Il sogno disilluso dell’Unione Africana

L’ex presidente del Sudafrica Thabo Mbeki compie un bilancio molto severo dell’organizzazione che riunisce gli Stati Africani.

La nascita dell’Unione Africana (UA), nel 2002, prometteva a tutti gli Africani del nostro continente e della diaspora che avrebbero realizzato il loro sogno di emancipazione. Bisogna oggi domandarsi: questo sogno si è realizzato o è stato disingannato?

Da un punto all’altro del continente, vi è il palpabile sentimento che la capacità di leadership politica collettiva africana si è affievolita considerevolmente, con il rischio di retrocedere a discapito dei numerosi progressi. È chiaro che, nell’insieme, l’Unione Africana è dominata da una congrega immorale, risolta ad approfittare del suo accesso al potere politico per arricchirsi, e dall’idea che il potere è degno solo quando permette a chi lo detiene di arricchirsi.

Pertanto, la maggior parte delle battaglie elettorali nei nostri paesi si riducono ad una lotta senza scrupoli per il potere, avente come unico obiettivo l’arricchimento personale alle spese dello sviluppo nazionale e sociale.

Di certo, l’UA ha portato a termine grandi cose nel corso dei suoi primi dieci anni di esistenza. Le basi della crescita economica forte e durevole che si verifica in Africa da alcuni anni sono il frutto di decisioni prese dall’UA dalla sua creazione, ma anche di quelle prese immediatamente prima.

In termini di giustizia e di diritti umani, l’UA ha istituito la Corte Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. L’UA ha anche istituito il Consiglio di pace e di sicurezza, e ha adottato il Nuovo Partenariato per lo sviluppo dell’Africa (Nepad), un progetto per l’Africa messo a punto dagli Africani.

Eravamo allora convinti di aver in tal modo messo termine definitivamente ad una “tradizione” di disposizione dei rapporti umani vecchia di cinquecento anni, segnati dalle epoche di schiavitù, imperialismo, colonialismo e neocolonialismo, nel corso dei quali noi Africani non siamo stati altro che meri oggetti di una storia dettata (prevalentemente) dalle nazioni europee.

L’Unione non è stata in grado di implementare presso i diversi Stati le decisioni prese su scala continentale, e si tratta innegabilmente di uno dei maggiori fallimenti. Ciò ha considerevolmente indebolito la portata di numerose misure panafricane di progresso.

L’impotenza dell’UA nel fare rispettare all’intera comunità internazionale il diritto e il dovere dell’Africa di risolvere i propri problemi si è cristallizzato in maniera flagrante nel conflitto libico, nel 2011, nel corso del quale le potenze occidentali si sono arrogate il diritto di decidere unilateralmente dell’avvenire di questo paese africano.

Lo sviluppo africano, come viene inteso dagli Africani stessi, non è più una priorità dell’agenda politica ed economica mondiale. È dunque inevitabile che l’Occidente si adoperi, per mezzo del suo soft power, per attraccare l’Africa a sé, come se fosse la sua dépendance.

Come lo ha dimostrato durante il conflitto libico, l’Occidente interverrà in Africa a suo piacimento, sfruttando deliberatamente le nostre debolezze per estromettere qualsiasi governo africano che non approva e per ergersi quale attore decisivo del destino dell’Africa. Da lì deriva l’importanza di difendere con accanimento il nostro diritto all’autodeterminazione, concretizzatosi con la creazione dell’UA. Mobilizzare e federare le nostre forze per realizzare questo sogno senza lasciare che conflitti meschini ci dividano costituisce un dovere sacro dell’UA, anche perché se la concretizzazione di questo sogno viene ulteriormente rimandata, finirà sicuramente per frantumarsi completamente.

Articolo originariamente pubblicato in Courrier International n. 1143, 27 settembre 2012   

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