Il dittatore che suonava le campane. Stalin a San Lazzaro fra realtà e finzione.

Verso la fine della storia “La Casa Dorata di Samarcanda”, pubblicata nel 1985, il famoso marinaio protagonista, Corto Maltese, si trova in una situazione spinosa. Nei pressi del confine fra Turchia e Impero Russo, nel Caucaso meridionale, è arrestato dalle guardie rosse, che considerano seriamente l’opzione di farlo fucilare seduta stante. Il marinaio, quindi, ritiene opportuno “far intervenire una vecchia conoscenza con sufficiente autorità”. Sotto sua richiesta viene contattato il “compagno Djugatchvili”, il commissario per le nazionalità dell’appena nata Unione Sovietica (il racconto è infatti ambientato durante i primi anni ’20). Ne segue una pagina di dialogo surreale fra Corto e “Bepi”, com’è chiamato il commissario sovietico. I due amici ricordano prima il loro incontro del 1907 ad Ancona, poi il breve soggiorno presso San Lazzaro degli Armeni, a Venezia. Scopriamo che qui “Bepi” ha svolto brevemente il compito di campanaro, salvo essere cacciato pressoché subito dall’abate mechitarista. In seguito a un breve scambio con il commissario di confine, “Bepi” ottiene di far rilasciare il marinaio con la sua compagnia.

Anche se l’autore della storia, l’immenso Hugo Pratt, non chiama mai “Bepi” col suo nome più conosciuto, il collegamento è presto fatto. Dalla rivoluzione d’ottobre del 1917, fino al 1924, anno della morte di Vladimir Lenin, il ruolo di Commissario per le Nazionalità fu effettivamente ricoperto da un tale Ioseb Djugatchvili. Di lì a poco, tuttavia, Ioseb iniziò a rispondere soltanto al suo nome di battaglia: Josef Stalin.

Le storie a fumetti di Hugo Pratt non mancano mai di colpire per la loro meticolosità storica. Figure come il Barone Ungern-Stern, uno dei protagonisti di “Corte Sconta detta Arcana” (1977), o il generale Enver Pasha de “La Casa Dorata di Samarcanda” sono ben documentate e riscontrabili nei fatti storici, e servono a dar spessore alle avventure di Corto Maltese in giro per il mondo fra il 1913 e il 1925. Cosa farne, dunque, della storia del dittatore sovietico che suona le campane nella laguna di Venezia? Quanto c’è di vero nella vicenda di “Bepi” a San Lazzaro?

La versione più quotata da una breve ricerca è all’incirca questa: nel 1907, tentando di raggiungere Lenin in Svizzera eludendo la sorveglianza dell’apparato di sicurezza zarista, il ventinovenne Stalin arriva via mare in Italia, e soggiorna prima ad Ancona, in cui lavora brevemente come portinaio in un albergo, e poi a Venezia, dove, grazie alla conoscenza della lingua armena, viene accolto nel monastero di San Lazzaro. Così il dittatore che più di ogni altro leader sovietico si sarebbe scagliato contro le organizzazioni religiose (facendo, fra l’altro, distruggere la Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca) ottiene la protezione della comunità mechitarista veneziana, dalla quale è soprannominato “Bepi del giasso”, ovvero del ghiaccio, in un richiamo alla sua fredda terra d’origine.

Non vi è città al mondo in cui leggenda e storia vadano meglio assieme che a Venezia. Fra i migliaia di aneddoti sui moltissimi personaggi illustri che hanno vissuto o soggiornato nella città, non sorprende che anche i bolscevichi sovietici abbiano la loro parte. Tuttavia, per quanto suggestivo possa essere pensare al dittatore da giovane che suona le campane, e magari scruta la laguna aspettando il precursore del “Linea 20” per San Marco, la storia di Stalin campanaro appare improbabile sotto diversi punti di vista. Sappiamo, innanzi tutto, che sia Stalin, sia il leader dei bolscevichi Lenin furono delegati al quinto Congresso del Partito Social-Democratico Russo dei Lavoratori, che si riunì a Londra fra Maggio e l’inizio di Giugno 1907. Dal momento che Lenin si trasferì in Svizzera solo in seguito, per sfuggire alla repressione zarista che lo minacciava in Finlandia, l’itinerario che Stalin avrebbe percorso da Ancona verso nord appare quantomeno inverosimile. Inoltre, fu proprio Stalin l’artefice principale della rapina di una banca da parte dei bolscevichi a Tbilisi, capitale della Georgia, il 26 Giugno del 1907, con numerose fonti che attestano la presenza agli eventi in persona del futuro dittatore.

In ogni caso, la presunta permanenza di Stalin in Italia non può che essere stata di brevissima durata. Non ne parlano Robert Service, Stephen Kotkin, o Oleg Chlevnjuk nelle loro famose biografie del dittatore. Lo stesso Stalin, giunto al potere, fu un meticoloso distruttore di tracce storiche del suo passato pre-rivoluzionario. Infine, le guide turistiche dell’isola di San Lazzaro non possono che allargare le braccia quando, a fine visita, l’ennesimo turista chiede di Stalin, e del suo passato come campanaro sull’isola. Ci informano, tuttavia, che a nessuno fu mai dato il permesso di soggiornare sull’isola da quando il monastero fu istituito nel 1717. E se appare improbabile che nessun estraneo alla religione mechitarista ebbe mai occasione di passare la notte a San Lazzaro nel corso dei 300 anni di storia del monastero, è anche più difficile ipotizzare come mai un tale onore sia potuto spettare a un giovane georgiano rivoluzionario arrivato da chissà dove.

Mentre si ricorda il centenario della rivoluzione d’ottobre, avvenuta la notte fra il 6 e il 7 Novembre del 1917, può darsi che non sia ancora arrivato il momento di poter dare un giudizio conclusivo su ciò che fu il partito bolscevico, e la presa del potere da parte di Lenin. Allo stesso modo, chi si sveglia spesso in laguna, e dal vaporetto osserva le isole emergere dalla nebbia, non può sentirsi di respingere definitivamente la storia di “Bepi del giasso” a San Lazzaro. È quantomeno probabile che l’aspetto più importante della leggenda sia, semplicemente, che esiste. Impensabile, secondo chi l’ha raccontata e tramandata nel corso degli anni, che a Venezia non spettasse una parte, seppur minima, nell’ampia storia dell’Ottobre rosso di Pietrogrado, città che tutt’ora è comunemente chiamata la “Venezia del nord”. 

Di Arturo Gorup de Besanez

Mechitar
Miniatura di Mechitar, fondatore del monastero di San Lazzaro

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