29.1 Do you hear the people sing?

La voce umana è indubbiamente uno strumento potente, ma diventa ancor più potente quando si somma ad altre voci. I cori e la loro potenza non sono certo da sottovalutare: pensate ai brividi che corrono giù per la schiena durante il Dies Irae del Requiem di Verdi o l’O Fortuna dei Carmina Burana, o ancora durante il commovente Inno alla gioia della IX sinfonia di Beethoven, non a caso scelto come inno dell’Unione Europea. Forse però è quando queste voci sono unite da una spinta comune, quando tutti, stonati o intonati, si uniscono con uno scopo sentito al ritmo e alla melodia a formare un’unica, vibrante voce collettiva che la potenza della voce umana raggiunge il suo picco – non è un caso che uno dei brani più esaltanti del musical Les Miserables sia Do You Hear the People Sing? (nell’originale francese del 1980, guidata da un Enjolras in stato di grazia, A la volonté de peuple), persone “arrabbiate”, la cui musica è quella di “persone che non saranno di nuovo schiave”.

Prima di tuffarci in una carrellata di inni più o meno famosi, però, è bene sottolineare una cosa. Come dimostrano in maniera, credo, lampante concetti vaghi quale è la volontà generale di Rousseau, ogni cosa è strumentalizzabile. I fini di questa strumentalizzazione possono essere i più vari, nel bene e nel male, e il fatto che alcuni dei cori che più fomentano siano quelli il cui messaggio più facilmente si piega a un’identificazione ampia e variegata non fa che invitare alla cautela nel maneggiarli.

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La Marsigliese è forse uno degli inni nazionali più sentiti. Viene generalmente (non senza reticenze) attribuita a Claude Joseph Rouget de Lisle (1760-1836), che l’avrebbe composta dietro richiesta dell’allora sindaco di Strasburgo, il barone Dietrich, dopo la dichiarazione di guerra della Francia all’Austria (20 aprile 1792). Rouget de Lisle era infatti un ufficiale del genio militare e il brano che gli era stato richiesto doveva essere usato in battaglia dall’armata del Reno, tanto che il suo titolo originale è Hymne de guerre dédié au maréchal bavarois de Luckner o Chante de guerre pour l’Armée du Rhin. L’inno, però, si trovò ben presto a godere di ben altra fama. Durante un funerale a Marsiglia, infatti, venne cantato dal futuro generale napoleonico François Mireur: nel clima vivamente rivoluzionario del momento, il brano ebbe grande successo tra il pubblico. Divenne quindi il canto intonato dai volontari di Marsiglia alla volta di Parigi, e con loro si diffuse rapidamente per la capitale come, appunto, La Marsigliese. I despoti “vili” e “sanguinari”, la minaccia di tornare sotto il giogo dell’“antica schiavitù”, originariamente riferimenti agli invasori austriaci e prussiani, vennero interpretati in modo ben più radicale. Nella Francia che abolì la monarchia e attraversò il  tremendo clima del Terrore, l’inno divenne tanto popolare da essere adottato dalla Convenzione come primo inno ufficiale (1795). Tuttavia, sotto Napoleone, la Restaurazione e infine il Secondo Impero venne proibito perché troppo, beh, rivoluzionario: in tutti e tre i casi, l’inno ufficiale non poteva certo sovversivamente incitare il popolo alla “Liberté, Liberté chérie” o a imbracciare le armi contro la tirannia e la schiavitù. Non fu un caso, quindi, che la Marsigliese venisse ripresa durante la rivoluzione di luglio contro la monarchia reazionaria di Carlo X (1830, la stessa di cui si parla ne I miserabili) e che lo stesso accadesse durante la Comune del 1871 (che ne alterò il testo per adattarlo alle proprie esigenze). Sebbene le élite politiche della III Repubblica l’avessero inizialmente considerata inappropriata, nel 1879 La Marsigliese venne adottata nuovamente – e definitivamente – come inno nazionale, proprio in virtù della sua tempra rivoluzionaria e, ormai, antimonarchica. Durante la Seconda Guerra Mondiale i tedeschi ne vietarono l’esecuzione nella Francia occupata, ma ciò non impedì che i locali notturni ne mescolassero dei brani ai loro pezzi.

Fuga per la Vittoria (Victory, 1981) è un film di John Huston con Sylvester Stallone e Michael Caine, affiancati da Pelé, Bobby Moore, Osvaldo Ardiles, Hallvard Thoresen e altri calciatori dell’epoca. Liberamente tratto da una vicenda svoltasi in realtà in Ucraina, racconta di una partita della morte organizzata tra una squadra della Luftwaffe e una formata da prigionieri Alleati nella Francia occupata. Quando la partita viene trasformata in un mezzo di propaganda, vengono fatti intervenire i partigiani francesi, ma il piano non andrà come previsto. In questa scena, dopo l’ennesima scorrettezza della squadra tedesca, gli spettatori sfidano gli occupanti e sostengono gli Alleati cantando coraggiosamente La Marsigliese.

Un altro coro famoso viene da una tradizione completamente diversa: l’opera. Il 9 marzo 1842 va in scena, alla Scala di Milano, la prima del Nabucodonosor di Giuseppe Verdi (1813-1901). Sarà l’opera di svolta nella carriera di Verdi: verrà replicata più di 60 volte, e il famoso coro del Va Pensiero si diffonderà rapidamente. Infatti, benché allora il Maestro non si fosse mai ancora schierato apertamente in campo politico (tanto che il Nabucodonosor è dedicato A S.A.R.I. la Serenissima Arciduchessa Adelaide d’Austria), il clima che accolse l’opera era tanto intriso di sentimenti risorgimentali che proprio il coro ne divenne il brano più noto. Esso infatti richiamava, a chi l’ascoltasse con una certa predisposizione d’animo, la situazione di una ancora non nata Italia, spartita sotto potenze straniere, e, nella Milano all’epoca capitale del Lombardo-Veneto sotto il dominio austriaco, il canto straziante del popolo ebraico in catene sotto i babilonesi suscitò un ardente favore da parte delle fazioni antiaustriache della città – per esempio, nei salotti come quello di Clarina Maffei, frequentati ormai anche dallo stesso Verdi. La diffusione del brano in tutti gli strati della popolazione grazie a bande cittadine, organetti, teatri di burattini lo rese tanto noto che, al momento di scegliere un inno per il nuovo Regno, sarà proprio il Va Pensiero a essere suggerito per primo. Per ragioni fondate, tuttavia, (una su tutte, il fatto che il libretto richiamasse indiscutibilmente il popolo ebraico e non “italico”, cosa poco consona a un inno nazionale) si decise poi di adottare la trista Marcia Reale della casa Savoia (il Canto d’Italia di Mameli, infatti, venne considerato troppo vicino ai pericolosi ideali della Rivoluzione francese, tanto che diventerà ufficialmente inno nazionale solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, nonostante fosse stato molto popolare durante il Risorgimento). Il fatto che proprio il coro del Nabucco fosse stato proposto come inno per la neonata Italia dimostra come il brano fosse inscindibilmente legato al clima risorgimentale, di cui Verdi – volente o nolente – divenne un simbolo nazionale. Il compositore, infatti, esternò davvero i propri sentimenti politici solo durante i moti del ’48, ma, a seguito della dura repressione austriaca, si ritirò nuovamente dalla vita politica attiva. L’immaginario popolare, tuttavia, non poté ignorare come in molte sue opere ricorresse il tema del popolo asservito, e dopo la schierata Battaglia di Legnano Verdi venne assunto a emblema della nazione che si doveva creare: è con la prima de Un ballo in maschera (1859) che cominciò a diffondersi il ben noto acronimo “Viva VERDI!”. La ragione di questo immenso successo fu il fatto che i suoi lavori risultarono capaci di unire le varie anime del Risorgimento in una musica che parlava a tutti. Attraverso il coro del Va Pensiero e le arie più famose delle sue opere il repertorio verdiano si impose come vero e proprio collante per gli italiani, il primo patrimonio culturale davvero nazionale, che dopo la morte consacrerà il compositore a una vera e propria leggenda.

Riccardo Muti dirige il coro del Va’ Pensiero a Roma, nel 2011. In risposta ai tagli alla cultura, il Maestro dirige un bis tutto particolare. “Ho pensato, il coro ha cantato, ‘Oh mia patria, si bella e perduta’ e sicuramente se perdiamo la cultura andiamo in questa direzione, facciamo che questo grido sia contro questa operazione di riduzione al nulla della nostra cultura. Allora ho invitato, dato che il discorso doveva essere globale, tutti a cantare. Non mi aspettavo che l’intero teatro si unisse, tutti sapevano il testo. Poi, come in una situazione surreale, dal podio ho visto le persone alzarsi a piccoli gruppi, per cui tutto il teatro alla fine era in piedi, fino alle ultime gradinate. Era una specie di coralità straziata e straziante, un grido che invocava il ritorno alla luce della cultura che è la colonna portante dell’Italia, sono le nostre radici”, il Maestro ha poi raccontato in un’intervista a La Repubblica.

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