Incredibile Islanda #3: Grotte e cascate

Alle 11:30 abbiamo finito di lavorare; beviamo un bicchiere di latte freschissimo e ci prepariamo per uscire. Non penso che sarò più capace di bere latte da supermercato, dopo questa esperienza: il latte delle mucche della fattoria è saporitissimo, e ha un retrogusto che mi ricorda l’odore del fieno appena raccolto, fortissimo nella stalla.

Per pranzo, Annika ci cucina carne di cavallo e patate, dopo di che si offre di accompagnarci a Seljalandfoss.
Seljalandfoss, con i suoi 60 metri di altezza, è una delle cascate più famose del sud dell’Islanda. Grazie a un sentierino che si snoda sulla parete di roccia dietro la cascata, è possibile fare il giro completo del magnifico getto d’acqua, ammirandolo a 360 gradi. Questo la rende metà preferenziale del turismo mordi e fuggi, come testimoniano i numerosi bus parcheggiati a lato della Ring Road: si fermano per 30 minuti, il tempo di scendere, fare foto e risalire. I turisti in fila davanti alla cascata sembrano delle formichine colorate. Ciò nonostante, tra la partenza di un bus e l’arrivo di un altro, riusciamo a guadagnarci qualche minuto con relativamente poca folla intorno: passare dietro la cascata è un’esperienza magnifica. Il getto solleva un arcobaleno dopo l’altro, e il panorama islandese è ancora più bello al di là dell’acqua.

Dopo Seljalandfoss, ci spostiamo a piedi verso la cascata preferita di Inka: Gljúfurárfoss. questo getto d’acqua si lancia da 40 metri per cadere scroscianti all’interno di una grotta naturale; per vederla bisogna entrare nella grotta, attraversando un fiumiciattolo. “Questa è la mia cascata” ci dice Inka con orgoglio: l’ha scoperta durante il suo primo viaggio in Islanda, cinque anni fa, quando il turismo era un quarto di adesso e per Gljúfurárfoss non c’era neanche mezzo segnale. L’ha trovata per caso, e ci è rimasta un’ora da sola senza che nessuno venisse a rovinare il momento. Adesso c’è un cartello a segnalare l’ingresso nella grotta: non è affollata come Seljalandfoss, ma passarci un’ora da soli sembra decisamente impossibile, almeno nelle ore di punta. Continuiamo a camminare, costeggiando la Ring Road: dopo poco incontriamo un sentierino poco segnalato che va verso le montagne sopra le cascate. Lo prendiamo, curiose: attraversiamo campi e fiumiciattoli, incontriamo i bellissimi cavalli islandesi, saliamo per sentierini quasi verticali, finché… Sorpresa! Siamo esattamente sopra Gljúfurárfoss. Il getto d’acqua è accanto a noi, e lo ammiriamo dall’altro mentre si lancia nella grotta. Volendo, potremmo sputare in testa ai turisti, ma ci limitiamo ad osservarli senza essere viste (forse un pezzo del mio cappello comparirà in qualche foto scattata inconsapevolmente da sotto). Inka è felicissima: ha riconquistato la sua cascata, alla faccia del turismo di massa.
Rimaniamo lì a riposare per un po’, poi scendiamo. Annika, la moglie del fattore, ci ha suggerito una chicca nelle vicinanze conosciuta soprattutto dai locali: Paradisarhellir, la Grotta del Paradiso. Per raggiungerla dobbiamo seguire un sentiero ripido e quasi invisibile fino a una parete rocciosa: a quel punto, scaliamo dieci metri di roccia verticale, con l’aiuto di una corda installata per aiutare i visitatori. La grotta è piccola, ma la vista è meravigliosa. La leggenda narra che, qualche secolo fa, la figlia dei proprietari di una fattoria si fosse innamorata di un giovane tuttofare. A causa della differenza di rango, la famiglia di lei era fortemente opposta all’unione: il giovane venne cacciato, e padre e fratello della fanciulla lo inseguirono per ore con lo scopo di ucciderlo. Il tuttofare cercò aiuto da un prete, che era famoso per conoscere la zona come le sue tasche: il prete lo diresse a Paradisarhellir, una grotta nascosta e difficilmente raggiungibile. Il giorno dopo, anche padre e fratello si rivolsero al prete per sapere dove fosse andata la loro vittima. Il prete non poteva mentire per la sua fede, ma non voleva neanche condannare il ragazzo a morte certa, per cui rispose: “è in Paradiso”. I due pensarono significasse che fosse morto, e se ne andarono.
Un po’ di anni dopo, il padre cadde da cavallo in in fossato e venne salvato da un giovane sconosciuto; come segno di gratitudine, gli diede in sposa la figlia. Indovinate chi era il giovane straniero? Il tuttofare di Paradisarhellir.
La storia dei Romeo e Giulietta islandesi è già abbastanza avvincente così, ma un dettaglio ce la rende ancora più speciale: Gulli, il proprietario della fattoria che ci ospita, è diretto discendente della coppia della leggenda. La fattoria della ragazza è la nostra fattoria, in cui la famiglia di Gulli vive da secoli. La grotta ha un legame speciale con lui: quando gli diciamo che abbiamo scalato la parete e ci siamo arrivate è felicissimo.

 

 

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