Lo spirito di Gramsci

Giriamo l’angolo sbucando dalle viscere di Roma. La metro sa di polvere e attese snervanti. Ci accoglie un sole inclemente, che ha fretta di correre verso l’estate. Siamo a due passi dalla Piramide di Gaio Celsio, una tessera d’Egitto nel cuore della capitale.

Il cimitero è circondato da alte mura, come se i vivi temessero qualche brutto scherzo da parte morti. Ci sono merlature, feritoie e torri di guardia; a Roma, l’aldilà è una cosa seria. Ci aspettiamo un luogo tetro e angosciante; l’interno, invece, è sorprendentemente giocoso. Non tira aria di morte, ci diciamo. Si vede che è un cimitero acattolico: le tombe non parlano di redenzione e fiamme dell’inferno. C’è una certa letizia, un non so che di grazioso e leggero, in quel consorzio di anime dipartite. Ogni lapide è immersa nel verde e splendidamente curata: le croci cristiane vincono sulle stelle a sei punte e sulle rare scritte in arabo e russo. Foglie di ulivo proteggono i marmi dal sole di Roma, fiori e piantine spandono i loro aromi nell’aria. Stiamo bene, è un posto pieno di tranquillità. Ci sentiamo tagliati fuori dal gorgogliare della capitale, che pure è lì, a due passi da noi. Siamo su un’isola sperduta, qui c’è tempo per pensare, per leggere i nomi di persone a cui non è rimasto altro. Siamo stupefatti.

Imbocchiamo la via principale, che spacca in due il cimitero. Due ali multiformi ci salutano con silenzio rispettoso. Ci sentiamo sopraffare da tutti quei ricordi che non ci appartengono, che possiamo solamente intuire. Chissà, magari un americano ha lo zio qui e gli tocca prendere un aereo per portare un fiore, diciamo. Guarda – l’epitaffio comune degli svedesi attira la nostra attenzione – queste tombe sono in bronzo, non se ne vedono più, di questi tempi.

Centinaia, migliaia di nomi stanno in fila da chissà quanti anni. Sembrano tutti uguali, ma in fondo non è così. Alcune tombe sono più famose di altre, vengono segnalate da cartelli discreti ai piedi delle stradine. Persino tra i morti ci son differenze, ci diciamo. Camminiamo un po’ a zonzo, intimoriti e privi di riferimento. Alla fine siamo attratti dalla piramide di Gaio Celsio, che è incastrata a metà tra le tombe di pietra, le mura di Aurelio e la città viva. Salutiamo con rispetto e devozione le vestigia di John Keats, uno dei più grandi intelaiatori della parola inglese.

Ma miriamo ad altro, sentiamo una gran fretta, non vogliamo sciupare neppure un secondo. Sì, Keats è importante; è importante anche Shelley, che se ne sta sotto una torre diroccata che sta in piedi per miracolo, come un albero schiantato dal fulmine della tempesta. Passiamo davanti a Carlo Emilio Gadda, a cui han dato una tomba schietta e asciutta, quasi per contrappasso alla sua prosa nevrotica ed infinita. Abbiamo riservato il meglio per la fine, ci diciamo. Abbiamo accelerato il passo, guardiamo con minor commozione i morti sconosciuti della zona orientale.

Eccoci qua, sospiriamo. Poi un silenzio di chiesa ci impone di chiudere le nostre bocche. Nessun turista viene a darci noia: fortunata coincidenza, pensiamo. Al limitare del cimitero, una delle tombe più famose affiora da un letto di rose rosse e corone d’alloro. è un martedì, il 2 di maggio. La festa della Liberazione non è poi così distante. Le rose dei partigiani sono lì, a lottare con la fame e la sete, e si sforzano di tenere la testa alta per onorare quelle ceneri. I fiori sembrano sopportare con disinvoltura i colpi del sole, e le foglie d’alloro non ne vogliono sapere di rinsecchirsi.

Siamo colti da epifania. E come darci torto? La pozione era servita: il rispetto per la morte, un silenzio da alta liturgia, e quelle parole scolpite sul marmo e lette avidamente dai nostri occhi. Ho una visione: è Pasolini che si inginocchia e piange. Sta per scrivere una delle poche opere in terzine dantesche degne del grande modello di Dante. E le sta per dedicare ad un uomo forse senza eguali nella storia d’Italia.

Non è questione di politica. Non in quel momento supremo, almeno. Gramsci è davanti a noi, con la finta indifferenza dei morti. Pasolini non era uomo di facili commozioni. Ma qui versò una lacrima, e lo posso capire. Nella sua semplicità, le ceneri di Gramsci incarnano tutta una vita di sofferenza. I minuti passano, e noi siamo lì a guardare il vuoto, la nuda pietra, come inebetiti di fronte a un miracolo. Nessun altro può capire; è una cosa tra di noi, tra pochi eletti. Salutiamo Gramsci con deferenza. Gli opposti si conciliano in noi: ci sentiamo leggeri, perché le nostre anime hanno provato qualcosa di molto umano; ma siamo anche pesanti, pesanti perché la pietra stava lì a ricordarci del destino che tutti ci attende.

Riprendiamo a camminare. Il nostro interesse è nuovo, è vivo. Guardiamo i nomi, ci chiediamo quale sia la storia dietro alle parole e alle date che stanno lì a catalogare i morti. Chissà quali grandi idee hanno seguito, chissà quanto di buono hanno provato a fare nel mondo. Sentiamo una forte empatia, e non è il naturale terrore della morte; ci affratella un sentimento superiore.

Usciamo dal cimitero, siamo inghiottiti dalla metropoli. Torniamo ai piccoli accidenti della vita: una buca sui marciapiedi, una macchina che strombazza col clacson, un venditore ambulante troppo insistente, la fame che attorciglia lo stomaco. Svanisce tutto: la compassione, il sentirsi umani, la curiosità per il prossimo. Torna l’indifferenza, l’apatia che ci protegge dal mondo. Che ne è stato di ciò che abbiamo provato?

Forse lo spirito di Gramsci non può uscire dalle mura, ci diciamo. Forse le mura vogliono contenerlo. Forse gli uomini ne hanno paura.

Ci infiliamo di nuovo nelle viscere della metropolitana. Ci facciamo largo a suon di strattoni. La poesia è finita. Si torna a casa.

di Federico Sessolo

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