Cinquantaquattro giorni

Partiamo da lontano.

Siamo nel 1945, la guerra è appena finita, gli americani hanno liberato il Paese. Elsa Morante riempie un quaderno con appunti fitti e densi. Sta riflettendo a caldo sulla morte di Mussolini e della sua amante, Claretta Petacci. Lo fa con parole dure, spigolose, che scompaiono tra gli appunti del suo studio per ventitré anni.

La Morante riprende in mano quelle riflessioni nel 1978. È primavera, ma i cieli sono di piombo. C’è un nuovo corpo al centro della storia italiana. Il cadavere di Aldo Moro è appena stato ritrovato nel bagagliaio di una Renault a Roma, in via Caetani. È il 9 maggio.

In quel quaderno della Morante sono racchiusi trent’anni di storia italiana. Perché il nostro paese è passato attraverso quei due corpi: quello di Mussolini, appeso davanti alla stazione di benzina di Piazzale Loreto, e quello di Aldo Moro. Due corpi diversi, antitetici. Il primo, maestoso e terrificante persino nella morte; il secondo, rattrappito e scheletrico, dimesso, senza nemmeno la consolazione di una bara.

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Dal 16 marzo al 9 maggio 1978 l’Italia entrò in un limbo. Il paese si staccò dal normale flusso degli eventi planetari e finì in una bolla senza storia. Per cinquantaquattro giorni quaranta milioni di italiani rimasero incollati alla televisione, osservando increduli le indagini della polizia e i manifesti inquietanti delle Brigate Rosse. Aldo Moro era ovunque e in nessun luogo, popolava gli schermi di tutte le case d’Italia ma era nascosto in qualche appartamento introvabile di Roma. Un uomo stanco, affranto, ma ricco di dignità. Un uomo di cui fu impossibile non scrivere.

Elsa Morante fu solo una dei tanti intellettuali che si interrogarono sul caso Moro. E dall’evento terribile nacquero pagine di prosa che rimangono per certi aspetti insuperabili.

“Questo è un parricidio”, scrisse De Cataldo poco dopo il ritrovamento del corpo. “Hanno sparato al vecchio padre, lo hanno guardato negli occhi mentre moriva”. Noi possiamo quasi vedere, dentro a queste terribili parole, le foto dei primi giornalisti che arrivarono in via Caetani. Possiamo vedere il corpo di Aldo Moro dentro un bagagliaio. “Quel viso smagrito, ossuto, da uccello; quella barba grigia incolta, che gli ricordava quella del padre”. È il 9 maggio. Siamo davanti a una tragedia nazionale. La prosa si fa epica, parla della sofferenza di tutti.

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Forse le Brigate Rosse avevano due obiettivi. Rapendo Moro, speravano di porre fine al compromesso storico tra il Pci e la Dc; uccidendo Moro, credevano di scatenare la guerra civile nel paese.

Eppure uccidere un uomo a sangue freddo non è impresa facile. A maggior ragione se lo si fa in nome di una ideologia che oggi ci sembra distante, impensabile. Ci sentiamo vicini a Umberto Eco, che proprio durante il rapimento combatté le Brigate Rosse sul piano della semiotica e dell’ideologia, smontando il loro odio verso “un capitalismo alla Paperon de’ Paperoni” e la loro “mitologia alla Walt Disney”. Screditare le Brigate Rosse, negare ai terroristi qualsiasi posto nella Storia. Cominciò Eco, tanti anni fa. A noi spetta il compito di continuare.

Nella confusione che dominò la primavera del 1978 sarebbe stato bello avere una parola da Pasolini. Ahinoi, il friulano morì troppo presto per vedere questo scempio. Che cosa avrebbe potuto scrivere l’uomo delle Centoventi giornate di Sodoma? Colui che nel suo postumo Petrolio accusava la classe politica italiana di ogni male del Paese? Si sarebbe impietosito, o avrebbe perseguito la sua solita, personalissima via?

Purtroppo, Pasolini andò a morire all’idroscalo di Ostia nel 1975. E anche il suo, a buon diritto, è uno dei tanti corpche attraversano il Novecento del nostro paese.

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Il rapimento di Aldo Moro divenne subito letteratura. Letteratura alta, forte, precisa. Letteratura con uno scopo. Letteratura che all’epoca poteva ancora illudersi di contare qualcosa, di fare la differenza. Letteratura che poteva essere decisiva anche tramite il silenzio.

Italo Calvino, infatti, scelse di non dire nulla. Era così sconcertato dal rapimento che per diverse settimane non riuscì a darci quella prosa accattivante a cui tutti noi siamo affezionati.

La prima cosa che scrisse dopo il funerale di Moro è così angosciante che sembra presa da uno dei migliori racconti di Poe. Le cose che non sono mai uscite da quella prigione è una prosa forte, terribile, labirintica. Indaga l’uomo dietro ad Aldo Moro. Il padre di famiglia che si trova a convivere coi terroristi, che vede la barba crescere ogni giorno e sa che non rivedrà più la luce del sole. L’uomo in cattività, rinchiuso in una prigione di quattro metri per tre. L’uomo del dialogo che diventa preda degli uomini che urlano.

Calvino, come sempre, ci fa aprire gli occhi. I terroristi non vogliono trattare, non l’hanno mai fatto. Ed è una lezione che tornerebbe utile anche al giorno d’oggi.

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La morte di Aldo Moro è stata una faccenda sporca, inquietante, che non verrà mai chiarita del tutto. Forse un omicidio politico, forse la mano lunga dei servizi segreti, forse la pazzia di gente invasata. Probabilmente nessuno scaverà mai abbastanza in profondità da capirlo.

Purtuttavia, dobbiamo riconoscere alla letteratura il merito di aver nobilitato una morte tremenda. Dal dolore di una ferita nazionale sono nate delle cose incredibili. Il 1978 fu un anno impressionante, ricco di testi commoventi, alti, veri, che devono tutto ad Aldo Moro. I migliori intelletti dei nostri anni Settanta diedero il loro personale addio a uno statista integro, coerente, rispettabile.

Io ho legato indissolubilmente la morte di Aldo Moro a un’immagine di Leonardo Sciascia. Il suo libro L’affaire Moro, uscito poche settimane dopo la morte del leader democristiano, comincia così:

Ieri sera, uscendo per una passeggiata, ho visto nella crepa del muro una lucciola. Non ne vedevo, in questa campagna, da almeno quarant’anni…

Nel chiaroscuro di Sciascia, ripensando alle lucciole di cui scriveva anni prima Pasolini, salutiamo Moro a quarant’anni dal suo rapimento. Un uomo rispettato persino da Pasolini, temibile inquisitore di quegli anni. Una scintilla di luce nella crepa del muro.

Dedicato a Marco Belpoliti

 

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