Gli Oscar di Linea20: Get Out

Get Out è un film thriller/horror scritto e diretto da Jordan Peele, al suo esordio come regista ma già conosciuto nel mondo televisivo in un ruolo molto diverso: Peele è infatti un comico, e questo suo tratto distintivo emerge continuamente nel film, le cui sfumature satiriche si fondono perfettamente con l’atmosfera tesa, paranoica e ansiogena da film dell’orrore. Il film è candidato agli Oscar nelle seguenti categorie: Miglior Film, Miglior Attore a Daniel Kaluuya, che interpreta il protagonista Chris, Miglior Regista, Migliore Sceneggiatura Originale. Girato in soli 23 giorni e con un budget di 4 milioni di dollari (pochi spicci, nell’ambiente cinematografico), Get Out è forse il titolo più fuori dagli schemi tra i film candidati. In questa recensione cercherò di spiegarvi perché.

La trama: voto 3.5/5

Il film comincia con una situazione piuttosto comune, più volte rivisitata e non particolarmente originale: Chris, il protagonista di colore, viene invitato a passare il weekend a casa dei genitori della sua ragazza Rose Armitage, il prototipo della giovane WASP del ventunesimo secolo, animata da buoni sentimenti e da una buona dose di politically correct. La scena in cui Chris esprime a Rose i suoi dubbi sul fatto che i signori Armitage non siano ancora a conoscenza del colore della sua pelle ricorda il cult americano Guess Who’s Coming to Dinner, ma la piega che prende il film di Peele è assai diversa: come il regista ci ricorda di tanto in tanto con inquietanti escamotage (l’auto dei due innamorati che investe un cervo in fuga sulla strada per la casa dei genitori di Rose, gli sguardi alienati dei due domestici neri di casa Armitage, o l’inquietante rapimento decontestualizzato nella primissima scena sulle note di Run Rabbit Run, di cui cominciamo ad intuire la cornice solo nella seconda parte del film), Get Out non è un film romantico o drammatico, ma un horror. Consapevolezza che manteniamo per tutta la prima parte del film e che impedisce, a noi tanto quanto a Chris, che vediamo muoversi con crescente disagio sullo schermo, di tirare un sospiro di sollievo quando i genitori di Rose si rivelano elettori di Obama istruiti e politicamente corretti, che venerano Jesse Owens e mostrano molto, forse troppo entusiasmo per il nuovo compagno della figlia. Che qualcosa non vada è sempre più evidente, e l’aumentare della tensione è lento ma inarrestabile, come nelle migliori pellicole dell’orrore: la madre di Rose è una sorta di parapsichiatra e ci tiene un po’ troppo a far perdere al fidanzato della figlia la dannosa abitudine del fumo tramite l’ipnosi, i due domestici neri sono cortesi quanto alienati, il fratello di Rose è ansiogeno e irrequieto, la testa di cervo appesa come trofeo dal padre cacciatore ha uno sguardo terrorizzato che sembra urlare “Get Out! Sei una preda anche tu”. E come nei migliori horror la tensione accumulata, attentamente preparata, esplode come un elastico a molla tirato all’inverosimile nella seconda metà del film. Il finale è forse troppo veloce e parzialmente deludente, abbassando di mezzo punto la votazione che avrei voluto dargli, ma la trama merita un 3.5/5 per un semplice motivo: la parodia del politicamente corretto punge sul vivo e colpisce nel punto giusto la società perbenista degli ambienti liberali americani. Get Out denuncia il lentissimo decadere di un tipo di razzismo e l’emergere di un altro, in cui il corpo di colore è desiderato invece che ripudiato, ma rimane al centro di ogni discorso, in una grottesca gara a chi è più antirazzista.

La regia: voto 3/5

Peele è al suo esordio nella regia, e la sua inesperienza è abbastanza evidente se messa a confronto con registi del calibro di Guillermo Del Toro, Steven Spielberg e Christopher Nolan: nel corso del film tende a ricadere in trucchi e tecniche molto utilizzati nel genere horror. Nonostante ciò, alcuni elementi della sua regia sono particolarmente interessanti e degni di nota, a partire dall’utilizzo dei colori. La dicotomia tra la società perbenista bianca e politicamente corretta e il protagonista afroamericano a disagio come un pesce fuor d’acqua è riportata perfettamente a livello cromatico: il bianco e il nero ricorrono continuamente in contrasto, tra ambienti, fasi della giornata, suppellettili, simbolismi. Un altro elemento ricorrente è la retorica della preda e della trappola: sin dalla prima parte del film, sono evidenti i richiami all’essere circondati, in minoranza, incapaci di uscire. Il film procede senza fretta, e l’esplosione finale della tensione accumulata è estremamente efficace: lo stesso titolo, Get Out, sembra quasi un urlo liberatorio, tanto che il regista avrebbe voluto aggiungere il punto esclamativo (scelta che non è stata purtroppo approvata).

Il cast: voto 4/5

Gli attori sono tutti estremamente convincenti, a partire da un terrorizzato Daniel Kaluuya nei panni di Chris, dagli occhi sbarrati e dalla voce spezzata, credibilissimo nelle sue espressioni di estremo disagio e tensione che lentamente si trasformano in orrore puro nel corso della pellicola. Notevole anche la famiglia Armitage, a partire da una candida e impostata Rose, interpretata da Allison Williams, e da un inquietissimo (e inquietantissimo) Caleb Landry Jones nei panni del fratello Jeremy, fino ai due malefici genitori: Catherine Keener e Bradley Whitford sono magnifici sia nei panni dell’immacolata famiglia WASP sia in quelli degli scienziati pazzi. Gli intermezzi comici sono sostenuti dal personaggio di Rod, migliore amico di Chris, impersonato da un un divertentissimo LiRel Howerly.

Conclusione

Non credo che Get Out possa ambire al titolo di Miglior Film: in parte per l’inesperienza alla regia, in parte per la risaputa antipatia nell’ambito dell’Academy verso il cinema di genere horror e thriller, ritenuto poco degno di tale onore e che tende a vincere esclusivamente premi minori e tecnici come “miglior trucco”, escluse poche eccezioni del calibro de Il silenzio degli innocenti. Nonostante ciò, ritengo che Peele abbia svolto un ottimo lavoro di satira sociale nella sceneggiatura, e che la performance degli attori sia assolutamente encomiabile: sicuramente è un film inaspettato, un horror girato da un principiante in poco tempo e con uno scarso budget che è riuscito a guadagnarsi una nomination in quattro delle categorie più ambite agli Oscar.

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