Gli Oscar di Linea20: The Father

Tempo di lettura: 3 minuti

Valutazione: 4.5/5

Voto4.5

L’esordio alla regia di Florian Zeller per il grande schermo con The Father si rivela un trionfo: la pellicola intima del drammaturgo francese, toccante ma allo stesso tempo alienante, è uno spaccato realistico all’interno della mente di Anthony, l’anziano protagonista affetto da demenza senile. L’omonimo dramma teatrale del 2012 viene adattato in un film eccezionale che si aggiudica ben sei candidature agli Oscar: miglior film, miglior attore protagonista, miglior attrice non protagonista, miglior sceneggiatura non originale, miglior montaggio e migliore scenografia.

La parola padre richiama comunemente una figura autorevole e protettiva, tuttavia, questa non è una descrizione appropriata per il  protagonista, che vive la sua vita in bilico tra fragilità, belligeranza, orgoglio e disorientamento. Il film approccia il delicato tema della demenza senile in modo coraggioso, e si sviluppa secondo la prospettiva del personaggio: al suo senso di smarrimento corrisponde, infatti, quello dello spettatore. La trama si dipana con la costante incertezza su cosa sia reale e cosa sia effetto della malattia: da spettatori dobbiamo scegliere se credere a quello che Anthony vede e prova, o partire dal presupposto che stiamo assistendo alle visioni confuse di un povero vecchio. E’ contro questo assunto che il fiero protagonista combatte, e la sua ostilità nei confronti della premurosa Anne è espressione del desiderio profondo di essere in controllo della propria vita.

La trama in sè non è molto articolata: si limita a rappresentare i gesti quotidiani di Anthony e alcuni spaccati della vita coniugale della figlia Anne e del marito Paul. Tuttavia, la mancanza di azione viene compensata dai potenti dialoghi e dal profondo impatto emotivo delle scene. Ad esempio, quando Anne presenta Laura, la nuova infermiera, ad Anthony, si tessono infinite microstorie: lo spettatore comprende, infatti, che Anthony sta difendendo strenuamente la sua indipendenza – di cui la sua casa è il simbolo – ribadendo che si sente ancora nel pieno delle forze. Intendiamo che la relazione tra Anne e il padre non è delle più facili, non soltanto per il deterioramento delle condizioni mentali di quest’ultimo, ma anche perché lui preferisce l’altra figlia, Lucy, che scopriremo solo più avanti essere morta in un incidente d’auto. L’amore e la cura si confondono con attacchi o sotterfugi e ciò che ne deriva è un delicato ritratto della fragilità umana

Da sinistra verso destra: Imogen Poots, Olivia Colman e Anthony Hopkins, rispettivamente nel ruolo di Laura, Anne e Anthony.

Ciò che rende questo film brillante è l’abilità del regista di mostrare la lucida confusione del protagonista: la concezione di linearità svanisce in una trama articolata sui frammenti di memoria incompleti e dai contorni non definiti. Allo stesso modo, anche l’ambientazione sembra trasformarsi inesorabilmente: dal familiare appartamento tanto caro al protagonista, si approda ad una struttura ospedaliera marcata da un colore blu alienante e impersonale (in inglese l’”essere blue” è sinonimo di tristezza). Questo cambiamento costante di piccoli elementi nell’ambientazione riporta bene il senso di spaesamento del protagonista. Ma ciò che fa visualizzare più chiaramente la visione di una persona affetta da demenza senile è la scelta di far interpretare i ruoli di Anne e Paul a quattro attori diversi. In una scena straziante, Anthony chiama la figlia che è appena rientrata in casa, ma mentre le va incontro trova davanti a sè una donna diversa. E c’è di più: Olivia Williams, che interpreta l’”altra Anne”, recita anche il ruolo di una delle infermiere della casa di cura in una scena alla fine del film, mostrando allo spettatore come i volti possano confondersi e il confine tra memoria e presente possa facilmente svanire

Il regista ha rivelato di aver chiamato Anthony il protagonista dell’arrangiamento cinematografico proprio perché fin da subito sperava di coinvolgere Sir Anthony Hopkins nel progetto: non è un’esagerazione dire che Florian Zeller si è dimostrato un vero e proprio visionario. Hopkins riesce infatti a far convivere una varietà così ampia di emozioni e di stati d’animo nel suo personaggio da creare sentimenti altrettanto contrastanti nello spettatore: per lui si prova fascinazione, disgusto, pena. Con lui, si prova la rabbia e la paura di non potersi orientare nella propria vita. Anthony Hopkins riesce ad offrire un whisky e ballare il tip tap come un avvenente James Bond in pensione, e a piangere inconsolabilmente come un bambino,  riuscendo in un’opera di rappresentazione coerente, anche quando sembra non esserci più coerenza attorno a ciò che accade al suo personaggio. Anne, interpretata da Olivia Colman, è invece, senza dubbio, il personaggio con il quale il pubblico riesce più facilmente a empatizzare: le sue reazioni sembrano essere spontanee e il suo personaggio è reso non superfluamente emotivo. La capacità dell’attrice di dosare attentamente le lacrime, l’irrigidimento del suo volto e i sospiri fanno sì che Anne non risulti melensa o penosa – impresa non facile per un ruolo di tale portata. 

La critica ha acclamato la coppia Hopkins-Colman e ha dato il benvenuto al regista francese nel mondo del cinema. Non mi sorprenderebbe se arrivasse la statuetta come miglior attore protagonista al meraviglioso Anthony, non solo vista l’eccellente esecuzione, ma anche considerata l’età. Credo che anche la scenografia potrebbe essere premiata, data la sua grande importanza all’interno del film. Meno probabile l’Oscar per la Coleman, visto il suo recente successo in La favorita (2018), anche se sarebbe enormemente meritato.  

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