Giornate FAI di Primavera, una scoperta tutta veneziana

Si sono da poco concluse le Giornate FAI di Primavera, il primo fine settimana di primavera in cui il Fondo Ambiente Italiano apre al pubblico tutta una serie di beni di solito poco accessibile in tutta la Penisola. Tra i numerosi luoghi che hanno tenuto impegnati la delegazione e i volontari veneziani, ho avuto l’onore di guidare i visitatori per le sale di Palazzo Morosini Gatterburg, in campo S. Stefano, aperto solamente la domenica pomeriggio. Nonostante i moltissimi ospiti, vorrei svelare un paio di segreti su questo tesoro della nostra città a chi non ha affrontato la coda chilometrica all’entrata o semplicemente si ritrova a passeggiare tra le pagine di questo blog, i miei colleghi collegiali in primis.

Partiamo dall’indizio più immediato: il nome del palazzo. Sicuramente, veneziani e non, avrete tutti sentito almeno nominare il cognome Morosini: piazze, strade, il collegio della marina, … Palazzo Morosini Gatterburg fu per secoli la residenza di una delle più prestigiose famiglie del patriziato veneziano, i Morosini del ramo dalla Sbarra. I primi proprietari, però, fino al Seicento inoltrato, furono i Priuli, famiglia altrettanto importante. Di questa lunga fase ci rimane ben poco: una piccola monofora gotica e la cappella, interamente coperta da putti e cornici in stucco databili al secondo Cinquecento e attribuiti a Ottaviano Ridolfi, parente del più celebre Alessandro Vittoria. Il passaggio di proprietà si ha nel 1628, quando Laura Priuli sposa in seconde nozze (per entrambe le parti)  Piero Morosini, il cui figlio di primo letto eredita il palazzo. Il pargolo Morosini si chiama Francesco, nasce nel 1619, percorre tutto il cursus honorum della marina veneziana, diventa l’eroe della Guerra di Candia, riconquista il Peloponneso, assedia Atene nel 1687, invia dal Pireo i leoni dell’Arsenale, bombarda l’acropoli facendo saltare in aria il Partenone – usato dai Turchi come polveriera – ed è eletto doge nel 1694. È il Peloponnesiaco, titolo di cui già si fregia in vita, l’audace e tronfio eroe di una Repubblica splendida ma ormai in declino. L’anno prima della morte, nel 1624, il doge affida al suo proto, Antonio Gaspari, l’ammodernamento del palazzo: ed ecco la struttura attuale, con il ballatoio del cortile a unire i tre diversi corpi di fabbrica, gli stucchi con le panoplie e i mostri marini a celebrare le imprese militari del Morosini, la facciata monumentale, solo parzialmente visibile sul piccolo Rio del Santissimo dove si affaccia. Proseguono le generazioni e con loro i Francesco (nome cui il Peloponnesiaco aveva vincolato tutti i primogeniti maschi della casata).

Nel 1772 il matrimonio di uno di questi con Loredana Grimani è l’occasione per il grande affresco ancora conservato di Jacopo Guarana. Il soffitto della sala si apre in un cielo popolato di allegorie: la Fama, con la corona di alloro e la tromba, la Verità, la Giustizia, la Prudenza, ecc. Tra queste un bel Poseidone, armato di tridente, vuole ricordare ancora dopo un secolo le imprese dell’illustre antenato. Arriviamo alle ultime due Morosini. Elisabetta, innamoratasi di un comandante francese durante l’occupazione della città, viene mandata in convento dalla famiglia. La poverina, una volta fuggita, è data in sposa ad un conte austriaco, in rappresentanza dei nuovi occupanti della Serenissima: Paolo Antonio Gatterburg. Ecco il secondo nome del palazzo. All’epoca di Elisabetta, tra Sette e Ottocento, il palazzo è ulteriormente rimodernato da Giannantonio Selva, che semplifica le decorazioni barocche secondo il gusto classicheggiante dell’epoca, per il quale progetta anche la decorazione a grottesche di alcuni ambienti. Loredana Morosini Gatterburg, figlia di Elisabetta, fu l’ultima del casato. Morta zitella e senza eredi nel 1884, Loredana, che in vita accumulò oggetti di ogni tipo, non lasciò nemmeno un testamento. I parenti Gatterburg e Zsapati decidono allora di vendere tutti i beni dei Morosini.

Palazzo Morosini Gatterburg

Malgrado il forte interesse del comune di Venezia ad acquisire in toto il palazzo e il contenuto per farne un grande museo per la città, nel 1894 si svolge a Milano la disastrosa asta. Dalla dispersione di una delle più importanti collezioni veneziane dell’epoca, il comune riesce a salvare la grande armeria del doge e i suoi cimeli di guerra, i dipinti storici sulle imprese del Peloponnesiaco, ora al Correr, l’archivio e la biblioteca di famiglia e quel nucleo di dipinti di Pietro Longhi che oggi sono uno dei gioielli di Ca’ Rezzonico. Tutto il resto andò disperso, sculture, dipinti, gioielli, mobili. Quelli che oggi vediamo a palazzo sono dipinti della collezione delle Assicurazioni Generali, che dal 1928, 90 anni, ne sono proprietarie. Tra questi, a restituire dignità agli spazi monumentali, troviamo degli affreschi di Ippolito Caffi, strappati dalla sua casa in Calle Selvadego, la Sposa di Antonio Donghi, un bel Leone Marciano di Pietro della Vecchia. In ultimo, per concludere la visita, ecco la Sala d’Armi, dove un tempo erano custoditi i cimeli del Morosini. Oggi rimane un insieme di tele secentesche che nulla ha a che vedere col palazzo originario: anonime, di provenienza ignota. Otto di queste costituiscono in realtà un ciclo unitario, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio e ispirate a una serie di stampe di Goltzius, pittore e incisore olandese.

Ecco che cosa vi permette di vedere il FAI durante questo genere di eventi. Un gioiello, spesso inaccessibile, aperto a tutti grazie allo sforzo di un nutrito manipolo di volontari. E questo per avere coscienza di un patrimonio e di un’identità che vanno ben oltre pochi luoghi simbolici, ma che coprono capillarmente tutto il nostro territorio e lo innervano con una storia straordinaria. È un desiderio, civico, di condividere la bellezza del nostro paese.

Bene, con questo ho finito la visita! Per qualsiasi domanda, sono a vostra disposizione.

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