Premio Campiello 2021: Il libro delle case di Andrea Bajani

Aprire la porta o tenerla chiusa, in queste settimane cambia poco […] il silenzio è silenzio anche sul balcone: l’esterno è uguale all’interno meno il frigo, che in cucina si sente soprattutto quando tace, come una specie di sollievo. Eppure fuori il sollievo è un panorama spaventato, Roma è un fermo immagine apparente, le strade sono stradò e sono vuote, gli edifici sono spazio solidificato, il silenzio è in cemento armato – tranne il vento che spunta gli angoli delle case, appena sibilando.

Nessuno di noi immaginava di vivere nel corso della propria vita quello che abbiamo vissuto nel marzo del 2020 e questa esperienza collettiva, ma anche profondamente individuale, ha lasciato il segno in molti dei romanzi che sono stati pubblicati subito dopo la fine del primo lockdown. Tra questi, Il libro delle case non fa decisamente eccezione, anzi, probabilmente è il libro-simbolo di questo periodo. Questa esperienza particolarissima ha ispirato una riflessione profonda nell’autore, riflessione che si dispiega sotto le pagine. Il protagonista, un personaggio senza nome “che per convenzione chiameremo Io”, rievoca capitolo dopo capitolo singoli episodi che compongono la sua vita. Si tratta di rievocazioni sconnesse, in una narrazione che manca totalmente di continuità cronologica. I capitoli – gli episodi – sono quadretti di vita domestica ambientati nelle case che li hanno visti accadere, come atti dello spettacolo che è la Vita. Il susseguirsi di queste case (“Casa del sottosuolo”, “Casa di Prigioniero”, “Casa del gasometro” e così via) è il fil rouge che caratterizza il romanzo. Si potrebbe quasi arrivare a definire le case quali vere protagoniste, senonché la loro caratteristica principale è quella di fare da sfondo alla vicenda narrata: sono involucri vuoti, capaci di esistere perché riempiti con la vita delle persone oppure perché capaci di rievocare il ricordo della vita vissuta al loro interno, come le mute di serpente che, solo a vederle, fanno venire in mente l’animale che le ha lasciate.

In un anno in cui si è stati costretti alla reclusione in casa, durante le ore svuotate della loro routine, è stato impossibile non soffermarsi a riflettere sulla casa stessa, quel luogo di dorata e sicura prigionia in cui si consumano le vicende quotidiane – domestiche, appunto. Ma la riflessione, libera di correre, si esaspera tanto da incepparsi inevitabilmente sulla casa come concetto, imponendo a Io – e al lettore – di chiedersi cosa esattamente chiamiamo casa e cosa questa parola in realtà rappresenti: anche un anello nuziale può essere casa, anche l’auto di famiglia può essere casa; esistono poi anche le case degli altri, in cui comunque abitiamo parte della nostra vita, come è il caso della “Casa dell’adulterio” che svolge un ruolo particolare nella vita del protagonista. “Casa” è, in senso ampio, ogni porto sicuro in cui approdare a fine giornata e non solo l’insieme architettonico di muri e tetto che ci separa dal mondo esterno.

Ma “casa” è anche – e soprattutto – il luogo immaginario che abitiamo con i nostri pensieri, il luogo spirituale in cui risiede la nostra anima. È il guscio di tartaruga più o meno metaforico che ci trasciniamo dietro, instancabilmente, per tutta la vita: è l’insieme delle convinzioni in cui possiamo rifugiarci, i ricordi che non possiamo cancellare, è il modo di vivere con cui siamo cresciuti e che non potremo davvero cambiare da grandi. Così come Io, di trasferimento in trasferimento, continua a portarsi appresso i mobili compratigli dal padre, ognuno di noi si trascina gli oggetti e le esperienze che ha collezionato con il tempo, il bagaglio culturale che continuiamo ad arricchire vivendo e con cui arrediamo la casa e la mente che abitiamo. 

Perché potrebbe vincere?

Il libro delle case è una lettura scarna, perché volta a scarnificare il concetto di “casa” e a spersonalizzare i personaggi, rendendo così ancor più universale l’esperienza del protagonista. Il libro delle case non è un romanzo da “divorare” ma è una lettura piuttosto scorrevole, un libro che si presta ad essere letto e poi riposto sul comodino, per essere ripreso ancora. È da prendersi quasi come un segnalibro, fermo a una pagina difficile della vita, che ci ricorda la riflessione stimolata dal lockdown. Eppure, la brevità dei capitoli, quasi autoconclusivi, ne permette una lettura a singhiozzo, quasi a sottolineare che il nostro tempo è stato di nuovo riconsegnato alla routine che ci tiene fuori casa – forse un’altra riconquista della “ripartenza”. È un libro che riflette e un libro per riflettere su quanto abbiamo passato negli ultimi mesi.

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