L’antologia delle Grandi Scuse Americane

Frank McCourt (1930-2009) è stato uno scrittore americano di origini irlandesi. Nato a Brooklyn, a quattro anni tornò in Irlanda con i genitori. Tornò negli USA dopo la guerra e divenne un insegnante. Vinse il premio Pulitzer nel 1997 per “Le ceneri di Angela”, romanzo sulla sua infanzia nella povera e cattolica Limerick che gli valse però anche violente critiche nella patria irlandese.

Il brano è tratto da “Teacher Man” (2005), che racconta delle sue esperienze di insegnante alle prime armi negli Stati Uniti.

Mikey Dolan mi consegnò un biglietto di sua madre che spiegava la sua assenza del giorno prima:

Gentile professor McCourt, la nonna di Mikey, che è mia madre (ottant’anni), è caduta giù dalle scale per il troppo caffè e ho tenuto Mikey a casa perché si occupasse di lei e della sua sorellina, così io sono potuta andare al lavoro alla caffetteria al terminal dei traghetti. Per favore, giustifichi Mikey, farà del suo meglio in futuro perché gli piacciono le sue lezioni. Distinti saluti, Imelda Dolan. P.S.: Tutto bene con sua nonna.

Quando Mikey mi diede la giustificazione, così sfacciatamente contraffatta sotto il mio naso, non dissi nulla. Lo avevo visto scrivere al proprio banco con la sinistra per nascondere la sua calligrafia, che, a causa delle sue elementari alle scuole cattoliche, era la migliore della classe. Alle suore non interessava se saresti andato all’inferno o in paradiso o se avresti sposato un protestante, purché la tua grafia fosse chiara e bella, e se non te la cavavi bene ti avrebbero piegato i pollici all’indietro fino a che non gridavi pietà e promettevi una calligrafia che avrebbe aperto le porte del paradiso. Inoltre, se scrivevi con la sinistra era una prova schiacciante del fatto che eri nato con un segno di Satana, ed era compito delle sorelle torcerti i pollici, anche qui in America, terra dei liberi e patria degli impavidi.

Quindi ecco Mikey, che faticava con la sinistra per mascherare la sua squisita calligrafia cattolica. Non era la prima volta che falsificava una giustificazione, ma non dissi nulla perché la maggior parte delle giustificazioni dei genitori nel mio cassetto erano state scritte dai ragazzi e dalle ragazze della Istituto Tecnico Professionale McKee, e se avessi dovuto affrontare ogni falsario sarei stato occupato ventiquattr’ore su ventiquattro. Avrebbe anche comportato indignazione, sentimenti feriti, rapporti tesi tra loro e me.

Dissi a un ragazzo: “L’ha scritta davvero tua madre questa giustificazione, Danny?”

Era sulla difensiva, ostile. “Sì, l’ha scritta mia madre.”

“È un bel biglietto, Danny. Scrive bene.”

Gli studenti del McKee erano orgogliosi delle loro madri e solo un cafone avrebbe lasciato correre il complimento senza ringraziare.

Ringraziò e tornò al proprio posto.

Avrei potuto chiedergli se la giustificazione era sua, ma non ero così sprovveduto. Mi piaceva e non volevo che tenesse il broncio in terza fila. Avrebbe detto ai compagni che sospettavo di lui e quello avrebbe fatto imbronciare anche loro, perché falsificavano giustificazioni da quando avevano imparato a scrivere, e anni dopo non volevano essere tormentati da insegnati che improvvisamente diventavano moralisti.

Una giustificazione è semplicemente parte della vita scolastica. Tutti sanno che sono finte, e allora?

I genitori che la mattina portano i figli fuori di casa non hanno tempo per scrivere giustificazioni che sanno che finiranno comunque nel dimenticatoio. Hanno tanti pensieri che dicono, Oh, hai bisogno di una giustificazione per ieri, tesoro? Scrivila tu, io la firmo. Le firmano senza sapere cosa si perdono. Se potessero leggere quei foglietti scoprirebbero che i loro figli sono capaci di produrre la più raffinata prosa americana: scorrevole, fantasiosa, chiara, drammatica, immaginifica, precisa, persuasiva, utile.

Buttai la giustificazione di Mikey nel cassetto insieme alle altre dozzine: giustificazioni scritte su ogni tipo di carta, scarabocchiata, strappata, macchiata. Mentre la classe faceva verifica, quel giorno, cominciai a leggere le giustificazioni cui prima avevo solo gettato un’occhiata. […]

Stavo avendo un’epifania. Mi ero sempre domandato come sarebbe stata, un’epifania, e ora lo sapevo. Mi domandai anche perché non avessi mai avuto prima questa particolare epifania.

Non è notevole, pensai, il modo in cui si oppongono a qualunque tipo di compito scritto a casa o in classe? Si lamentano e dicono che sono occupati e che è difficile mettere insieme duecento parole su qualunque argomento. Ma quando falsificano giustificazioni sono magnifici. Perché? Ho un cassetto pieno di giustificazioni che potrebbero essere raccolte nell’antologia delle Grandi Scuse Americane o delle Grandi Bugie Americane.

Il cassetto era pieno di campioni di talento americano mai menzionato in canzoni, storie o studi accademici. Come avrei potuto ignorare questo tesoro, queste gemme di finzione, fantasia, creatività, virtù esemplare, autocommiserazione, problemi familiari, caldaie che esplodevano, soffitti che crollavano, incendi che divoravano interi isolati, bambini e animali che facevano pipì sui compiti, nascite impreviste, infarti, colpi apoplettici, aborti, furti? Ecco la scrittura scolastica americana della migliore qualità: cruda, vera, pressante, lucida, breve, bugiarda:

[…]

Il cane di sua sorella ha mangiato i suoi compiti e spero che ci si strangoli.

[…]

Un uomo è morto nella vasca da bagno di sopra e l’acqua è traboccata e ha rovinato i compiti di Roberta sulla tavola.

Suo fratello maggiore si è arrabbiato con lei e ha lanciato il suo saggio fuori dalla finestra. È volato via per tutta Staten Island, che non è una buona cosa perché le persone lo leggeranno e si faranno l’impressione sbagliata, a meno che non leggano il finale che spiega tutto.

Siamo stati sfrattati di casa e lo sceriffo cattivo ha detto che se mio figlio continuava a sbraitare per il suo quaderno ci avrebbe arrestati tutti.

Mi immaginavo gli autori di giustificazioni in autobus, in treno, sul traghetto, nei caffè, sulle panchine al parco, alla ricerca di scuse nuove e logiche, cercando di scrivere come credevano avrebbero fatto i loro genitori.

Non sapevano che una giustificazione genuina dei genitori era estremamente monotona. “Peter era in ritardo perché la sveglia non ha suonato.” Un biglietto del genere non meritava neanche di stare nel cestino della spazzatura.

Verso la fine del semestre battei a macchina una dozzina di giustificazioni e le distribuii a due delle mie classi dell’ultimo anno.

[…]

E che ci dobbiamo fare con queste giustificazioni?

Le leggeremo ad alta voce. Voglio che capiate che questa è la prima classe al mondo a studiare l’arte della giustificazione, la prima classe al mondo a imparare a scriverne. […]

Sorridono. Sanno. Ci siamo dentro tutti. Peccatori.

Alcune delle giustificazioni su quel foglio sono state scritte da persone in questa classe. Sapete chi siete. Avete usato la vostra immaginazione e non vi siete accontentati della vecchia storia della sveglia che non ha suonato. Vi inventerete scuse per il resto della vostra vita e vorrete che siano credibili e originali. Potrete anche trovarvi a dover scrivere giustificazioni per i vostri figli quando saranno in ritardo o assenti o impegnati in qualche diavoleria. Provate ora. Immaginate di avere un figlio o una figlia di quindici anni che ha bisogno di una giustificazione per essere indietro in inglese. Date gas ai motori.

Non si guardarono intorno. Non masticarono le penne. Non si gingillarono. Erano impazienti, ansiosi di inventarsi scuse per i loro figli e figlie quindicenni. Era un atto di lealtà e amore e, non si sa mai, quelle giustificazioni avrebbero potuto tornare loro utili.

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