Premio Strega 2021: La casa delle madri di Daniele Petruccioli (TerraRossa)

La casa è vuota.

Così si apre il romanzo d’esordio di Daniele Petruccioli, già acclamato traduttore e vincitore nel 2010 del premio Luciano Bianciardi per la traduzione della fiaba epistolare Lettere di Mark Dunn (Voland, 2008).

Petruccioli durante la narrazione densa e labirintica di questo romanzo, fatta di subordinate e periodi che non finiscono mai, magistralmente costruiti per non far perdere mai al lettore il filo del discorso, ma facendolo annegare nella storia, sopraffatto dalle emozioni dei protagonisti, descritti nel profondo da un narratore onnisciente – che di loro conosce tutto, che della casa vuota svela i segreti – ci rivela, contraddicendo la sua prima affermazione, che la casa non è mai vuota. Perché “La casa non si appartiene, né appartiene a chi l’ha costruita attorno a sé; appartiene, come sempre, in parte alle memorie che la abitano (anche inconsapevolmente, da chi ci vive in carne ed ossa), in parte alle esperienze che la abiteranno (e di cui gli spazi – segretamente – recano già le tracce).”

E allora tra piccoli inframezzi, che vedono come protagonista la casa, si snoda la vicenda di una famiglia, di tre generazioni: Nina, il notaio, Ilide, Sarabanda e Speedy, i gemelli Elia ed Ernesto. Sono proprio questi ultimi due a trascinarci con più veemenza nel mondo solitario delle linee parallele, delle anime perennemente incomplete, intestardite al punto dal non volersi completare mai. Ernesto, nato per primo, vive incastrato nelle tenaglie di un forcipe, condannato da un medico incompetente a non riuscire mai a sganciarsi da quelle tenaglie che per tutta la vita lo costringono ad essere vittima della sua disabilità, dell’attaccamento ossessivo verso Sarabanda, sua madre e della sua follia, che fa allontanare in primis Speedy, il padre sempre in fuga, incapace di affrontare il peso del suo ruolo e la condizione del figlio, e in secundis Elia. Quel fratello gemello sano, così invidiabile agli occhi di Ernesto, ma soprattutto colpevole di aver reclamato la sua indipendenza, lasciando la loro cameretta e trasferendosi in quella di fianco, abbandonandolo, aprendo uno squarcio da quel momento in poi non riparabile. Eppure anche Elia soffre, soffre fin da quando nonna Ilide ha detto di Ernesto che – almeno, non peccherà mai – e nella sua innocenza di bambino non fa altro che chiedersi se essere sani non sia un peccato. E così anche Elia fugge, rimanendo però sempre legato alla sua disfunzionale famiglia infelice, a quel fratello che lo ama tanto da odiarlo e che per sopportare la sua stessa esistenza comincia a fare uso di droghe, in maniera sempre maggiore e più disperata, soprattutto dopo il secondo grande abbandono della sua vita. Quello di Sarabanda, portata via da una malattia incurabile.

E’ proprio la malattia la tematica che accomuna tutti i personaggi, quella del piccolo Ernesto, che muovendo i primi passi scopre anche i suoi grandi limiti, quella di Sarabanda, prima malata di quella testardaggine tipica delle madri che si rifiutano di riconoscere nella condizione naturale dei figli la normalità, se questa non corrisponde ai canoni della società, e poi malata e destinata a morire di lì a poco, ma fino alla fine coraggiosa, tanto da riuscire a dimostrare ai suoi figli, a tutti e due, quanto vuole loro bene, scrivendolo sulla carta perché rimanga, e addirittura a piangere, di fronte all’addio commosso di Elia, il più indipendente dei due, ma l’unico che sarà forte abbastanza da starle vicino in malattia. Il gemello sano così soffre per “l’abisso dell’assenza di Ernesto” e lo vediamo protagonista di uno dei capitoli più spinti di tutto il libro, quando coinvolto in un ménage à trois cerca di comporre un terzo “[…] un terzo dell’altro uomo e un terzo della donna, un terzo di sesso, un terzo di movimento e di immobilità, un terzo di piacere […]”. Cerca, rielaborando quell’esperienza, di “confondere così, per una volta, quelle due rette, quelle due parallele che lo tormentavano”. E infine c’è la malattia di Speedy, malato di gioventù, malato di sensi di colpa per la condizione di quel figlio che non riesce ad accettare, in fuga dalla sua famiglia, ma soprattutto in fuga da se stesso e dalla sua incapacità di svolgere il ruolo che la vita gli ha assegnato.

E così tra lunghe riflessioni sul tempo, sullo spazio, sul valore dei corpi, ci affezioniamo a questi personaggi che vivono e pulsano tra le pagine, sentiamo i moti delle loro anime, percepiamo con chiarezza la forza e l’energia di Sarabanda, innamorata follemente della vita, viviamo l’inadeguatezza di Speedy e il dolore che ne deriva, tocchiamo con mano il conflitto manicheo che affligge tutti i gemelli nella mitologia: Elia e Ernesto come moderni Caino e Abele, Eteocle e Polinice si distruggono a vicenda, ma solo a livello interiore. Le loro vite continuano a scorrere come una giostra che non si ferma mai, i luoghi che li ospitano ricordano l’amore e l’odio che li legano, sono testimoni dello sgretolarsi, o meglio, del perenne oscillare, delle loro anime. E così “Fuori, il sole sale e scende, secondo uno schema che non ha niente di lineare” e noi chiudiamo questo libro con l’amaro in bocca che contraddistingue tutte le grandi tragedie, ma sorprendentemente pervasi da uno straordinario attaccamento alla vita, vittime di un tempo che non smette mai di scorrere, anime per sempre intrappolate nei luoghi che ci hanno ospitato.

Perché potrebbe vincere: Perché la potenza della scrittura di Petruccioli ti incastra e non ti lascia andare, ti lega ad una straordinaria tragedia familiare, dove amore, dolore, invidia, risentimento, malattia e morte nascono e si consumano in gesti ordinari, negli “sguardi che si sfiorano, mancandosi, di un’Antigone e un’Ismene”.

di Elena Colombo

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