanze.

Ma per lei fu davvero una specie di vacanza: dopo poco più di quindici giorni infatti fu dimessa per non riconosciuta pazzia, e non abbiamo più avuto sue notizie da allora.

*****

“Eccola lì, la gran signora!”.
Questa frase riecheggiava ogni qualvolta A.M. entrava in una stanza affollata.
Era sulla quarantina, e disprezzava tutte le altre pazienti di San Clemente. Era sospettosa, guardava chiunque dall’alto in basso, non voleva che nessuno la toccasse o le si avvicinasse, chiedeva che i pasti le fossero serviti per prima, per paura che si attentasse alla sua vita.
Di notte a volte chiamava le infermiere senza motivo, per denunciare chiunque di presunti attacchi contro la sua persona, quando in realtà era la prima a torturare e perseguitare con dispetti più o meno pesanti le compagne.
Un giorno, dopo che G. ebbe una delle sue consuete allucinazioni ed era perciò ancora in stato confusionale, A.M. iniziò a punzecchiarla, a infastidirla, a sussurrarle all’orecchio che stavano arrivando, che erano lì per lei, che erano venuti a prenderla (gli spiriti, s’intende); giocava con i suoi capelli con atteggiamento malizioso, la tormentava in vari modi.
Io stavo lì, impotente, immobile, non ebbi il coraggio né la forza d’animo di soccorrere la mia amica: giunsero infine degli infermieri che la portarono nella stanza delle cure, mentre lei continuava a urlare improperi e bestemmie.
G. non parlò per due giorni, e in seguito a quell’episodio gli incubi notturni si fecero più frequenti.
A.M. da quel momento fu apparentemente calma, mantenendo però sempre il solito atteggiamento inquisitorio, sospettoso, e le sue manie di grandezza e persecuzione, come le definivano i medici, non miglioravano.

di Renata Gallina

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