Controventi dal Rojava

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Roma, 26 novembre: mentre più di centomila persone passano in corteo nelle strade della capitale per la manifestazione nazionale chiamata da NonUnaDiMeno, tre ragazzi e una bambina da un balcone calano uno striscione che recita “DEFEND ROJAVA. Jin, Jiyan, Azadî”.

Napoli, 30 novembre: decine di persone bloccano il banco check-in della Turkish Airlines dell’aeroporto cittadino con uno striscione sul quale si legge “Stop Erdogan’s war. DEFEND ROJAVA”.  

Pisa, 1 dicembre: occupazione del Polo Carmignani (UniPi) per protestare contro la guerra in Kurdistan e chiedere all’università di prendere posizione pubblicamente su quello che sta accadendo e di sospendere gli accordi con Leonardo S.p.A.

3 dicembre: in centinaia di città si organizzano manifestazioni di piazza, azioni di solidarietà ed iniziative a sostegno del Rojava rivoluzionario in occasione del Day X, giornata di mobilitazione internazionale indetta dall’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est.

In tutto il mondo non si contano i gesti di solidarietà a quel pezzo di terra stratto tra quattro stati mediorientali e che da ormai dieci anni costituisce il laboratorio politico dell’esperienza democratica, femminista ed ecologista del Rojava. 

Ma che cosa ha messo in moto questa ondata di solidarietà? Ci sono cause tanto contingenti quanto profonde.

La causa più imminente è la guerra, una delle molteplici guerre che caratterizzano lo scacchiere geopolitico contemporaneo. La Turchia di Erdogan, secondo esercito della NATO, nelle prime ore di domenica 20 novembre ha ricominciato a bombardare i territori dell’amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est e del Kurdistan iracheno. L’operazione militare su larga scala, denominata “Spada ad artiglio”, ancora una volta va a colpire civili in tutte le aree del Rojava (ospedali, centrali elettriche, scuole e silos sono i bersagli principali). Diciamo “ancora una volta” perché la Turchia non è nuova ad offensive contro questo territorio: nel 2019 aveva lanciato l’operazione “Sorgente di Pace” (che attirò l’attenzione della comunità internazionale per l’utilizzo di armi vietate al fosforo bianco contro la popolazione civile), mentre nel 2018 l’operazione “Ramoscello d’ulivo” aveva portato all’occupazione turca di Afrin, una delle città-simbolo della resistenza contro l’ISIS. Prima ancora – quando i nemici della coalizione occidentale erano i fondamentalisti dello Stato Islamico – il regime turco foraggiava con armi e rifornimenti le milizie islamiste in funzione anti-curda. Insomma la “guerra al terrorismo” con cui oggi Erdogan giustifica quest’ennesima impresa militare va avanti da molti anni e sembra non conoscere limiti nè scrupoli, nonostante gli scarsi risultati fino ad ora ottenuti.

Questa ennesima guerra non è soltanto un attacco ad un vicino scomodo, ma è un attacco ad un modello culturale e politico alternativo possibile per tutto il Medio Oriente. Siria, Turchia, Iran e Iraq vedono infatti nell’esperienza del Rojava rivoluzionario un fattore di destabilizzazione per i propri regimi autoritari. Prova ne è la brutale repressione alle proteste delle donne in Iran, unite attorno al grido Jin Jiyan Azadî (Donna vita libertà) che non è soltanto uno slogan, ma la filosofia del movimento di liberazione delle donne del Rojava.

In lingua kurmanji Jiyan (vita) e Jin (donna) hanno la stessa radice. Questo non è casuale in una rivoluzione sociale che pone al centro la vita stessa, una vita libera dai multipli sistemi di oppressione che connotano la modernità capitalista, a cui il Rojava oppone il modello del Confederalismo Democratico, fondato sui principi di autonomia delle donne, ecologia sociale e convivenza pacifica tra i popoli dell’area. 

A questo punto, prima di continuare, ci sentiamo di fermarci un momento e tornare indietro: tornare a ragionare su un piano che si potrebbe definire semantico e chiarire cosa significhino concetti come Amministrazione Autonoma, Confederalismo Democratico e Autonomia – che sia delle donne, dei giovani o del potere locale.

Lo facciamo perché sappiamo come possa risultare difficile, o se non altro lontano, concepire come concrete realtà politiche al di là di quella che viviamo, lo è anche per noi. Operazione che risulta tanto più ardua in un Paese nel quale il ministro dell’istruzione, in occasione della celebrazione della “Giornata della Libertà”, scrive in una nota ufficiale: 

“Il crollo del Muro di Berlino segna il fallimento definitivo dell’utopia rivoluzionaria. E non può che essere, allora, una festa della nostra liberaldemocrazia. Un ordine politico e sociale imperfetto, pieno com’è di contraddizioni, bisognoso ogni giorno di essere reinventato e ricostruito. E tuttavia, l’unico ordine politico e sociale che possa dare ragionevoli garanzie che umanità, giustizia, libertà, verità non siano mai subordinate ad alcun altro scopo, sia esso nobile o ignobile”.  

Difficile sì, ma non impossibile.

Dal 2011 la regione a maggioranza curda della Siria, quella nel nord-est del Paese, quella che costituisce l’ideale Ovest del mai riconosciuto Kurdistan, il Rojava, si amministra tramite un sistema di autogoverno regionale che è nato e si è imposto come realtà politica all’interno della guerra civile siriana. Questo sistema implica una riforma della politica amministrativa a tutti i livelli (dai villaggi alle città, dai cantoni alla regione) con il passaggio da un sistema democratico rappresentativo – come il nostro, per capirci – ad uno assembleare confederalista; implica una completa ridefinizione culturale tanto del rapporto tra uomini e donne quanto di quello tra le etnie, unito ad un totale ripensamento del rapporto con la natura e con il sistema di produzione e consumo globalizzato. 

Andando ancor più nello specifico, e quindi nel concreto: alla rappresentanza parlamentare per come la conosciamo è stato sostituito un sistema assembleare “a cerchi concentrici” nel quale la partecipazione alle assemblee è volontaria e non retribuita, nel quale lә portavoce sono nominatә a rotazione ogni sei mesi e sono sempre un uomo ed una donna, secondo il principio di doppia rappresentanza

Anche il sistema dell’istruzione è stato ristrutturato, ampliato tanto a livello di inclusione sociale quanto sul piano della produzione del sapere, con la formulazione di nuove epistemologie e pedagogie alternative basate sulla filosofia di vita libera insieme e attraverso una pratica costante di formazione e autoformazione (perwerde).

I diversi popoli dell’area (curdi, arabi, assiri, turcomanni, yezidi..), che per secoli in quella regione hanno vissuto in conflitto, ora collaborano nel sistema di Autogoverno Democratico, mantenendo ognuno le proprie diversità ma integrando linee comuni di collaborazione democratica.  Nelle campagne i lavoratori sono organizzati in sistemi cooperativi e le grandi monoculture di grano sono state riconvertite sulla base delle specifiche e delle necessità locali.

A tutto questo bisognerebbe aggiungere, quando si guarda alla concretezza di quell’esperienza e al contesto – di guerra – in cui si muove, una forza armata di difesa interetnica e multireligiosa, le Forze Democratiche Siriane, di cui fanno parte le YPG (Unità di protezione del popolo), le YPJ (Unità di protezione delle donne), la brigata internazionalista (composta da persone giunte volontarie da tutto il mondo) e tante altre formazioni. Questo esercito è quello che ha contato il più alto numero di vittime nella lotta globale contro l’ISIS, è quello che ha dato uno strumento di emancipazione e autodifesa alle donne di tutte le etnie, quello che oggi, nonostante gli ex alleati internazionali abbiano abbandonato la regione voltandogli le spalle, resiste agli attacchi della Turchia (tollerati dalle forze russe nella regione e dal regime fantoccio di Assad).

Questo dunque è quel che intendiamo parlando di Confederalismo Democratico: un’esperienza che lungi dall’essere utopica o ideale, esiste e resiste costituendo un faro veramente democratico in una regione tormentata da secoli di guerre imperialistiche e fratricide.

Un’esperienza in cui parole quali democrazia, ecologia, femminismo e rivoluzione hanno ancora un senso e non sono state stravolte o, peggio ancora, svuotate di ogni significato come spesso accade qui.

Un’esperienza, per concludere, così concreta che con la sua tenace resistenza “per la vita” e la sua pratica autenticamente alternativa ispirano atti di solidarietà in tutto il mondo, nonostante i continui tentativi di sbarazzarsene (mediaticamente ed effettivamente) cui assistiamo nel nostro “ordine politico e sociale imperfetto”. 

Di fatto si tratta di un’esperienza che, creando un’alternativa, si pone in conflitto con un sistema che si fonda sul replicare conflitti culturali, sociali e militari su larga scala. 

Ed è questo che, in ultimo, ci porta a comprendere le ragioni profonde di quelle mobilitazioni: per chi si interroga su altri possibili paradigmi di vita l’esperienza del Rojava diventa stimolo, esempio ed interrogativo.

Ed è stato così anche per noi che abbiamo deciso di rispondere alla chiamata di solidarietà perché da sempre abbiamo riconosciuto in quell’esperienza un valore rivoluzionario in quanto esempio incarnato di un’alternativa possibile al sistema capitalista e patriarcale che oggi si presenta come l’unico. Quell’interrogativo risuona aperto e costante tra di noi, cifra dei nostri ragionamenti sul presente: se oggi in Europa e nel mondo migliaia di persone si mobilitano, se anche al Collegio Internazionale un gruppo di studentә come noi decide di portare la “questione Rojava” all’interno dei propri spazi è solo in forza del grido di speranza che si leva da quelle terre lontane. Per chi ancora si domanda se un’alternativa al realismo capitalista sia possibile, per chi lo nega e per chi ci spera, per gli scettici e per coloro che la vogliono costruire, è necessario puntare gli occhi su quella Rivoluzione. Noi l’abbiamo fatto, nel nostro piccolo, partendo dall’ambiente in cui ci muoviamo come giovani universitarә occidentalә. Nella sala comune dove spesso ci troviamo a blaterare di Andor, ribellismi e ribellioni, ci siamo datә appuntamento per dipingere un messaggio da appendere tra i canali del sestiere che attraversiamo ogni giorno, senza l’illusione che quello striscione potesse cambiare le sorti di un conflitto che non viviamo sui nostri corpi ma nella volontà sincera di riportare quell’ideale, la gratitudine e insieme la difesa dello stesso lì dove potevamo, lì dove ogni giorno stiamo.

di Ciccio Conte, Teresa Ferraresi, Francesco Gottardi

FONTI

https://www.infoaut.org/conflitti-globali/napoli-blocco-al-check-in-di-turkish-airlines-in-solidarieta-con-il-rojava

https://www.infoaut.org/conflitti-globali/occupata-luniversita-di-pisa-contro-la-guerra-in-kurdistan

APPROFONDIMENTI SUL ROJAVA:

Rabbia Proteggimi, Maria Edgarda Marcucci, Rizzoli Lizzard, 2022.

Make Rojava Green Again, Comune Internazionalista del Rojava, 2019.

Jin Jiyan Azadî, Istituto Andrea Wolf, Tamu edizioni, 2022.

Un’utopia concreta. Le montagne del Kurdistan e la rivoluzione in Rojava: un diario di viaggio, Lower Class Megazine, Red Star Press.

Kobane Calling, Zerocalcare, Bao Publishing, 2015.

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