Premio Strega 2021: Il Libro delle Case di Andrea Bajani (Feltrinelli)

Ogni sera ha chiuso poi i battenti e si è addormentata nell’odore di pulito. Rendere eterno il proprio niente, lucidarlo, combattere la malattia dell’intimismo con la pratica casalinga è stata la ricetta che giorno dopo giorno l’ha salvata, che ha consentito un altro passo alla sua specie.

Dobbiamo confessarlo: questa volta non riuscivamo ad andare avanti. Da amanti dei libri è stato uno sforzo ammettere di non riuscire per nulla a entrare nel libro, non riuscire ad appassionarci, non pensare “adesso magari ho tempo per leggere qualche pagina” ma piuttosto “magari continuo un’altra volta”. Ci dispiace proprio dirlo ma stavamo per mollarti, caro Libro delle case. Però no alla fine non l’abbiamo fatto. Perché da amanti dei libri siamo convinti che ogni libro possa cambiare, anche all’ultima pagina. Come diceva Solone, non giudicare mai un uomo fortunato fino all’ultimo dei suoi giorni, perché imprevedibile è la sorte. Ecco, i libri sono un po’ come le persone. Non si giudica se non alla fine.

Il libro, infatti, si struttura in una serie di quadri, raffiguranti case inconsistenti, un po’ reali e un po’ di carta,  abitati da personaggi che si muovono come sagome di carta volutamente spersonalizzate. “La realtà è un serpente di carta che si muove” osserva acutamente l’autore. E così scorrono le pagine di questo libro, in cui non succede nulla anche se nel frattempo si distende la vita dei personaggi. Manca lo slancio vitale delle persone, ridotte a personaggi che si muovono trasparenti nello spazio. Lo spazio è oggettivato, ha i riflettori puntati ma non raggiunge mai la grandezza a tutto tondo di un vero personaggio.

Il libro è quindi una disamina di gusci vuoti, di conchiglie sulla spiaggia su cui si cerca di indovinare il mollusco dai segni indelebili che ha lasciato (come, ad esempio, nel quadro La casa del prigioniero, in cui la casa conserva il passato e accoglie il presente della nonna coi nipoti in sovraimpressione). Intorno al protagonista principale, laconicamente chiamato “Io”, ruotano molteplici personaggi, alcuni meglio torniti, altri che paiono un po’ trasandati, muti portavoce di vite stinte e senza profondità, un po’ come certe case lasciate all’incuria ma ancora abitate.

Questa abbozzata analisi del rapporto fra uomo e spazio domestico, dal sapore quasi metafisico, è condotta tramite uno stile icastico, a tratti quasi iperrealistico e che quindi stupisce per la sua natura squisitamente figurativa. I “manichini” de Il libro delle case, muovendosi in uno spazio surreale, sembrerebbero quasi rimandare ai celeberrimi antecedenti di De Chirico, che fluttuano su angoscianti palcoscenici dai dubbi allestimenti.

Tuttavia, più diretto parrebbe il confronto con un certo linguaggio figurativo “alla Caravaggio”. I personaggi si muovono in maniera teatrale su uno sfondo dagli “scuri ingagliarditi”, che però ospita storie “sanza azione”. Infatti, come in un incessante flusso di coscienza, la fragile struttura diegetica annega tra riflessioni e spunti provenienti dall’osservazione degli ambienti che i personaggi vivono e da cui – paradossalmente – sono vissuti.

Perché potrebbe vincere: È proprio in queste osservazioni, dal sapore quasi aforistico, che questa particolare pubblicazione si riscatta da questo monodico e pastoso manierismo, tanto da poter essere considerata degna del podio dell’edizione 2021 del Premio Strega. La grande eredità che il lettore può scoprire tra le quasi duecentocinquanta pagine del romanzo è infatti un’inedita attenzione verso il contesto spaziale e affettivo di cui ogni individuo fa esperienza nel corso della propria vita.

Simbolicamente edito dopo mesi faticosi, durante cui gli sconfinati orizzonti del nostro immaginario geografico sono stati forzosamente costretti dentro quattro mura domestiche, Bajani ci insegna che ogni casa, prima che reale, è “spirituale”. Quelle descritte nel romanzo sono infatti case dell’anima, posti e non-luoghi in cui ci si può sentire a casa: anche un viaggio in macchina può essere una casa, anche un altrove indefinito può essere casa, un momento di intimità tra due amici che si passano una canna, la fede nuziale. Sono tutte “case-cose”, oggetti reali in cui abitiamo spiritualmente. Per tale ragione La Casa di Tartaruga è il quadro che forse meglio può essere definito “metafora” dell’intera opera di Bajani. Come l’anziana e indefessa testuggine, ci portiamo dietro le nostre case, metafora architettonica delle nostre esistenze, dei nostri problemi e dei nostri ricordi. E proprio scrutando, con un nonsoché di voyeurismo, il caparbio animale capiamo che l’unico vero modo per sopravvivere ai molti agguati di quell’imprevedibile “serpente di carta” che è la vita è proprio nel valorizzare e gustare in intimità le piccole cose della nostra quotidianità. Nel “rendere eterno il proprio niente”.

di Caterina Moro e Manuele Veggi

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