Vivere la vita una tazzina di caffè alla volta

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Vienna e Trieste: prima e terza capitale nell’Impero Asburgico, separate da confini, tradizioni e lingua oggi. Nelle loro coffeehouse, “caffè” in italiano, “Kaffeehaus” in tedesco, ha vissuto e rivive oggi questa storia, di origini antiche e leggera eleganza condivise, ma aspirazioni politiche e ideologie sociali diverse. Ruolo sociale e funzione politica si intrecciano in questo “terzo luogo”, che si frappone tra le sfere del lavoro e della casa: cuore pulsante della vita sociale della classe media, fucina creativa per i protagonisti della scena artistica, palcoscenico per un intenso discorso politico.

Potremmo così trasformare il racconto in uno studio cronologico approfondito e comparativo delle traiettorie della vita nei caffè delle due città, ripercorrendone passo passo gli snodi. Oppure raccontarne i tratti comuni, per cui fare colazione in un caffè triestino rievoca le merende viennesi, o viceversa, e rimuginare sugli eventi su cui la forbice si è allargata, che si originarono da radici culturali distinte e che le nutrono oggi. Scoprendo prima il luogo, poi gli abitanti. Infine, cosa sopravvive oggi, tra la mercificazione della leggenda letteraria alla chimera del turismo e la rievocazione di un – più o meno, come vedremo – autentico spazio pubblico nell’epoca della sua de-materializzazione.

La nascita dallo straniero

È lo “straniero”, in entrambe le città, che getta il seme da cui la cultura delle coffeehouse si nutre, il caffè per definizione: gli Ottomani.

La leggenda riporta al 1683, quando gli Ottomani tennero sotto assedio, per la seconda volta, Vienna. Quando questo fu tolto, vennero rivenuti negli accampamenti abbandonati i primi semi di caffè. Qui i racconti si fanno confusi: un messaggero durante l’assedio, o un generale vincitore ricevettero in dono per i servigi resi e il coraggio mostrato questi strani sacchi pieni di semi. Nacque così il melange, l’iconico cappuccino viennese risultato di varie sperimentazioni con zucchero e latte. Due anni dopo, venne fondata la prima Kaffeehaus. Ma la diffusione tardò un secolo ad arrivare: solo la Città di Vienna concesse solo a pochi concessionari di vendere il caffè e bevande derivate fino al 1729.

Trieste, crocevia di popoli e culture sotto la dominazione Asburgica, scopre il caffè con l’avvento del diciottesimo secolo, quando gli Ottomani iniziarono a importarlo. La diffusione capillare non viene ostacolata da restrizioni nel commercio e nella vendita: nei 50 anni successivi, apre in media un caffè all’anno, e il tessuto urbano presto pullula di calde caffetterie. E Trieste diventa così anche crocevia di caffè, forte della sua posizione sull’Adriatico.

Uno stile ibrido, tra pubblico e privato

Una rispettabile coffeehouse doveva contenere due elementi: tavolo da biliardo e un’ampia offerta di giornali e riviste. Le luci soffuse, i divanetti rossi, tavolini in marmo con piedi in ferro battuto, candelieri di cristallo sono la cifra stilistica che percorre tutti i caffè viennesi e triestini, quasi da confonderne le diverse rappresentazioni.

A Trieste si aggiunge la “nostalgia” per un passato glorioso, sia esso imperiale o commerciale, non ci addentreremo nella discussione ora. La nostalgia fa da cornice all’identità del luogo, tangibile negli interni fedelmente conservati e nell’estetica marcatamente viennese. I caffè triestini sono un luogo ibrido, che prende le mosse da un chiaro carattere imperiale ma, vedremo, diviene fucina dell’Irredentismo. Rimangono imperiali nell’eleganza sofisticata ma non pervasiva: il celeberrimo Caffè San Marco accoglie sulle pareti allegorie e decorazioni del secessionista viennese Timmel.

Un’appendice del salotto: così sono stati definiti i caffè sulla strada tra casa e lavoro, tra lavoro e casa. E, come appendice del salotto, ne ripropongono e riformulano la funzione di attivazione sociale dai tratti cosmopoliti e ristoro dell’animo particolarmente proficuo per gli artisti. Da un lato, le nicchie e le poltrone isolati nei muri interni o alla finestra, sul brulichio del passaggio quotidiano, creano uno spazio di cura che è privato e devoto alla lettura delle lettere (che alcuni avventori si facevano direttamente spedire al bar) e dei giornali. Dall’altro, la sedia Thonet, dall’estetica lineare e composta ben riconoscibile, compare in tutte le coffeehouse non tanto per il prezzo, la fama o la forma: la leggerezza ne consentiva un’eccezionale mobilità, così da poter continuamente risistemare le sedute in larghi circoli, far spazio al nuovo avventore e favorire la circolazione e comunicazione di idee. Una sfera pubblica, che adempie a funzioni private. O un luogo privato nell’essenza, che si presta ad assumere una funzione pubblica in mancanza di alternative?

La svolta arriva nel 1848, quando il divieto posto sulla libera espressione politica venne rimosso: il dialogo politico e sociale entra a pieni diritti nella vita delle coffeehouse. La memoria collettiva restituisce le coffeehouse come autentici spazi pubblici, la cui funzione venne fissata dalla narrativa contemporanea alla loro formazione e perpetuata da un largo corpus di testi letterari, giornalistici e nell’arte visiva. Ma è lecito che i testi letterari abbiano un’autorità così forte nella determinazione e in-formazione della narrativa delle coffeehouse, che muove dal leggendario Beidermeier Cafè viennese? Per dirla con l’austriaco Stefan Zweig, che ne ha fatto il suo studio, la sua scrivania, la sua casa, è vero che le coffeehouse sono “una sorta di club democratico, aperto a tutti, al prezzo di una tazzina di caffè a buon mercato”?

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