Il Carnevale di San Marcos Atitlán: cari veneziani, la tradizione non si è interrotta

Tempo di lettura: 3 minuti

Le ho promesso che avrei trovato il modo di fare arrivare la notizia in laguna. Quando Susanna ha letto sul The Guardian che quest’anno il Carnevale di Venezia non si sarebbe festeggiato a causa della pandemia, si è rattristata molto. Artigiana tedesca e mercante di professione, ha viaggiato per tutto il mondo e vissuto un capitolo indimenticabile della sua vita proprio a Venezia. “Ho lasciato un pezzo del mio cuore in laguna”, mi dice accarezzando la murrina che luccica pendendole dal collo. 

La magia del carnevale, tornare bambini. Una gondola che fa capolino da sotto un ponte. Ascoltare il suono dei propri passi sui masegni nel silenzio della notte. Il riflesso delle luci nei canali. Un vaporetto che scivola silenzioso nell’inchiostro nero imperturbato. Il rintocco della campana di mezzanotte. Le solite immagini che si rievocano, rivivendo l’incanto lagunare perlomeno nel ricordo. (Ora che ci penso: erano immagini sue o mie?). Ti capisco Susanna, riconosco la luce nei tuoi occhi. Non sei stata una turista di passaggio, l’hai amata anche tu come l’ho amata io. Sorridiamo, in un silenzio assorto, come due amanti che confessano la loro passione segreta per una stessa musa. 

Susanna vive ormai da trent’anni sulle sponde del Lago Atitlán, impegnata in progetti di sviluppo nelle zone rurali. Nonostante i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri come le acque del lago, è perfettamente integrata nella comunità locale. Le bambine indigene la salutano come una zia, mentre lei passeggia sorridente indossando il suo huipil colorato. Il Lago Atitlán è uno dei luoghi più affascinanti del Guatemala: uno specchio d’acqua abbracciato da tre vulcani. Pendii equilateri che incontrano l’orizzontalità delle onde in una geometria perfetta, di fronte alla quale non resta che abbandonarsi a un silenzio contemplativo. Forse proprio per la sua bellezza, il lago è stato da sempre popolato da insediamenti indigeni. Nell’incanto del paesaggio si percepisce intrinseco il mistero delle civiltà ancestrali. 

Con l’arrivo della colonia i villaggi sono stati ribattezzati e i nomi maya, troppo complicati per le orecchie dei conquistadores, sostituiti con nomi di santi cattolici. Oggi i dodici paesini che circondano il lago sono conosciuti con nomi di santi: San Juan, San Pedro, Santiago, San Lucas, San Marcos… in quest’ultimo vive Susanna. “Capisci?”, mi dice, “Condividiamo lo stesso patrono. Non potevo lasciare che il Carnevale non fosse debitamente festeggiato: se a Venezia non possono farlo, lo celebreremo qui”. Mi guarda negli occhi seria, come se si sentisse improvvisamente investita di una responsabilità importantissima. 

Così, in questo idillio dove la pandemia sembra essere solo una notizia lontana, inizia a diffondersi l’iniziativa. Si cominciano a dipingere maschere, preparare costumi e travestimenti. Piume, fiori, coriandoli incontrano i colori sgargianti dei tessuti tipici guatemaltechi. Qualcuno ha persino l’idea di stampare un cartellone che riproduce Piazza San Marco. I musicisti del paese preparano un concerto. Tutto è pronto. Il Carnevale di San Marcos Atitlán può avere inizio. 

Susanna balla felice. Nei suoi passi riconosco l’entusiasmo della solidarietà. La sua danza, d’un tratto, diventa ai miei occhi un riscatto: la rivendicazione del desiderio di tornare ad essere felici e spensierati. “La tradizione non è stata interrotta”, mi dice, “i veneziani lo devono sapere”. A fine giornata cerco tranquillità sul pontile del paese. La vita continua. Questo è il messaggio degli abitanti di San Marcos Atitlán. E mentre le luci del crepuscolo si affievoliscono, confondo la sagoma di un cayuco che naviga lentamente all’orizzonte con il profilo di una gondola.

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