Note dal fronte orientale #14

Inizio questa nota con un pippone storico-politico. Sicché potete premere skip e fare finta che il primo paragrafo esista solo per gli addetti ai lavori. Non è neanche tanto utile ai fini di questa nota, se non per dare una vaga idea del contesto descritto. Insomma, fate come volete e vedete un po’ voi.
Fino al 1860, di Gerusalemme non esisteva che la storica città millenaria cinta dalle mura ottomane, piantata tra le colline sassose a 800 metri d’altezza. Questa non è poi così grande – se siete mai stati a Venezia, immaginatevela pressapoco delle dimensioni di Cannaregio. Ad ogni modo, oggi le cose sono ben diverse: non solo per il milione di abitanti che si ritrova, ma pure per la complessa situazione geopolitica che incarna. Spaccata a metà lungo la linea dell’armistizio del 1949, Gerusalemme è di fatto unita sotto la giurisdizione israeliana che la vuole come propria unica e indivisibile capitale, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese ne rivendica la zona Est in quanto territorio attualmente occupato.
S. ci fa da guida tra il monte degli ulivi e il quartiere ebraico della città. Zoppica perché si è appena fatto fuori una gamba giocando a tennis; ha cinquant’anni, gli occhi scavati, un naso prominente e un fitto reticolato di rughe che lo fanno apparire come un pezzo di storia. E infatti si è passato in prima persona tutti gli eventi salienti della storia israeliana degli ultimi trent’anni.
Nel quartiere ebraico della città vecchia ci tiene a precisare, nel 1948 questa zona è stata bombardata dalla Giordania, sapete: bombardata.
Ma se è la più curata dell’intera città!
Eh, ci credo: quando noi israeliani l’abbiamo liberata nel 1967, abbiamo ricostruito tutto. Non come la Giordania. La Giordania l’ha bombardata. Ma vediamo di sederci per pranzare ora, ché mi fa male sta gamba.
Ci sediamo per pranzare.
Non credi, gli chiedo, che per raggiungere una solida pace a questo conflitto sia necessario mettere da parte certi rancori?
La mia è una domanda idiota ché manco se riunissi l’intero apparato Rai e Mediaset per intero riuscirebbero a cavar fuori qualcosa di peggio – il perché magari ve lo spiego davanti a una Tennent’s. Ma l’ho fatta apposta.
S. mi risponde volentieri, ma certo, noi ci siamo seduti al tavolo delle trattative, ma l’altro posto era vuoto, sai. Noi c’eravamo ma i palestinesi non sono scesi a patti. Gli ebrei immigrati dai paesi arabi lo capiscono meglio e lo dicono sempre: a trattare con gli arabi non ci cavi un ragno dal buco.
Non ci cavi un ragno dal buco? Eppure gli accordi di Oslo ci sono stati, o sbaglio?
Non ci cavi un ragno dal buco, ti dico. Gli accordi di Oslo quando sono stati? Nel 1993. Sai da allora quando è scoppiata la prima bomba a Tel Aviv? Nel 1995. Ora dimmi se ti puoi fidare degli arabi, se ti puoi sedere al tavolo delle trattative assieme. Ché poi ce n’è qualcuno con cui puoi parlare, eh. Ma ce ne sono troppi che vogliono far diventare il mondo tutto islamico. E con quelli non ci puoi parlare, no no. Capisci?
Ma ci sarà ancora qualcuno in Israele che dice che per scendere a patti coi palestinesi bisogna finirla, con questa occupazione. Forse sbaglio?
Ma certo che ci sono. Io pure parlavo di pace e parlavo contro l’occupazione. Ma poi c’è stata la Seconda Intifada. C’è stata la Seconda Intifada e io allora facevo il giornalista. Io ho visto due autobus saltati in aria. Dopo che vedi certe cose diventa difficile parlare contro l’occupazione, e diventa difficile parlare di dialogo. Anche io, sapete, anche io parlavo di pace, ma è stato sempre più dura da allora. Dopo che vedi certe cose anche le colombe diventano falchi.

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