L’ultima cena. Parte seconda.

tempo di lettura: 5 minuti

Jonas Hassen Khemiri (Stoccolma, 1978) è uno degli autori svedesi contemporanei più amati ed affermati.

Ha scritto il racconto breve “L’ultima cena” su incarico della Regione di Stoccolma, in occasione del lancio di un nuovo centralino telefonico contro la violenza domestica: “Välj att sluta”, “Scegli di smettere”. La linea telefonica si affianca alla già esistente “Kvinnofridslinjen” (per le vittime di abusi domestici, corrispondente al nostro Telefono Rosa), ma si rivolge invece a coloro che esercitano un comportamento di controllo verso il proprio partner, a rischio di diventare violento o che già commettono violenza (psicologica e fisica) nelle relazioni domestiche. Scopo del progetto è incoraggiare gli stessi autori di abusi ad agire, offrendo loro uno spazio anonimo dove ricevere informazioni ed aiuto e mostrando loro che cambiare e “smettere” è possibile.

Di Jonas Hassen Khemiri è stato pubblicato in Italia il romanzo “Tutto quello che non ricordo” (Iperborea, 2017).

Quando torna in cucina lei ha portato in tavola la cena, ha aperto una bottiglia di vino e ne ha versato due bicchieri. Non penserai mica di bere? dice lui. Quello è solo un mito, dice lei. Ho controllato oggi. Il consumo moderato di alcol non è affatto pericoloso durante l’allattamento. Ecco, leggi anche tu. Gli tende il telefono. Ha sei mesi, dice lui. Per favore, fallo per me. Per lui. Non bere. Cerca di pensare a qualcun altro prima che a te stessa per una volta. Lei lo guarda, allontana il bicchiere. Cerca di sorridere. Iniziano a mangiare.

Non capisci che ci rimango male quando dici così? dice lei. Non capisci che ci rimango male quando non rispondi? dice lui. Amore, dice lei. Ho risposto alla tua chiamata. Ho risposto alla prima, alla seconda, alla terza e alla settimana.

Ma se mi chiami venti volte prima di pranzo non posso rispondere ogni volta e allo stesso tempo prendermi cura di nostro figlio. Se rispondessi quando ti chiamo non mi preoccuperei e non chiamerei venti volte, dice lui. Si guardano.

Ricominciamo? dice lei. Lui annuisce. É andato tutto bene in ufficio? Com’è andata con il racconto sul controllo? Hai trovato l’ispirazione? So a cosa stai pensando, dice lui. Ma io non sono geloso. É il tuo comportamento assurdo che mi rende geloso. Lei sospira, si alza e va verso il frigorifero per tracciare una linea con la penna. Cosa stai facendo? chiede lui. Lei gli fa vedere il foglio.

Questa settimana ho provato a tracciare una linea su questo foglio, dice, per ogni volta che mi hai criticato. Lui guarda il foglio. Quattro linee verticali e una sopra in diagonale. Ancora e ancora. Il foglio ne è pieno. Continua anche sul retro, dice lei. Devono essere più di cinquanta. Forse più di cento. 83 linee, spiega lei.

Una linea per ogni volta che hai detto cazzate sui miei amici, o commentato come mi vesto, o criticato come cucino, o mi hai fatto presente che mi dimentico di rimettere il mio spazzolino nel portaspazzolino.

A nessuno stanno bene vestiti troppo stretti, borbotta lui. E pensavo che apprezzassi i miei consigli? Li apprezzavo, dice lei. All’inizio. Ma ora ho capito che i tuoi consigli non sono altro che un modo per soffocarmi. Lui rimane in silenzio. Io non ce la faccio più, dice lei. Non possiamo continuare così. Devi fare qualcosa. Adesso sei tu a criticarmi, replica lui. Lei fa un respiro profondo.

Oggi ho incontrato un vecchio compagno di corso in centro, dice lei. E mi sono accorta di essermi comportata in modo strano verso di lui; anziché sorridergli e abbracciarlo mi sono girata e ho abbassato lo sguardo. Non mi riconoscevo più. E questo mi ha spaventato a morte. Lo capisci? Come si chiama? dice lui. Cosa? Il compagno di corso. Chi era? Avete preso un caffè insieme? Vi siete scambiati il numero di telefono? É figo? L’hai baciato davanti a mio figlio?

Lei si alza dalla sedia e se ne va dalla cucina. Lui rimane seduto davanti alle lasagne fredde, che comunque ad essere sinceri erano insipide. Sente l’acqua scorrere in bagno. Si allunga per prendere il telefono di lei, inserisce il codice, controlla i messaggi e l’elenco delle chiamate. Quando lei torna, il trucco le è colato sul volto. Ascolta, dice lei lentamente. Se non risolvi questa cosa alla fine ti lascerò. Ti lasceremo. Lui si alza e comincia a spreparare.

Mi senti? Lui mette i piatti nella lavastoviglie. Ti sto parlando, dice lei. Risolvere che cosa? dice lui. La tua rabbia, dice lei. Ti ho mai picchiata? dice lui.

Mio papà aveva problemi di gestione della rabbia, mica io. Io non mi arrabbio mai. Lei lo guarda. Mio figlio non deve crescere con un padre che rimane in silenzio per tre fottuti giorni solo perché sua moglie è arrivata a casa un quarto d’ora in ritardo, dice lei. Rispondi alla mia domanda, dice lui. Ti ho mai picchiata? Tu mi distruggi, un pezzo alla volta, giorno dopo giorno, dice lei e va verso l’armadio a prendere una valigia già fatta.

Lui si mette in mezzo. Lei cerca di passare. Lui la tiene ferma. Lei si divincola e si libera. Lui chiude a chiave la porta blindata da dentro. Dammi le mie chiavi, dice lei con voce rauca. Dove pensi di andare? dice lui. Non hai amici. Non hai una famiglia. Io sono tutto ciò che hai. Dammi le mie fottutissime chiavi, grida lei e cerca di prendere le chiavi dalle mani di lui.

Prima che il colpo arrivi tutto è possibile. Lui può promettere di cambiare. Lei può dargli un’ultima possibilità. Si possono sedere in cucina e finire il vino, infilarsi in bagno e fare del sesso di riconciliazione. Prima che il colpo arrivi non c’è alcuna denuncia, alcuna disputa per la custodia, non ci sono avvocati, messaggi scritti a lettere maiuscole piene d’odio, non c’è alcun figlio che quindici anni più tardi leggerà la testimonianza della mamma e taglierà i contatti con il papà.

Dopo il colpo è troppo tardi. Lei cade a terra, si rialza. Il bambino si sveglia e inizia a strillare. La mamma lo tira su dal lettino e lo veste, il papà si siede sul divano e si strofina la mano destra. Dammi la chiave, dice lei. Lui le dà la chiave senza incrociare il suo sguardo. Le grida del figlio riecheggiano nella tromba delle scale. La porta dell’ascensore si richiude. Il papà sente il rumore di una macchina che arriva e poi sparisce. Lui rimane seduto nell’appartamento stranamente silenzioso, circondato dai loro profumi.

Testo originale pubblicato su Expressen: https://www.expressen.se/kultur/qs/sista-maltiden/

Traduzione dallo svedese di Anna Scaramellini

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